«Non è la teoria l’essenziale, ma il programma pratico.» — Y.H. Brenner

Informazione israeliana in lingua italiana dal 7.10.2023

Argomenti

Terrorismo

Ultima ricezione 05:55

Il direttore generale della sicurezza giordana, Obeyd Allah al-Ma'aytah, ha rivelato che i tre attentatori che hanno compiuto l'attentato terroristico alla Chiesa nella città giordana di Al Karak, avvenuto venerdì scorso e nel quale sono rimaste uccise nove persone, sono stati arrestati questa mattina

Inoltrato da Lion Udler

L'attentato è riconducibile all'organizzazione terroristica dell'isis.
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Israele, vasta operazione antiterrorismo a Hebron dopo l’attentato costato la vita a due soldati dell’IDF

Le forze di sicurezza israeliane hanno avviato una vasta operazione antiterrorismo nell’area di Hebron, in Giudea, in risposta all’attentato a colpi d’arma da fuoco avvenuto questa mattina, nel quale sono rimasti uccisi due soldati dell’IDF e diversi altri sono stati feriti.

Secondo quanto comunicato dall’IDF, all’operazione partecipano unità dell’esercito israeliano, dello Shin Bet, della Polizia di Frontiera MAGAV e dell’Amministrazione per il coordinamento e i rapporti con la popolazione.

Le forze stanno conducendo perquisizioni mirate, interrogatori e operazioni di ricerca delle armi e delle infrastrutture terroristiche nell’area dalla quale provenivano gli attentatori.

L’operazione, circoscritta alle zone interessate, dovrebbe proseguire per diversi giorni.

Per i residenti delle aree coinvolte sono stati predisposti tre punti di uscita, attraverso i quali sarà possibile lasciare la zona dopo controlli di sicurezza. Le persone considerate sospette saranno sottoposte a ulteriori interrogatori.

Già nelle ore successive all’attentato, le forze israeliane avevano avviato la mappatura delle abitazioni degli attentatori, istituito un perimetro di sicurezza nelle aree di Hebron e Halhul e predisposto posti di blocco.

Sono inoltre in corso interventi di demolizione di strutture abusive considerate potenziali minacce alla sicurezza nell’area dell’attentato.

L’IDF riferisce che, parallelamente, le forze di sicurezza stanno conducendo operazioni antiterrorismo in decine di località della Giudea e della Samaria, con l’obiettivo di prevenire ulteriori attentati e proteggere la popolazione civile israeliana.
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IDF indagano se fotografo AFP fosse informato prima dell'attacco terroristico in Giudea

Le Forze di Difesa Israeliane
stanno indagando per accertare se il fotografo che ha documentato l'attacco terroristico fosse stato informato in anticipo dell'attentato.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno indagando per accertare se il fotografo dell'AFP, che ha documentato i terroristi durante l'inseguimento, fosse stato informato in anticipo dell'attacco in Giudea.
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Attentato terroristico vicino a Hebron: cinque feriti, due in condizioni critiche, eliminati gli attentatori

I due palestinesi hanno aperto il fuoco contro militari israeliani al nodo stradale di Yehuda, lungo la strada 35. Oltre venti minuti di scontri a fuoco prima della loro eliminazione. L’IDF impone il blocco di Hebron mentre Israele si prepara alle elezioni.

Un grave attentato terroristico ha colpito questa mattina le forze israeliane nei pressi del nodo stradale di Yehuda, lungo la strada 35, vicino a Hebron, in Giudea e Samaria. Due attentatori palestinesi hanno aperto il fuoco contro una postazione militare, dando origine a uno scontro armato durato oltre venti minuti.

Il bilancio aggiornato dei servizi di emergenza è di cinque feriti israeliani, due dei quali in condizioni critiche. Gli altri tre hanno riportato ferite di diversa gravità. I due attentatori sono stati eliminati dai militari israeliani intervenuti sul posto.

Secondo le prime ricostruzioni, l’attentato è iniziato poco dopo le 7:10 del mattino, quando due uomini armati hanno raggiunto un checkpoint temporaneo presidiato da militari del battaglione Ari, appartenente al Comando del Fronte Interno e impiegato nell’area sotto il Comando Centrale.

Stando alle informazioni diffuse dal canale israeliano Yediot News 25, gli attentatori sarebbero arrivati a bordo di un’automobile rubata, con targa israeliana, e avrebbero improvvisamente aperto il fuoco contro i soldati.

Le fonti militari citate dalla stampa israeliana indicano che gli aggressori erano equipaggiati con un fucile d’assalto della famiglia M16 e una pistola. La segnalazione iniziale parlava invece di fucili M4.

La reazione dei militari ha dato origine a un prolungato scontro a fuoco. I due attentatori hanno tentato di sottrarsi all’intervento delle forze di sicurezza, ma sono stati raggiunti ed eliminati dai soldati israeliani.

Le operazioni sono state condotte dai militari del battaglione Ari, mentre nell’area sono confluiti rinforzi dell’IDF, unità speciali Duvdevan, agenti della Polizia di Frontiera e mezzi aerei impiegati nelle attività di ricognizione e ricerca.

Particolarmente drammatiche le testimonianze dei soccorritori che hanno raggiunto la zona mentre gli scontri erano ancora in corso.

Nei filmati diffusi dai media israeliani si sentono chiaramente le raffiche di arma da fuoco e le indicazioni dei soccorritori ai militari affinché raggiungano le ambulanze blindate.

Uno degli operatori sanitari ha raccontato che il fuoco degli attentatori impediva l’evacuazione immediata dei feriti e che lo scontro proseguiva ormai da oltre venti minuti.

La situazione ha complicato le operazioni di soccorso, costringendo il personale sanitario ad agire in condizioni di elevato rischio.

I feriti sono stati successivamente trasferiti negli ospedali Shaare Zedek e Hadassah Ein Kerem di Gerusalemme.

Secondo gli aggiornamenti sanitari, due persone sono state soccorse in condizioni critiche, mentre altre tre sono state trasportate in ospedale. Le informazioni iniziali parlavano di quattro feriti, ma il bilancio è stato successivamente aggiornato a cinque.

Secondo le informazioni diffuse dal canale israeliano Yediot News 25, gli attentatori sarebbero stati identificati come Humuda Jwebeh e Firas Jwebeh, entrambi palestinesi di 27 anni, residenti a Hebron e appartenenti alla stessa famiglia.

