Un’inchiesta della giornalista de Il Giornale Giulia Sorrentino riporta alla luce documenti dell’intelligence italiana che collegano la mafia siciliana ai traffici di droga e armi in Libano, alle reti terroristiche palestinesi e agli apparati siriani. Dall’assassinio del giudice Rocco Chinnici alla rete di Abu Nidal, responsabile della strage di Fiumicino del 1985, emerge un intreccio internazionale che attraversa quarant’anni di storia italiana e mediorientale.
C’è una storia rimasta per decenni ai margini della ricostruzione degli anni più sanguinosi della Repubblica italiana. Una storia che comincia nelle strade di Beirut, attraversa la Valle della Bekaa e i palazzi del potere siriano, raggiunge Palermo e arriva fino agli archivi dei servizi segreti italiani. Una storia nella quale compaiono contemporaneamente Cosa Nostra, il terrorismo palestinese, il traffico internazionale di stupefacenti, le forniture clandestine di armi e le operazioni di intelligence mediorientali.
A riportarla alla luce è Giulia Sorrentino, giornalista de Il Giornale, attraverso una ricostruzione che mette in relazione documenti dei servizi segreti italiani, atti giudiziari e testimonianze raccolte tra gli anni Ottanta e Novanta. Il quadro che emerge è quello di una possibile convergenza operativa fra organizzazioni criminali italiane e reti terroristiche palestinesi, sullo sfondo dell’influenza esercitata dalla Siria di Hafez al-Assad sul Libano.
Non si tratta soltanto di una vicenda appartenente alla storia del terrorismo internazionale. Le informative individuate e analizzate da Sorrentino riguardano il periodo in cui Cosa Nostra assassinava magistrati e rappresentanti dello Stato italiano, introducendo modalità operative che fino ad allora avevano caratterizzato soprattutto i conflitti mediorientali.
Il punto di partenza è un documento del 9 novembre 1983, proveniente dal «Centro C.S. Roma 3» e indirizzato alla Prima Divisione. L’oggetto è apparentemente burocratico: «Notizie di fonte compiacente dell’Arma».
Dietro quella formula si nasconde un’informativa che, secondo la ricostruzione della giornalista, mette in relazione il traffico internazionale di stupefacenti, la presenza della mafia siciliana in Libano e la minaccia rappresentata dal terrorismo palestinese contro gli Stati occidentali.
Il documento trasmetteva informazioni raccolte dal Reparto operativo dei Carabinieri di Roma, già oggetto di una riunione tenutasi il 21 ottobre dello stesso anno. L’Italia era allora sconvolta da un’escalation di violenza mafiosa che aveva raggiunto il suo apice nell’assassinio di figure istituzionali impegnate nella lotta contro Cosa Nostra.
Il 3 settembre 1982, a Palermo, era stato assassinato il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. Meno di undici mesi dopo, il 29 luglio 1983, la mafia aveva colpito il giudice istruttore Rocco Chinnici.
Ed è proprio l’assassinio di Chinnici a rappresentare uno dei passaggi più inquietanti della vicenda ricostruita da Sorrentino.
Quella mattina, in via Pipitone Federico, un’autobomba contenente circa 75 chilogrammi di esplosivo devastò la strada davanti all’abitazione del magistrato. Insieme a Chinnici morirono i carabinieri della scorta Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
La tecnica impiegata costituiva una novità significativa nella strategia terroristica di Cosa Nostra. Non più soltanto agguati armati, ma un ordigno di enorme potenza, capace di trasformare un’intera strada cittadina in uno scenario di guerra.
L’Arcidiocesi di Palermo avrebbe ricordato quell’episodio come il primo attentato «libanese» della mafia siciliana. Il riferimento non era casuale: la devastazione provocata dall’autobomba ricordava quella delle esplosioni che insanguinavano Beirut durante la guerra civile.
Ma dalle carte giudiziarie emerge un particolare ulteriore.
Prima dell’attentato era comparso nell’indagine un cittadino libanese, Bou Chebel Ghassan, confidente della polizia italiana. L’uomo aveva fornito informazioni su contatti con ambienti mafiosi e sulla ricerca di armi e morfina.
Secondo quanto riportato da Sorrentino sulla base della documentazione processuale, pochi giorni prima dell’assassinio Ghassan aveva descritto una modalità per eliminare magistrati e investigatori colpendoli a distanza, come facevano i militanti palestinesi in Libano.
