Il 5 novembre 2009, Nidal Malik Hasan, maggiore dell’esercito americano di origini palestinesi, aprì il fuoco nella base militare di Fort Hood, in Texas. Uccise tredici persone e ne ferì altre trentadue. Un massacro compiuto in nome del jihad, da un uomo che aveva scelto di mettere il fanatismo religioso al di sopra della vita umana e del Paese di cui indossava l’uniforme.
Diciassette anni dopo, gli Stati Uniti hanno deciso che Hasan morirà davanti a un plotone di esecuzione. Ma soprattutto hanno deciso che il mondo potrà assistere alla sua morte in diretta.
Ed è qui che una questione di giustizia diventa una questione di civiltà.
Non provo alcuna compassione per Nidal Hasan. Non ne cerco e non ne pretendo.
Non mi interessa il suo dolore, non mi commuove la sua sorte e non spenderò una sola parola per costruire attorno alla sua figura quella retorica della pietà che troppo spesso finisce per oscurare le vittime.
Le tredici persone assassinate a Fort Hood non torneranno in vita. Le loro famiglie convivono da diciassette anni con un’assenza definitiva. Nessuna pena potrà restituire loro ciò che è stato sottratto.
E tuttavia sono contrario alla sua esecuzione. Non per lui. Per noi.
Perché una civiltà non si misura soltanto dalla capacità di sconfiggere i propri nemici, ma soprattutto dai limiti che decide di non oltrepassare nemmeno quando avrebbe il potere di farlo.
Sono sionista. Credo nel diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione, nella necessità di uno Stato capace di difendersi e nel dovere morale di combattere senza esitazioni chi sceglie il terrorismo come strumento politico e religioso.
Non confondo la legittima eliminazione di un terrorista durante un’operazione militare con l’esecuzione di un uomo già catturato, processato, condannato e reso incapace di nuocere.
La prima può essere una necessità della guerra. La seconda è una scelta dello Stato.
E proprio perché credo nella forza dello Stato, ritengo che questa debba conoscere dei confini.
La pena di morte non è una dimostrazione di forza. È la rinuncia dello Stato a esercitare il proprio potere entro un limite che esso stesso potrebbe scegliere di rispettare.
Uno Stato può privare un assassino della libertà per il resto della sua esistenza. Può impedirgli definitivamente di colpire ancora. Può consegnarlo alla storia per ciò che è stato, senza trasformarlo in un martire e senza attribuirsi il potere irreversibile di sopprimerlo.
La giustizia non ha bisogno di un cadavere per dimostrare di essere stata amministrata.
Ma nella vicenda americana c’è qualcosa che considero persino più inquietante della condanna capitale. La sua spettacolarizzazione.
L’annuncio della diretta dell’esecuzione di Hasan rappresenta un salto culturale che dovrebbe turbare chiunque si riconosca nei valori dell’Occidente.
Da anni denunciamo, giustamente, la barbarie degli estremisti islamici che trasformano la morte in uno spettacolo. Abbiamo visto le esecuzioni pubbliche dello Stato Islamico, i prigionieri inginocchiati davanti alle telecamere, le decapitazioni costruite come prodotti audiovisivi, gli assassinii pensati per essere diffusi e consumati da milioni di persone.
Abbiamo denunciato Hamas per aver filmato e diffuso le proprie atrocità del 7 ottobre, trasformando il massacro di esseri umani in propaganda.
Lo abbiamo fatto perché sappiamo che la spettacolarizzazione della morte è uno degli strumenti attraverso i quali il fanatismo cerca di esercitare il proprio potere sulle coscienze.
Naturalmente esiste una differenza fondamentale tra l’assassinio terroristico di persone innocenti e una condanna pronunciata da un tribunale, al termine di un procedimento giudiziario. Confondere i due fatti sarebbe intellettualmente disonesto.
Ma proprio questa differenza impone alle democrazie una responsabilità superiore.
Se lo Stato di diritto dispone della forza della legge, delle garanzie processuali e della legittimità delle proprie istituzioni, perché dovrebbe prendere in prestito dalla cultura della barbarie il linguaggio dello spettacolo?
Perché un’esecuzione dovrebbe diventare un evento da trasmettere?
Perché la morte di un condannato dovrebbe trasformarsi in un prodotto mediatico?
Quale valore civile si intende insegnare mostrando a milioni di spettatori un uomo che viene fucilato?
Non basta sostenere che il pubblico debba conoscere le conseguenze del terrorismo. Quelle conseguenze sono già scritte nei nomi delle tredici vittime. Sono nella sofferenza delle famiglie, nella memoria dei sopravvissuti, nella condanna giudiziaria.
Non occorre aggiungere un’esecuzione televisiva.
Anzi, si rischia di ottenere esattamente ciò che il fanatismo cerca da sempre: trasformare la morte in un simbolo, offrire al condannato una scena conclusiva, consentire ai suoi correligionari estremisti di costruire attorno alla sua fine una narrazione di martirio.
Non si combatte il culto della morte alimentandone un altro.
L’America è stata, e resta, una potenza fondamentale per la sicurezza di Israele e per l’equilibrio dell’Occidente. Proprio per questo non può essere sottratta alla critica.
L’amicizia tra alleati non è servilismo. Il sostegno a Israele non comporta l’obbligo di applaudire ogni decisione americana.
Una nazione può possedere gli eserciti più potenti del pianeta, dominare i cieli e gli oceani, disporre di una superiorità tecnologica senza precedenti e, nello stesso tempo, impoverirsi sul piano civile.
È questo il rischio dell’impero abbrutito: conservare una forza immensa mentre si perde il senso del limite.
La civiltà occidentale non è superiore al jihadismo perché possiede armi più sofisticate. Lo è nella misura in cui riconosce il valore della vita, sottopone il potere alla legge e rifiuta di trasformare la violenza in intrattenimento.
Sono principi che non devono valere soltanto quando è facile applicarli. Devono valere soprattutto davanti a un criminale che li ha deliberatamente calpestati.
Nidal Hasan deve rispondere fino all’ultimo giorno della sua vita dei tredici omicidi commessi.
Non mi interessa salvare Hasan dalla morte. Mi interessa salvare la nostra civiltà dall’assuefazione alla morte come spettacolo.
Perché il giorno in cui una democrazia comincia a considerare un’esecuzione pubblica una manifestazione della propria grandezza, forse non ha perso la propria potenza. Ma ha certamente cominciato a smarrire qualcosa della propria grandezza morale.
E questo, per l’Occidente, dovrebbe essere molto più preoccupante del destino di Nidal Hasan.
L’impero abbrutito
Modificato il 9 ottobre 2026 alle 10:37
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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