Le prime informazioni indicano che entrambi fossero sposati e padri di due figli. Il canale israeliano riferisce inoltre che i due sarebbero stati affiliati all’organizzazione terroristica Hamas.

L’identificazione e l’appartenenza a Hamas non risultano tuttavia ancora confermate da comunicazioni ufficiali dell’IDF o dello Shin Bet, né dalle principali agenzie internazionali consultate. Si tratta pertanto di informazioni preliminari.

Un ulteriore elemento è emerso dalle prime notizie relative all’automobile utilizzata dai terroristi.
Secondo Yediot News 25, all’interno del veicolo sarebbero state rinvenute numerose munizioni, circostanza che alimenta l’ipotesi secondo cui l’attacco contro i militari non rappresentasse necessariamente l’unico obiettivo dell’operazione.

Le prime valutazioni riportate dal canale israeliano suggeriscono che gli attentatori intendessero raggiungere un’area civile e aprire il fuoco contro famiglie israeliane.

Si tratta di un’ipotesi investigativa ancora da verificare. Non sono state rese pubbliche prove sufficienti per stabilire con certezza quale fosse l’obiettivo finale dei due uomini.

In seguito all’attentato, le Forze di Difesa Israeliane hanno disposto un esteso dispositivo di sicurezza nell’area di Hebron.

L’IDF ha confermato l’istituzione di posti di blocco e l’accerchiamento di diverse località palestinesi, compreso un blocco completo della città di Hebron. Le operazioni comprendono perquisizioni e ricerche, anche per verificare l’eventuale coinvolgimento di ulteriori complici.

Secondo le informazioni preliminari diffuse da Yediot News 25, le autorità israeliane avrebbero inoltre disposto ulteriori restrizioni alla circolazione in Giudea e Samaria fino alla conclusione delle elezioni politiche.

Quest’ultima misura, nella sua estensione territoriale e temporale, non risulta ancora confermata ufficialmente.

L’attentato si inserisce in un momento particolarmente delicato per la sicurezza nazionale israeliana.

Martedì 27 ottobre gli israeliani saranno chiamati alle urne per il rinnovo della Knesset, in una consultazione segnata dalle conseguenze della guerra iniziata dopo il massacro del 7 ottobre 2023 e dalle tensioni regionali.

L’attacco di Hebron ripropone il problema della sicurezza dei principali assi stradali della Giudea e Samaria e della protezione delle forze militari e della popolazione civile israeliana.

Le autorità dovranno ora accertare se l’operazione sia stata organizzata autonomamente dai due attentatori oppure se dietro l’attacco esistesse una struttura terroristica più ampia, dotata di supporto logistico e operativo.

Al momento non esistono elementi pubblicamente verificati che consentano di stabilire un collegamento diretto tra l’attentato e le elezioni israeliane.

Resta il dato operativo: due terroristi armati hanno ingaggiato un prolungato scontro a fuoco con le forze israeliane, provocando cinque feriti, mentre l’esercito ha risposto eliminando gli aggressori e imponendo significative restrizioni di sicurezza nell’area di Hebron.
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Yair Golan sull'incidente di Taiba:"Dobbiamo combattere il terrorismo ebraico, così come combattiamo il terrorismo palestinese"

Il presidente dei Democratici, Yair Golan, ha commentato sul suo account X l'attacco ai diplomatici europei vicino a Ramallah, scrivendo: "La coalizione Netanyahu-Smotrich ci sta affogando tutti in un mare di terrore.

Il terrorismo ebraico deve essere combattuto con il pugno di ferro, così come combattiamo il terrorismo palestinese.

Ripristinare l'uso della detenzione amministrativa contro i pericolosi terroristi ebrei, in conformità con la legge, smantellare i centri del terrore, evacuare gli avamposti illegali, arrestare i rivoltosi e portarli davanti alla giustizia.

Non c'è immunità per i terroristi ebrei. Non ci sono compromessi con la violenza nazionalista. La legge israeliana deve valere per tutti."
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Sventato un attentato nel centro di Israele: un terrorista arrestato ieri da un'unità speciale

In un clima di massima allerta per la sicurezza, le forze dello Shin Bet e della Yamam (unità antiterrorismo) hanno sventato ieri un attentato pianificato per essere realizzato a breve. Il sospettato, un palestinese, ha attraversato la zona di confine tra la Cisgiordania e Israele. Dopo aver ricevuto un avviso preciso sulle sue intenzioni di compiere un attentato nel centro del paese. Il sospettato è stato trasferito per ulteriori interrogatori al Servizio di sicurezza generale.
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Sorrentino svela le carte sui legami tra terrorismo palestinese e Cosa Nostra

Un’inchiesta della giornalista de Il Giornale Giulia Sorrentino riporta alla luce documenti dell’intelligence italiana che collegano la mafia siciliana ai traffici di droga e armi in Libano, alle reti terroristiche palestinesi e agli apparati siriani. Dall’assassinio del giudice Rocco Chinnici alla rete di Abu Nidal, responsabile della strage di Fiumicino del 1985, emerge un intreccio internazionale che attraversa quarant’anni di storia italiana e mediorientale.

C’è una storia rimasta per decenni ai margini della ricostruzione degli anni più sanguinosi della Repubblica italiana. Una storia che comincia nelle strade di Beirut, attraversa la Valle della Bekaa e i palazzi del potere siriano, raggiunge Palermo e arriva fino agli archivi dei servizi segreti italiani. Una storia nella quale compaiono contemporaneamente Cosa Nostra, il terrorismo palestinese, il traffico internazionale di stupefacenti, le forniture clandestine di armi e le operazioni di intelligence mediorientali.

A riportarla alla luce è Giulia Sorrentino, giornalista de Il Giornale, attraverso una ricostruzione che mette in relazione documenti dei servizi segreti italiani, atti giudiziari e testimonianze raccolte tra gli anni Ottanta e Novanta. Il quadro che emerge è quello di una possibile convergenza operativa fra organizzazioni criminali italiane e reti terroristiche palestinesi, sullo sfondo dell’influenza esercitata dalla Siria di Hafez al-Assad sul Libano.

Non si tratta soltanto di una vicenda appartenente alla storia del terrorismo internazionale. Le informative individuate e analizzate da Sorrentino riguardano il periodo in cui Cosa Nostra assassinava magistrati e rappresentanti dello Stato italiano, introducendo modalità operative che fino ad allora avevano caratterizzato soprattutto i conflitti mediorientali.