La coincidenza temporale e la successiva modalità dell’attentato costituiscono un elemento investigativo di particolare interesse. Non dimostrano, da sole, che terroristi palestinesi abbiano partecipato all’assassinio di Chinnici, la cui responsabilità è stata ricostruita giudiziariamente nell’ambito di Cosa Nostra. Ma mostrano che il possibile collegamento con tecniche e ambienti mediorientali era già presente nelle informazioni raccolte dagli investigatori.
Il secondo elemento decisivo dell’inchiesta riguarda la Valle della Bekaa, nell’entroterra libanese.
Nell’informativa del novembre 1983 si parla di raffinerie di stupefacenti nell’area di Baalbek e della Bekaa, territori sottoposti alla forte influenza militare e politica della Siria.
Secondo la fonte citata dall’intelligence italiana, nella regione operavano anche esponenti della criminalità organizzata siciliana, con riferimenti alle famiglie Greco e Gambino.
Il documento menzionava inoltre sei fucili d’assalto AK-47 destinati a esponenti mafiosi e un carico di circa 900 chilogrammi di morfina base che sarebbe partito verso Catania intorno al 6 ottobre 1983.
È un passaggio di enorme interesse perché colloca esponenti della mafia italiana all’interno di un territorio che rappresentava uno dei principali crocevia del conflitto libanese, attraversato da organizzazioni armate, apparati d’intelligence stranieri e traffici illegali.
La Valle della Bekaa non era soltanto una regione agricola o una zona di contrabbando. Era un territorio strategico attraverso il quale transitavano interessi siriani, palestinesi e libanesi, in un contesto nel quale le attività economiche clandestine potevano sovrapporsi alle esigenze logistiche delle organizzazioni terroristiche.
In altre parole, secondo le informazioni ricevute dagli apparati italiani, gli stessi circuiti territoriali utilizzati per commerciare stupefacenti e armi potevano mettere in contatto organizzazioni criminali e gruppi armati mediorientali.
Ed è qui che compare il nome di Abu Nidal, uno dei più sanguinari protagonisti del terrorismo palestinese internazionale.
Nato Sabri al-Banna, Abu Nidal guidava un’organizzazione palestinese radicale separatasi dall’OLP di Yasser Arafat. Il suo gruppo era responsabile di una lunga serie di assassinii, attentati e operazioni terroristiche contro obiettivi israeliani, ebraici, occidentali e palestinesi.
Il rapporto tra l’organizzazione di Abu Nidal e la mafia italiana emerge esplicitamente in un’altra testimonianza riportata nell’inchiesta.
Il 22 giugno 1993 il Corriere della Sera pubblicò un articolo del corrispondente da Beirut Antonio Ferrari, intitolato «Un ufficiale dell’Olp accusa: “C’è un patto d’azione tra Abu Nidal e la mafia”».
La fonte era Zeid Wehbe, esponente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina in Libano.
Secondo le dichiarazioni attribuitegli, uomini dell’organizzazione di Abu Nidal si sarebbero infiltrati nelle reti mafiose, mettendo a disposizione competenze nella fabbricazione e nell’impiego di esplosivi e dispositivi di uccisione. In cambio avrebbero ottenuto sostegno per le proprie attività criminali e terroristiche.
Era un’accusa precisa: non una semplice vicinanza geografica o l’occasionale compravendita di armi, ma una possibile collaborazione operativa tra terroristi palestinesi e criminalità organizzata.
La sua rilevanza storica aumenta, tuttavia, se viene esaminata insieme alle informative italiane degli anni precedenti.
Nel 1983 i servizi avevano già ricevuto notizie riguardanti la presenza mafiosa nei circuiti libanesi della droga e delle armi. Dieci anni più tardi, una fonte palestinese denunciava un presunto accordo tra la mafia e un’organizzazione terroristica palestinese specializzata in attentati internazionali.
È su questa convergenza di elementi, distinti ma potenzialmente collegati, che si concentra una delle questioni centrali sollevate dall’inchiesta di Sorrentino.
Il ruolo della Siria aggiunge un ulteriore livello di complessità.
