Trecentosessantacinque giorni di censura. Un anno intero senza poter trasmettere in diretta. Questa è la punizione che Meta ha deciso di infliggere al Direttore di Israele Senza Filtri per aver mostrato ciò che Hamas ha fatto il 7 ottobre.

La motivazione? Violazione delle norme sulla violenza e sulle organizzazioni pericolose.

Avete letto bene.

Non abbiamo celebrato Hamas. Non abbiamo incitato alla violenza. Non abbiamo glorificato il terrorismo. Abbiamo mostrato la sua barbarie, documentato le sue atrocità, raccontato ciò che alcuni vorrebbero relegare in un angolo buio della memoria collettiva.

E Meta ha deciso di punire chi racconta, anziché distinguere chi documenta un crimine da chi lo esalta.

È una decisione di una gravità inaudita.

Il 7 ottobre 2023, terroristi di Hamas hanno massacrato civili, assassinato famiglie, rapito uomini, donne e bambini. Le immagini di quel giorno non sono propaganda. Sono documenti storici. Sono prove. Sono la testimonianza di un massacro che nessuna società civile dovrebbe permettersi di dimenticare.

Ma evidentemente, per i meccanismi di moderazione di Meta, mostrare il volto del terrorismo rischia di essere trattato alla stessa stregua della sua glorificazione.

È questa la vostra idea di responsabilità? È questa la vostra concezione della libertà d’informazione?

Una piattaforma che pretende di amministrare una parte enorme della comunicazione mondiale dovrebbe possedere almeno la capacità elementare di distinguere un giornalista da un propagandista, una testimonianza da un’apologia, una denuncia da un’esaltazione.

Se non ne è capace, il problema è gigantesco. Se invece ne è capace e lascia comunque in piedi una sanzione simile, il problema è ancora più grave.

Non sappiamo quale meccanismo abbia prodotto questa decisione. Sappiamo però quale ne sia il risultato: una testata giornalistica viene privata delle dirette per un anno mentre cerca di raccontare al pubblico la realtà del terrorismo jihadista.

E sapete quale sarebbe la conseguenza se tutti accettassimo passivamente questa logica?

Che domani le immagini della Shoah, dei massacri dell’ISIS, delle atrocità commesse in Ucraina o di qualsiasi altro crimine contro l’umanità potrebbero diventare contenuti da nascondere, anziché testimonianze da conservare.

Perché la violenza documentata disturba. La verità, quando è insopportabile, mette a disagio. E per certe piattaforme sembra più semplice colpire chi la mostra che affrontare la complessità di ciò che viene mostrato.

Ma la memoria delle vittime non può essere amministrata da un algoritmo.

A Meta voglio dire una cosa molto semplice: non siete i proprietari della Storia. Non avete il diritto morale di stabilire che cosa il mondo debba ricordare del 7 ottobre. E non potete pretendere di essere considerati paladini dell’informazione libera mentre imponete sanzioni sproporzionate a chi documenta atrocità terroristiche.

Avete il diritto di stabilire regole sulle vostre piattaforme. Avete anche il dovere di applicarle con criterio, proporzionalità e rispetto del contesto giornalistico.

Un anno di interdizione dalle dirette non è una misura marginale. È un colpo pesantissimo alla capacità di informare.

Il provvedimento indica perfino una scadenza: 7 ottobre 2027. Una data che rende questa vicenda ancora più amara.

Noi, però, non ci faremo intimidire.

Israele Senza Filtri è nato il 7 ottobre 2023 proprio perché abbiamo rifiutato il silenzio, le omissioni e le narrazioni addomesticate. Non abbiamo iniziato a raccontare questa guerra per ottenere il permesso di qualche multinazionale americana. E certamente non smetteremo perché un sistema di moderazione ha deciso che la verità è troppo violenta per essere mostrata.

Chiederemo conto di questa decisione, pretendendo una revisione effettiva e una spiegazione precisa.

Continueremo a pubblicare, documentare, testimoniare. Con o senza le vostre dirette.

Perché Hamas ha cercato di cancellare delle vite.
Noi non permetteremo che venga cancellata anche la testimonianza della loro fine.

E se raccontare ciò che è accaduto il 7 ottobre significa perdere l’accesso a una piattaforma, allora perderemo quell’accesso senza rinunciare a una sola parola della nostra missione.

La vergogna non appartiene a chi mostra i crimini dei terroristi. Appartiene a chi non sa distinguere la loro denuncia dalla loro propaganda.