Il punto di partenza è un documento del 9 novembre 1983, proveniente dal «Centro C.S. Roma 3» e indirizzato alla Prima Divisione. L’oggetto è apparentemente burocratico: «Notizie di fonte compiacente dell’Arma».

Dietro quella formula si nasconde un’informativa che, secondo la ricostruzione della giornalista, mette in relazione il traffico internazionale di stupefacenti, la presenza della mafia siciliana in Libano e la minaccia rappresentata dal terrorismo palestinese contro gli Stati occidentali.

Il documento trasmetteva informazioni raccolte dal Reparto operativo dei Carabinieri di Roma, già oggetto di una riunione tenutasi il 21 ottobre dello stesso anno. L’Italia era allora sconvolta da un’escalation di violenza mafiosa che aveva raggiunto il suo apice nell’assassinio di figure istituzionali impegnate nella lotta contro Cosa Nostra.

Il 3 settembre 1982, a Palermo, era stato assassinato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. Meno di undici mesi dopo, il 29 luglio 1983, la mafia aveva colpito il giudice istruttore Rocco Chinnici.

Ed è proprio l’assassinio di Chinnici a rappresentare uno dei passaggi più inquietanti della vicenda ricostruita da Sorrentino.

Quella mattina, in via Pipitone Federico, un’autobomba contenente circa 75 chilogrammi di esplosivo devastò la strada davanti all’abitazione del magistrato. Insieme a Chinnici morirono i carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.

La tecnica impiegata costituiva una novità significativa nella strategia terroristica di Cosa Nostra. Non più soltanto agguati armati, ma un ordigno di enorme potenza, capace di trasformare un’intera strada cittadina in uno scenario di guerra.

L’Arcidiocesi di Palermo avrebbe ricordato quell’episodio come il primo attentato «libanese» della mafia siciliana. Il riferimento non era casuale: la devastazione provocata dall’autobomba ricordava quella delle esplosioni che insanguinavano Beirut durante la guerra civile.

Ma dalle carte giudiziarie emerge un particolare ulteriore.
Prima dell’attentato era comparso nell’indagine un cittadino libanese, Bou Chebel Ghassan, confidente della polizia italiana. L’uomo aveva fornito informazioni su contatti con ambienti mafiosi e sulla ricerca di armi e morfina.

Secondo quanto riportato da Sorrentino sulla base della documentazione processuale, pochi giorni prima dell’assassinio Ghassan aveva descritto una modalità per eliminare magistrati e investigatori colpendoli a distanza, come facevano i militanti palestinesi in Libano.

La coincidenza temporale e la successiva modalità dell’attentato costituiscono un elemento investigativo di particolare interesse. Non dimostrano, da sole, che terroristi palestinesi abbiano partecipato all’assassinio di Chinnici, la cui responsabilità è stata ricostruita giudiziariamente nell’ambito di Cosa Nostra. Ma mostrano che il possibile collegamento con tecniche e ambienti mediorientali era già presente nelle informazioni raccolte dagli investigatori.

Il secondo elemento decisivo dell’inchiesta riguarda la Valle della Bekaa, nell’entroterra libanese.

Nell’informativa del novembre 1983 si parla di raffinerie di stupefacenti nell’area di Baalbek e della Bekaa, territori sottoposti alla forte influenza militare e politica della Siria.

Secondo la fonte citata dall’intelligence italiana, nella regione operavano anche esponenti della criminalità organizzata siciliana, con riferimenti alle famiglie Greco e Gambino.

Il documento menzionava inoltre sei fucili d’assalto AK-47 destinati a esponenti mafiosi e un carico di circa 900 chilogrammi di morfina base che sarebbe partito verso Catania intorno al 6 ottobre 1983.

È un passaggio di enorme interesse perché colloca esponenti della mafia italiana all’interno di un territorio che rappresentava uno dei principali crocevia del conflitto libanese, attraversato da organizzazioni armate, apparati d’intelligence stranieri e traffici illegali.

La Valle della Bekaa non era soltanto una regione agricola o una zona di contrabbando. Era un territorio strategico attraverso il quale transitavano interessi siriani, palestinesi e libanesi, in un contesto nel quale le attività economiche clandestine potevano sovrapporsi alle esigenze logistiche delle organizzazioni terroristiche.

In altre parole, secondo le informazioni ricevute dagli apparati italiani, gli stessi circuiti territoriali utilizzati per commerciare stupefacenti e armi potevano mettere in contatto organizzazioni criminali e gruppi armati mediorientali.

Ed è qui che compare il nome di Abu Nidal, uno dei più sanguinari protagonisti del terrorismo palestinese internazionale.

Nato Sabri al-Banna, Abu Nidal guidava un’organizzazione palestinese radicale separatasi dall’OLP di Yasser Arafat. Il suo gruppo era responsabile di una lunga serie di assassinii, attentati e operazioni terroristiche contro obiettivi israeliani, ebraici, occidentali e palestinesi.

Il rapporto tra l’organizzazione di Abu Nidal e la mafia italiana emerge esplicitamente in un’altra testimonianza riportata nell’inchiesta.

Il 22 giugno 1993 il Corriere della Sera pubblicò un articolo del corrispondente da Beirut Antonio Ferrari, intitolato «Un ufficiale dell’Olp accusa: “C’è un patto d’azione tra Abu Nidal e la mafia”».

La fonte era Zeid Wehbe, esponente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in Libano.

Secondo le dichiarazioni attribuitegli, uomini dell’organizzazione di Abu Nidal si sarebbero infiltrati nelle reti mafiose, mettendo a disposizione competenze nella fabbricazione e nell’impiego di esplosivi e dispositivi di uccisione. In cambio avrebbero ottenuto sostegno per le proprie attività criminali e terroristiche.

Era un’accusa precisa: non una semplice vicinanza geografica o l’occasionale compravendita di armi, ma una possibile collaborazione operativa tra terroristi palestinesi e criminalità organizzata.
La sua rilevanza storica aumenta, tuttavia, se viene esaminata insieme alle informative italiane degli anni precedenti.