Un’informativa del SISMI datata 13 gennaio 1986, recuperata grazie al lavoro della storica Giordana Terracina e richiamata nella ricostruzione della giornalista, descrive Abu Nidal come collegato ad ambienti vicini a uno dei fratelli del presidente siriano Hafez al-Assad.
Nello stesso contesto compare anche il nome di Carlos, il terrorista internazionale venezuelano Ilich Ramírez Sánchez, noto per una serie di operazioni condotte tra Europa e Medio Oriente.
La documentazione suggerisce dunque che l’intelligence italiana non considerasse necessariamente queste organizzazioni come realtà isolate, ma ne esaminasse i rapporti con ambienti statali e apparati di sicurezza regionali.
Il rapporto di Abu Nidal con il regime siriano è particolarmente significativo per comprendere la sua capacità operativa. Nel corso degli anni l’organizzazione beneficiò di protezioni e sostegni provenienti da diversi Stati mediorientali, compresa la Libia di Muammar Gheddafi.
Il carattere internazionale di quella rete divenne drammaticamente evidente il 27 dicembre 1985.
Quel giorno due commando terroristici palestinesi attaccarono quasi simultaneamente gli aeroporti di Roma Fiumicino e Vienna. Il bilancio complessivo fu di 19 civili uccisi e oltre cento feriti.
A Fiumicino i terroristi colpirono l’area delle compagnie aeree internazionali, prendendo di mira in particolare i passeggeri diretti verso Israele. L’attacco fu attribuito all’organizzazione di Abu Nidal.
L’Italia scoprì ancora una volta di essere un bersaglio diretto del terrorismo palestinese, in una stagione nella quale gli aeroporti europei e le rappresentanze diplomatiche occidentali costituivano obiettivi privilegiati.
L’informativa del 1986 arrivò poche settimane dopo quelle stragi e collocò l’organizzazione terroristica all’interno di un sistema di relazioni che comprendeva ambienti siriani e altri protagonisti della violenza internazionale.
Ma le carte riportate alla luce da Sorrentino contengono un particolare ancora più allarmante per quanto riguarda la sicurezza italiana.
Già nel novembre 1983, mentre segnalava i traffici di stupefacenti nella Bekaa e la presenza di esponenti mafiosi, la fonte dei Carabinieri aveva lanciato un avvertimento su una possibile campagna terroristica palestinese contro gli Stati occidentali impegnati militarmente in Libano.
Secondo l’informativa, qualora la forza multinazionale fosse intervenuta al fianco dell’esercito libanese contro determinate formazioni armate, sarebbero potuti diventare bersagli obiettivi americani ed europei, anche fuori dal Medio Oriente.
Tra le informazioni raccolte compariva persino un presunto progetto di attentato contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma.
Non risulta, sulla base degli elementi riportati, che quel progetto fosse giunto alla fase esecutiva. La sua presenza nel documento dimostra però che gli apparati italiani stavano già valutando la possibilità di attacchi palestinesi contro rappresentanze diplomatiche occidentali sul territorio nazionale.
Il contesto internazionale era particolarmente drammatico. Nell’aprile 1983 un attentato aveva devastato l’ambasciata americana a Beirut. Nell’ottobre dello stesso anno, un altro attacco suicida aveva ucciso 241 militari statunitensi nella capitale libanese.
L’Italia si trovava quindi in una posizione delicatissima, con propri militari schierati in Libano e importanti interessi diplomatici, economici e strategici nel Mediterraneo.
La ricostruzione prosegue fino agli anni Novanta, quando nelle informative italiane emerge anche il problema dei circuiti finanziari.
Un appunto del 9 ottobre 1990 attribuito al generale Demetrio Cogliandro affrontava il ruolo di istituti bancari arabi operanti in Italia, descrivendo presunti flussi finanziari collegati a Tripoli, Baghdad e Damasco.
Secondo la fonte del documento, attraverso determinati circuiti sarebbero transitate operazioni legate al commercio internazionale di armamenti verso Siria, Libia, Iran e Iraq.
Una parte delle disponibilità finanziarie sarebbe inoltre confluita verso organizzazioni mafiose e camorristiche per l’acquisto di sostanze stupefacenti.
Nell’appunto comparivano anche riferimenti a una banca di origine palestinese e accuse relative a presunti finanziamenti occulti alla politica italiana.