Nel 1983 i servizi avevano già ricevuto notizie riguardanti la presenza mafiosa nei circuiti libanesi della droga e delle armi. Dieci anni più tardi, una fonte palestinese denunciava un presunto accordo tra la mafia e un’organizzazione terroristica palestinese specializzata in attentati internazionali.

È su questa convergenza di elementi, distinti ma potenzialmente collegati, che si concentra una delle questioni centrali sollevate dall’inchiesta di Sorrentino.

Il ruolo della Siria aggiunge un ulteriore livello di complessità.

Un’informativa del SISMI datata 13 gennaio 1986, recuperata grazie al lavoro della storica Giordana Terracina e richiamata nella ricostruzione della giornalista, descrive Abu Nidal come collegato ad ambienti vicini a uno dei fratelli del presidente siriano Hafez al-Assad.

Nello stesso contesto compare anche il nome di Carlos, il terrorista internazionale venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, noto per una serie di operazioni condotte tra Europa e Medio Oriente.

La documentazione suggerisce dunque che l’intelligence italiana non considerasse necessariamente queste organizzazioni come realtà isolate, ma ne esaminasse i rapporti con ambienti statali e apparati di sicurezza regionali.

Il rapporto di Abu Nidal con il regime siriano è particolarmente significativo per comprendere la sua capacità operativa. Nel corso degli anni l’organizzazione beneficiò di protezioni e sostegni provenienti da diversi Stati mediorientali, compresa la Libia di Muammar Gheddafi.

Il carattere internazionale di quella rete divenne drammaticamente evidente il 27 dicembre 1985.

Quel giorno due commando terroristici palestinesi attaccarono quasi simultaneamente gli aeroporti di Roma Fiumicino e Vienna. Il bilancio complessivo fu di 19 civili uccisi e oltre cento feriti.

A Fiumicino i terroristi colpirono l’area delle compagnie aeree internazionali, prendendo di mira in particolare i passeggeri diretti verso Israele. L’attacco fu attribuito all’organizzazione di Abu Nidal.

L’Italia scoprì ancora una volta di essere un bersaglio diretto del terrorismo palestinese, in una stagione nella quale gli aeroporti europei e le rappresentanze diplomatiche occidentali costituivano obiettivi privilegiati.

L’informativa del 1986 arrivò poche settimane dopo quelle stragi e collocò l’organizzazione terroristica all’interno di un sistema di relazioni che comprendeva ambienti siriani e altri protagonisti della violenza internazionale.

Ma le carte riportate alla luce da Sorrentino contengono un particolare ancora più allarmante per quanto riguarda la sicurezza italiana.

Già nel novembre 1983, mentre segnalava i traffici di stupefacenti nella Bekaa e la presenza di esponenti mafiosi, la fonte dei Carabinieri aveva lanciato un avvertimento su una possibile campagna terroristica palestinese contro gli Stati occidentali impegnati militarmente in Libano.

Secondo l’informativa, qualora la forza multinazionale fosse intervenuta al fianco dell’esercito libanese contro determinate formazioni armate, sarebbero potuti diventare bersagli obiettivi americani ed europei, anche fuori dal Medio Oriente.

Tra le informazioni raccolte compariva persino un presunto progetto di attentato contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma.

Non risulta, sulla base degli elementi riportati, che quel progetto fosse giunto alla fase esecutiva. La sua presenza nel documento dimostra però che gli apparati italiani stavano già valutando la possibilità di attacchi palestinesi contro rappresentanze diplomatiche occidentali sul territorio nazionale.

Il contesto internazionale era particolarmente drammatico. Nell’aprile 1983 un attentato aveva devastato l’ambasciata americana a Beirut. Nell’ottobre dello stesso anno, un altro attacco suicida aveva ucciso 241 militari statunitensi nella capitale libanese.
L’Italia si trovava quindi in una posizione delicatissima, con propri militari schierati in Libano e importanti interessi diplomatici, economici e strategici nel Mediterraneo.

La ricostruzione prosegue fino agli anni Novanta, quando nelle informative italiane emerge anche il problema dei circuiti finanziari.

Un appunto del 9 ottobre 1990 attribuito al generale Demetrio Cogliandro affrontava il ruolo di istituti bancari arabi operanti in Italia, descrivendo presunti flussi finanziari collegati a Tripoli, Baghdad e Damasco.

Secondo la fonte del documento, attraverso determinati circuiti sarebbero transitate operazioni legate al commercio internazionale di armamenti verso Siria, Libia, Iran e Iraq.

Una parte delle disponibilità finanziarie sarebbe inoltre confluita verso organizzazioni mafiose e camorristiche per l’acquisto di sostanze stupefacenti.

Nell’appunto comparivano anche riferimenti a una banca di origine palestinese e accuse relative a presunti finanziamenti occulti alla politica italiana.

Si tratta di affermazioni estremamente gravi, che non possono essere considerate accertate per il solo fatto di comparire in una documentazione d’intelligence. Esse contribuiscono, tuttavia, a ricostruire la natura delle preoccupazioni degli apparati italiani: il rischio che traffici di armi, droga, denaro e terrorismo si alimentassero attraverso infrastrutture comuni.

Le carte sono oggi consultabili nell’ambito di un processo di apertura degli archivi che ha conosciuto una svolta con la direttiva firmata il 22 aprile 2014 dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il provvedimento avviò la declassificazione e il versamento straordinario agli Archivi di Stato della documentazione relativa ad alcune delle principali stragi della storia repubblicana, comprese quelle avvenute tra il 1969 e il 1984.

È proprio il recupero e il confronto di materiali provenienti da periodi e apparati diversi a rendere importante il lavoro di Sorrentino.

Non siamo davanti alla dimostrazione giudiziaria di un’unica organizzazione che avrebbe controllato contemporaneamente Cosa Nostra e il terrorismo palestinese. Le fonti disponibili non autorizzano una conclusione del genere.

Siamo, invece, davanti a una serie di elementi documentali che indicano come la possibilità di rapporti fra criminalità organizzata italiana, gruppi terroristici palestinesi e reti mediorientali fosse già oggetto di attenzione da parte degli apparati dello Stato negli anni in cui la mafia assassinava magistrati, investigatori e rappresentanti delle istituzioni.

La differenza non riduce la portata della vicenda. Semmai ne definisce con maggiore precisione il significato.

Per decenni il terrorismo palestinese è stato raccontato prevalentemente come una conseguenza del conflitto arabo-israeliano. Le carte esaminate da Sorrentino mostrano quanto fosse più esteso il perimetro operativo che gli investigatori italiani stavano cercando di ricostruire.

Le organizzazioni terroristiche palestinesi potevano operare ben oltre i confini di Israele, utilizzare il territorio europeo come teatro di attentati, beneficiare dei rapporti con regimi mediorientali e, secondo le informazioni raccolte all’epoca, entrare in contatto con ambienti della criminalità organizzata internazionale.

Le informazioni sulla presenza mafiosa nella Bekaa, le dichiarazioni del 1993 relative ad Abu Nidal e le informative sui circuiti finanziari suggeriscono l’esistenza di un terreno comune nel quale interessi criminali e obiettivi terroristici potevano incontrarsi.

Per Israele, questa ricostruzione conferma la dimensione internazionale di una minaccia che non si limitava al proprio territorio nazionale. La violenza delle organizzazioni palestinesi radicali colpiva aeroporti, diplomatici, comunità ebraiche e civili in Europa, mentre le loro reti operavano all’interno di equilibri geopolitici molto più ampi.
Per l’Italia, le rivelazioni riaprono interrogativi su una stagione storica nella quale le stragi mafiose e il terrorismo internazionale venivano spesso investigati attraverso percorsi distinti, pur in presenza di informazioni riguardanti possibili punti di contatto.

Resta soprattutto una domanda: fino a che punto le organizzazioni terroristiche mediorientali contribuirono alla circolazione di tecniche, armamenti e competenze che finirono per essere impiegati anche dalla criminalità organizzata italiana?

Non esiste, allo stato degli elementi presentati, una risposta definitiva. Ma i documenti richiamati da Giulia Sorrentino dimostrano che questa ipotesi non nasce oggi e non è soltanto il risultato di una ricostruzione giornalistica retrospettiva.

Era già presente nelle informazioni raccolte dagli apparati italiani oltre quarant’anni fa.

Ed è forse questo il dato più significativo dell’intera inchiesta: mentre Palermo veniva insanguinata dalle autobombe e il terrorismo palestinese preparava le proprie operazioni contro obiettivi occidentali, i servizi italiani raccoglievano notizie su traffici, intermediari e organizzazioni che si muovevano lungo le stesse direttrici internazionali.

Da Beirut a Palermo, passando per Damasco, la storia raccontata da quelle carte non offre ancora tutte le risposte. Ma restituisce una dimensione della violenza politica e criminale degli anni Ottanta che merita di essere indagata fino in fondo.

E il lavoro di Giulia Sorrentino ha il merito di averla riportata al centro dell’attenzione pubblica.
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Giudea e Samaria, IDF e Shin Bet smantellano due strutture di finanziamento del terrorismo: cinque arresti tra Ramallah e Yatta

Dietro la facciata di organizzazioni di beneficenza si sarebbero nascoste strutture operative e finanziarie al servizio di Hamas e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP).

È quanto emerge da due operazioni condotte dalle Forze di Difesa Israeliane e dallo Shin Bet in Giudea e Samaria, che hanno portato all’arresto di cinque persone e al sequestro di documentazione, apparecchiature informatiche e materiali ritenuti riconducibili alle organizzazioni terroristiche.

Secondo il comunicato diffuso oggi, 14 ottobre, dall’IDF, una delle operazioni è stata condotta martedì a Ramallah, negli uffici di Addameer, associazione palestinese che si occupa di assistenza legale ai detenuti e che Israele considera collegata al FPLP.

Durante l’irruzione, le forze di sicurezza hanno arrestato persone ricercate e sequestrato computer, documenti e libretti di assegni recanti contrassegni riconducibili a fondi di Hamas già designati dalle autorità israeliane.

Le accuse avanzate dall’intelligence israeliana sono particolarmente gravi: secondo l’IDF, Addameer riceverebbe finanziamenti provenienti da attività terroristiche e fornirebbe assistenza legale a militanti del FPLP detenuti nelle carceri israeliane.

Il collegamento più inquietante riguarda l’attentato del 23 agosto 2019 alla sorgente di Danny, nei pressi di Dolev, nel quale venne assassinata la diciassettenne israeliana Rina Shnerb. Secondo le autorità militari israeliane, alcune persone impiegate nell’associazione avrebbero partecipato all’attacco terroristico.

Una seconda operazione, condotta nelle scorse settimane a Yatta, nella regione di Hebron, ha interessato gli uffici dell’Associazione Islamica per la Cura degli Orfani, che secondo lo Shin Bet avrebbe operato come struttura organizzativa e finanziaria di Hamas.

L’associazione, dichiarata illegale dalle autorità israeliane, avrebbe contribuito al trasferimento di fondi verso Hamas, sostenendo economicamente anche le famiglie di militanti e detenuti. Secondo l’IDF, il direttore e altri responsabili sarebbero membri di Hamas già incarcerati in passato.

Durante l’intervento sono stati arrestati sospettati e sequestrati materiali riconducibili a fondi collegati all’organizzazione islamista. Gli arrestati e gli elementi raccolti sono stati trasferiti agli organismi investigativi competenti.

Per l’intelligence israeliana, entrambe le associazioni rappresenterebbero un esempio dell’utilizzo di strutture apparentemente civili per sostenere reti terroristiche, garantirne il finanziamento e consolidarne la presenza sul territorio.

Le accuse provengono dalle autorità di sicurezza israeliane e non tutti gli elementi investigativi sono stati resi pubblici. Addameer, che si presenta come organizzazione per i diritti dei detenuti palestinesi, è da tempo al centro di controversie internazionali per la sua designazione israeliana come organizzazione terroristica.

L’IDF e lo Shin Bet hanno ribadito che proseguiranno le operazioni contro le infrastrutture finanziarie, organizzative e operative di Hamas e del FPLP in tutta la Giudea e Samaria, con l’obiettivo dichiarato di impedire nuovi attacchi contro i civili israeliani e le forze di sicurezza.
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Sinistra e Campo Largo sono complici del terrorismo: definitivamente invotabili

Per Israele Senza Filtri, la sinistra rappresentata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, insieme al Campo Largo che su questi partiti vuole costruire un’alternativa di governo, è definitivamente invotabile. Il voto di Strasburgo sulla rete dei Fratelli Musulmani chiude, per noi, ogni residua apertura di credito. La difesa della società libera è una condizione essenziale della fiducia politica. Quando quella fiducia viene meno, nessun richiamo all’appartenenza e nessun ricatto del voto utile possono rimetterla in piedi.