Si tratta di affermazioni estremamente gravi, che non possono essere considerate accertate per il solo fatto di comparire in una documentazione d’intelligence. Esse contribuiscono, tuttavia, a ricostruire la natura delle preoccupazioni degli apparati italiani: il rischio che traffici di armi, droga, denaro e terrorismo si alimentassero attraverso infrastrutture comuni.
Le carte sono oggi consultabili nell’ambito di un processo di apertura degli archivi che ha conosciuto una svolta con la direttiva firmata il 22 aprile 2014 dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Il provvedimento avviò la declassificazione e il versamento straordinario agli Archivi di Stato della documentazione relativa ad alcune delle principali stragi della storia repubblicana, comprese quelle avvenute tra il 1969 e il 1984.
È proprio il recupero e il confronto di materiali provenienti da periodi e apparati diversi a rendere importante il lavoro di Sorrentino.
Non siamo davanti alla dimostrazione giudiziaria di un’unica organizzazione che avrebbe controllato contemporaneamente Cosa Nostra e il terrorismo palestinese. Le fonti disponibili non autorizzano una conclusione del genere.
Siamo, invece, davanti a una serie di elementi documentali che indicano come la possibilità di rapporti fra criminalità organizzata italiana, gruppi terroristici palestinesi e reti mediorientali fosse già oggetto di attenzione da parte degli apparati dello Stato negli anni in cui la mafia assassinava magistrati, investigatori e rappresentanti delle istituzioni.
La differenza non riduce la portata della vicenda. Semmai ne definisce con maggiore precisione il significato.
Per decenni il terrorismo palestinese è stato raccontato prevalentemente come una conseguenza del conflitto arabo-israeliano. Le carte esaminate da Sorrentino mostrano quanto fosse più esteso il perimetro operativo che gli investigatori italiani stavano cercando di ricostruire.
Le organizzazioni terroristiche palestinesi potevano operare ben oltre i confini di Israele, utilizzare il territorio europeo come teatro di attentati, beneficiare dei rapporti con regimi mediorientali e, secondo le informazioni raccolte all’epoca, entrare in contatto con ambienti della criminalità organizzata internazionale.
Le informazioni sulla presenza mafiosa nella Bekaa, le dichiarazioni del 1993 relative ad Abu Nidal e le informative sui circuiti finanziari suggeriscono l’esistenza di un terreno comune nel quale interessi criminali e obiettivi terroristici potevano incontrarsi.
Per Israele, questa ricostruzione conferma la dimensione internazionale di una minaccia che non si limitava al proprio territorio nazionale. La violenza delle organizzazioni palestinesi radicali colpiva aeroporti, diplomatici, comunità ebraiche e civili in Europa, mentre le loro reti operavano all’interno di equilibri geopolitici molto più ampi.
Per l’Italia, le rivelazioni riaprono interrogativi su una stagione storica nella quale le stragi mafiose e il terrorismo internazionale venivano spesso investigati attraverso percorsi distinti, pur in presenza di informazioni riguardanti possibili punti di contatto.
Resta soprattutto una domanda: fino a che punto le organizzazioni terroristiche mediorientali contribuirono alla circolazione di tecniche, armamenti e competenze che finirono per essere impiegati anche dalla criminalità organizzata italiana?
Non esiste, allo stato degli elementi presentati, una risposta definitiva. Ma i documenti richiamati da Giulia Sorrentino dimostrano che questa ipotesi non nasce oggi e non è soltanto il risultato di una ricostruzione giornalistica retrospettiva.
Era già presente nelle informazioni raccolte dagli apparati italiani oltre quarant’anni fa.
Ed è forse questo il dato più significativo dell’intera inchiesta: mentre Palermo veniva insanguinata dalle autobombe e il terrorismo palestinese preparava le proprie operazioni contro obiettivi occidentali, i servizi italiani raccoglievano notizie su traffici, intermediari e organizzazioni che si muovevano lungo le stesse direttrici internazionali.
Da Beirut a Palermo, passando per Damasco, la storia raccontata da quelle carte non offre ancora tutte le risposte. Ma restituisce una dimensione della violenza politica e criminale degli anni Ottanta che merita di essere indagata fino in fondo.
E il lavoro di Giulia Sorrentino ha il merito di averla riportata al centro dell’attenzione pubblica.
Sorrentino svela le carte sui legami tra terrorismo palestinese e Cosa Nostra
Modificato il 15 ottobre 2026 alle 10:11
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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