Giovedì 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione contro l’infiltrazione islamista e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani. Tra le richieste figura la valutazione, da parte del Consiglio dell’Unione europea, dell’inserimento di entità e individui collegati alla Fratellanza nell’elenco europeo del terrorismo. PD, Movimento 5 Stelle e AVS hanno votato contro nel voto finale. Questo è il fatto dal quale partiamo.

La precisione serve anche quando si è furiosi. La risoluzione chiede una valutazione secondo i requisiti giuridici previsti; l’eventuale iscrizione richiede ulteriori decisioni delle autorità competenti. Il testo comprende inoltre controlli sui finanziamenti, sull’accesso alle istituzioni e altre disposizioni, incluso il sostegno a misure nazionali contro il velo integrale. Il voto riguardava quindi un documento articolato. La nostra condanna riguarda la scelta politica di respingerlo nel suo complesso.

Una sinistra che rivendica la laicità, l’emancipazione femminile e la libertà individuale dovrebbe affrontare il potere politico esercitato attraverso la religione con una determinazione persino maggiore dei suoi avversari. Dovrebbe pretendere trasparenza sui finanziamenti, verifiche sulle organizzazioni, garanzie sull’uso del denaro pubblico. Dovrebbe essere capace di riconoscere una minaccia alla libertà anche quando questa si presenta con il lessico dell’inclusione. La coerenza comincia esattamente nel punto in cui difendere un principio diventa scomodo.

E qui l’alibi della contrapposizione fra destra e sinistra si consuma rapidamente. La risoluzione ha ricevuto anche il sostegno di gran parte dei liberali europei. Nathalie Loiseau, di Renew Europe, ha criticato apertamente la sinistra per il suo atteggiamento di negazione di fronte agli attacchi islamisti ai diritti delle donne e delle persone LGBT. Nello stesso intervento ha rivendicato la necessità di distinguere l’islamismo dall’Islam e di contrastare l’odio contro i musulmani. Una posizione politicamente limpida: difesa delle libertà, vigilanza sulle reti e rifiuto delle discriminazioni.

È proprio questa distinzione a rendere, ai nostri occhi, tanto grave la scelta della sinistra italiana. I cittadini musulmani hanno diritto alla stessa protezione, alla stessa libertà e alla stessa dignità di chiunque altro. Nessuna organizzazione politico-religiosa può pretendere di rappresentarli automaticamente, di parlare a loro nome o di sottrarsi ai controlli invocando la loro fede. Consegnare alle strutture più ideologizzate il monopolio della rappresentanza significa lasciare meno spazio proprio ai musulmani laici, ai dissidenti, alle donne che rivendicano autonomia, a chi vuole vivere senza tutori religiosi.

Una donna deve poter scegliere come vestirsi, chi amare e quale vita costruire. Una persona omosessuale deve poter vivere apertamente. Un credente deve poter cambiare religione o abbandonarla. Un ebreo deve poter esistere pubblicamente senza essere chiamato a giustificare Israele. Sono libertà che devono valere ovunque e contro qualunque autorità pretenda di limitarle. Il progressismo che perde la voce davanti al fondamentalismo ha consumato la propria credibilità. Può conservare le insegne, organizzare convegni e distribuire patenti di civiltà: il problema rimane.
Per una testata sionista esiste poi un dato storico impossibile da trattare come un dettaglio: nello statuto del 1988 Hamas si definiva esplicitamente una delle ali dei Fratelli Musulmani in Palestina. Quel documento attesta una matrice e un’appartenenza dichiarata. Le responsabilità delle singole organizzazioni vanno accertate singolarmente; proprio quel legame storico impone di prendere sul serio l’esame delle reti, dei rapporti e dei finanziamenti.

Dopo il 7 ottobre, la serietà su questi temi dovrebbe essere un requisito elementare della politica europea. Per noi lo è. La solidarietà verso i civili palestinesi, la critica alle decisioni del governo israeliano e il contrasto all’islamismo possono convivere senza alcuna contraddizione. Una classe dirigente dovrebbe saper sostenere tutte queste responsabilità. Se per tenere insieme la propria coalizione deve continuamente indebolirne una, il problema riguarda la sua capacità di governare.

Ed è per questo che il giudizio investe l’intero Campo Largo. Una coalizione si valuta anche attraverso le forze alle quali consegnerà potere, incarichi e capacità di condizionamento. Chi si presenta come moderato, liberale o riformista assumendosi l’impegno di governare insieme a PD, M5S e AVS deve rispondere anche di questa scelta. La rispettabilità personale non cancella la responsabilità dell’alleanza. L’aggettivo “moderato” non può diventare un servizio di copertura.

Chi aspira a governare deve offrire una risposta riconoscibile e credibile alla penetrazione dell’islamismo politico, spiegando quali strumenti intende utilizzare e quali limiti considera invalicabili. Per noi il voto di Strasburgo pesa più delle rassicurazioni generiche sulla laicità e sulla sicurezza. Ha prodotto una frattura politica che le formule di circostanza non ricompongono.

La libertà delle donne, la sicurezza degli ebrei, i diritti delle persone omosessuali, l’autonomia dei cittadini musulmani e la difesa delle istituzioni democratiche appartengono allo stesso patto di cittadinanza. Nessuna convenienza elettorale autorizza a trattarne una parte come sacrificabile.

La sinistra e il Campo Largo possono continuare a proclamarsi l’alternativa. Per noi hanno definitivamente esaurito la fiducia necessaria a esserlo. Definitivamente invotabili. Da Israele Senza Filtri non avranno né un voto né un alibi.
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Parlamento Europeo chiede di dichiarare illegali i Fratelli Musulmani e le organizzazioni collegate

Inoltrato da Lion Udler

Con una larga maggioranza, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede di dichiarare illegali i "Fratelli Musulmani" e le organizzazioni ad essi collegate, e di adottare misure contro di loro.

Sono definiti "terroristi in giacca e cravatta" e "organizzazione terroristica".

La storica decisione è stata approvata con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astenuti.
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L’impero abbrutito

Il 5 novembre 2009, Nidal Malik Hasan, maggiore dell’esercito americano di origini palestinesi, aprì il fuoco nella base militare di Fort Hood, in Texas. Uccise tredici persone e ne ferì altre trentadue. Un massacro compiuto in nome del jihad, da un uomo che aveva scelto di mettere il fanatismo religioso al di sopra della vita umana e del Paese di cui indossava l’uniforme.

Diciassette anni dopo, gli Stati Uniti hanno deciso che Hasan morirà davanti a un plotone di esecuzione. Ma soprattutto hanno deciso che il mondo potrà assistere alla sua morte in diretta.

Ed è qui che una questione di giustizia diventa una questione di civiltà.

Non provo alcuna compassione per Nidal Hasan. Non ne cerco e non ne pretendo.

Non mi interessa il suo dolore, non mi commuove la sua sorte e non spenderò una sola parola per costruire attorno alla sua figura quella retorica della pietà che troppo spesso finisce per oscurare le vittime.

Le tredici persone assassinate a Fort Hood non torneranno in vita. Le loro famiglie convivono da diciassette anni con un’assenza definitiva. Nessuna pena potrà restituire loro ciò che è stato sottratto.

E tuttavia sono contrario alla sua esecuzione. Non per lui. Per noi.

Perché una civiltà non si misura soltanto dalla capacità di sconfiggere i propri nemici, ma soprattutto dai limiti che decide di non oltrepassare nemmeno quando avrebbe il potere di farlo.

Sono sionista. Credo nel diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione, nella necessità di uno Stato capace di difendersi e nel dovere morale di combattere senza esitazioni chi sceglie il terrorismo come strumento politico e religioso.

Non confondo la legittima eliminazione di un terrorista durante un’operazione militare con l’esecuzione di un uomo già catturato, processato, condannato e reso incapace di nuocere.

La prima può essere una necessità della guerra. La seconda è una scelta dello Stato.

E proprio perché credo nella forza dello Stato, ritengo che questa debba conoscere dei confini.

La pena di morte non è una dimostrazione di forza. È la rinuncia dello Stato a esercitare il proprio potere entro un limite che esso stesso potrebbe scegliere di rispettare.

Uno Stato può privare un assassino della libertà per il resto della sua esistenza. Può impedirgli definitivamente di colpire ancora. Può consegnarlo alla storia per ciò che è stato, senza trasformarlo in un martire e senza attribuirsi il potere irreversibile di sopprimerlo.

La giustizia non ha bisogno di un cadavere per dimostrare di essere stata amministrata.

Ma nella vicenda americana c’è qualcosa che considero persino più inquietante della condanna capitale. La sua spettacolarizzazione.

L’annuncio della diretta dell’esecuzione di Hasan rappresenta un salto culturale che dovrebbe turbare chiunque si riconosca nei valori dell’Occidente.

Da anni denunciamo, giustamente, la barbarie degli estremisti islamici che trasformano la morte in uno spettacolo. Abbiamo visto le esecuzioni pubbliche dello Stato Islamico, i prigionieri inginocchiati davanti alle telecamere, le decapitazioni costruite come prodotti audiovisivi, gli assassinii pensati per essere diffusi e consumati da milioni di persone.

Abbiamo denunciato Hamas per aver filmato e diffuso le proprie atrocità del 7 ottobre, trasformando il massacro di esseri umani in propaganda.

Lo abbiamo fatto perché sappiamo che la spettacolarizzazione della morte è uno degli strumenti attraverso i quali il fanatismo cerca di esercitare il proprio potere sulle coscienze.

Naturalmente esiste una differenza fondamentale tra l’assassinio terroristico di persone innocenti e una condanna pronunciata da un tribunale, al termine di un procedimento giudiziario. Confondere i due fatti sarebbe intellettualmente disonesto.

Ma proprio questa differenza impone alle democrazie una responsabilità superiore.
Se lo Stato di diritto dispone della forza della legge, delle garanzie processuali e della legittimità delle proprie istituzioni, perché dovrebbe prendere in prestito dalla cultura della barbarie il linguaggio dello spettacolo?

Perché un’esecuzione dovrebbe diventare un evento da trasmettere?

Perché la morte di un condannato dovrebbe trasformarsi in un prodotto mediatico?

Quale valore civile si intende insegnare mostrando a milioni di spettatori un uomo che viene fucilato?

Non basta sostenere che il pubblico debba conoscere le conseguenze del terrorismo. Quelle conseguenze sono già scritte nei nomi delle tredici vittime. Sono nella sofferenza delle famiglie, nella memoria dei sopravvissuti, nella condanna giudiziaria.

Non occorre aggiungere un’esecuzione televisiva.

Anzi, si rischia di ottenere esattamente ciò che il fanatismo cerca da sempre: trasformare la morte in un simbolo, offrire al condannato una scena conclusiva, consentire ai suoi correligionari estremisti di costruire attorno alla sua fine una narrazione di martirio.

Non si combatte il culto della morte alimentandone un altro.

L’America è stata, e resta, una potenza fondamentale per la sicurezza di Israele e per l’equilibrio dell’Occidente. Proprio per questo non può essere sottratta alla critica.

L’amicizia tra alleati non è servilismo. Il sostegno a Israele non comporta l’obbligo di applaudire ogni decisione americana.

Una nazione può possedere gli eserciti più potenti del pianeta, dominare i cieli e gli oceani, disporre di una superiorità tecnologica senza precedenti e, nello stesso tempo, impoverirsi sul piano civile.

È questo il rischio dell’impero abbrutito: conservare una forza immensa mentre si perde il senso del limite.

La civiltà occidentale non è superiore al jihadismo perché possiede armi più sofisticate. Lo è nella misura in cui riconosce il valore della vita, sottopone il potere alla legge e rifiuta di trasformare la violenza in intrattenimento.

Sono principi che non devono valere soltanto quando è facile applicarli. Devono valere soprattutto davanti a un criminale che li ha deliberatamente calpestati.

Nidal Hasan deve rispondere fino all’ultimo giorno della sua vita dei tredici omicidi commessi.

Non mi interessa salvare Hasan dalla morte. Mi interessa salvare la nostra civiltà dall’assuefazione alla morte come spettacolo.

Perché il giorno in cui una democrazia comincia a considerare un’esecuzione pubblica una manifestazione della propria grandezza, forse non ha perso la propria potenza. Ma ha certamente cominciato a smarrire qualcosa della propria grandezza morale.

E questo, per l’Occidente, dovrebbe essere molto più preoccupante del destino di Nidal Hasan.
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Gaza, Hamas incassa fino a 5 milioni di dollari al giorno: gli aiuti umanitari trasformati in un gigantesco affare per il terrorismo

Mentre la popolazione di Gaza dipende dagli aiuti umanitari, Hamas continua ad arricchirsi sfruttando proprio le merci destinate ai civili palestinesi.

Secondo Neomi Neumann, ex responsabile della ricerca dello Shin Bet, l’organizzazione terroristica palestinese incasserebbe tra i 2 e i 5 milioni di dollari al giorno, imponendo tasse sui beni che entrano nella Striscia e rivendendo a prezzi esorbitanti, attraverso il mercato nero, gli aiuti umanitari sottratti alla popolazione.

Intervistata dall’emittente pubblica israeliana Kan, Neumann ha spiegato che praticamente ogni prodotto introdotto a Gaza si trasforma in una fonte di finanziamento per Hamas.

Il denaro, secondo l’ex dirigente dell’intelligence israeliana, permette all’organizzazione terroristica di finanziare le proprie attività, conservare il controllo del territorio e mantenere la popolazione in una condizione di dipendenza economica.

Tre anni dopo il 7 ottobre, Hamas non sarebbe dunque soltanto una struttura terroristica ancora operativa, ma anche un sistema economico capace di trarre profitto dalla stessa emergenza umanitaria di Gaza.

Neumann sostiene che per spezzare questo meccanismo sia indispensabile l’ingresso nella Striscia del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza e della Forza internazionale di stabilizzazione, così da sottrarre progressivamente a Hamas il controllo economico e politico del territorio.

Il paradosso è devastante: secondo queste stime, persino gli aiuti destinati ad alleviare le sofferenze dei palestinesi finiscono per alimentare il potere dell’organizzazione che li governa.
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Meta, la vergogna di chi censura gli orrori di Hamas

Trecentosessantacinque giorni di censura. Un anno intero senza poter trasmettere in diretta. Questa è la punizione che Meta ha deciso di infliggere al Direttore di Israele Senza Filtri per aver mostrato ciò che Hamas ha fatto il 7 ottobre.

La motivazione? Violazione delle norme sulla violenza e sulle organizzazioni pericolose.

Avete letto bene.

Non abbiamo celebrato Hamas. Non abbiamo incitato alla violenza. Non abbiamo glorificato il terrorismo. Abbiamo mostrato la sua barbarie, documentato le sue atrocità, raccontato ciò che alcuni vorrebbero relegare in un angolo buio della memoria collettiva.

E Meta ha deciso di punire chi racconta, anziché distinguere chi documenta un crimine da chi lo esalta.

È una decisione di una gravità inaudita.

Il 7 ottobre 2023, terroristi di Hamas hanno massacrato civili, assassinato famiglie, rapito uomini, donne e bambini. Le immagini di quel giorno non sono propaganda. Sono documenti storici. Sono prove. Sono la testimonianza di un massacro che nessuna società civile dovrebbe permettersi di dimenticare.

Ma evidentemente, per i meccanismi di moderazione di Meta, mostrare il volto del terrorismo rischia di essere trattato alla stessa stregua della sua glorificazione.

È questa la vostra idea di responsabilità? È questa la vostra concezione della libertà d’informazione?

Una piattaforma che pretende di amministrare una parte enorme della comunicazione mondiale dovrebbe possedere almeno la capacità elementare di distinguere un giornalista da un propagandista, una testimonianza da un’apologia, una denuncia da un’esaltazione.

Se non ne è capace, il problema è gigantesco. Se invece ne è capace e lascia comunque in piedi una sanzione simile, il problema è ancora più grave.

Non sappiamo quale meccanismo abbia prodotto questa decisione. Sappiamo però quale ne sia il risultato: una testata giornalistica viene privata delle dirette per un anno mentre cerca di raccontare al pubblico la realtà del terrorismo jihadista.

E sapete quale sarebbe la conseguenza se tutti accettassimo passivamente questa logica?

Che domani le immagini della Shoah, dei massacri dell’ISIS, delle atrocità commesse in Ucraina o di qualsiasi altro crimine contro l’umanità potrebbero diventare contenuti da nascondere, anziché testimonianze da conservare.

Perché la violenza documentata disturba. La verità, quando è insopportabile, mette a disagio. E per certe piattaforme sembra più semplice colpire chi la mostra che affrontare la complessità di ciò che viene mostrato.

Ma la memoria delle vittime non può essere amministrata da un algoritmo.

A Meta voglio dire una cosa molto semplice: non siete i proprietari della Storia. Non avete il diritto morale di stabilire che cosa il mondo debba ricordare del 7 ottobre. E non potete pretendere di essere considerati paladini dell’informazione libera mentre imponete sanzioni sproporzionate a chi documenta atrocità terroristiche.

Avete il diritto di stabilire regole sulle vostre piattaforme. Avete anche il dovere di applicarle con criterio, proporzionalità e rispetto del contesto giornalistico.

Un anno di interdizione dalle dirette non è una misura marginale. È un colpo pesantissimo alla capacità di informare.

Il provvedimento indica perfino una scadenza: 7 ottobre 2027. Una data che rende questa vicenda ancora più amara.

Noi, però, non ci faremo intimidire.

Israele Senza Filtri è nato il 7 ottobre 2023 proprio perché abbiamo rifiutato il silenzio, le omissioni e le narrazioni addomesticate. Non abbiamo iniziato a raccontare questa guerra per ottenere il permesso di qualche multinazionale americana. E certamente non smetteremo perché un sistema di moderazione ha deciso che la verità è troppo violenta per essere mostrata.

Chiederemo conto di questa decisione, pretendendo una revisione effettiva e una spiegazione precisa.

Continueremo a pubblicare, documentare, testimoniare. Con o senza le vostre dirette.

Perché Hamas ha cercato di cancellare delle vite.
Noi non permetteremo che venga cancellata anche la testimonianza della loro fine.

E se raccontare ciò che è accaduto il 7 ottobre significa perdere l’accesso a una piattaforma, allora perderemo quell’accesso senza rinunciare a una sola parola della nostra missione.

La vergogna non appartiene a chi mostra i crimini dei terroristi. Appartiene a chi non sa distinguere la loro denuncia dalla loro propaganda.
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