L'attrice e modella israeliana Sarai Givaty ha presentato una causa per diffamazione contro Francesca Albanese, inviata speciale dell'ONU, per un importo di 500.000 Shekel, sostenendo che quest'ultima l'avrebbe presentata come una persona che giustifica l'uccisione di bambini a Gaza, paragonando le sue affermazioni a argomentazioni naziste durante l'Olocausto.
Sarai Givaty sostiene che le sue parole sono state estrapolate dal contesto e che la pubblicazione ha portato a minacce alla sua vita e a un danno alla sua reputazione.
Francesca Albanese non ha ancora risposto alla causa.
Hadar e Chen Barti, originari di Ashkelon, che si trovavano in vacanza a Vienna, hanno raccontato che un uomo sconosciuto ha bussato con forza alla porta dell'appartamento Airbnb in cui alloggiavano, urlando contro di loro "sionisti oppressori".
Secondo la loro testimonianza, l'uomo li aspettava fuori dall'edificio ed è tornato sul posto anche dopo che la polizia era stata chiamata.
La coppia afferma di non aver ricevuto un adeguato supporto dalla polizia locale e, alla fine, ha ricevuto aiuto da un'altra coppia di israeliani che vive nella città per lasciare l'appartamento e trasferirsi in un hotel.
In occasione del terzo anniversario della strage del 7 ottobre, il Ministero degli Esteri israeliano avverte gli israeliani all'estero di "esercitare maggiore vigilanza ed evitare di recarsi presso centri di protesta e aree in cui sussiste il rischio di scontri o manifestazioni di antisemitismo", in previsione delle dimostrazioni previste per domani in tutto il mondo. "In caso di emergenza, contattare la sala operativa al numero 02-5303155", si legge nel comunicato.
L’Italia presenta una frattura profonda nella percezione dell’antisemitismo. Mentre gli episodi documentati aumentano, una parte consistente della popolazione non riconosce questa crescita. Il divario diventa particolarmente evidente tra i più giovani: nella fascia tra i 18 e i 24 anni, il 64,2% degli intervistati risponde che l’antisemitismo non è in aumento. È un dato che pone una domanda decisiva alla scuola, all’informazione e alla politica: quali strumenti stiamo offrendo per riconoscere l’odio antiebraico nelle forme che assume oggi?
La rilevazione di Only Numbers, realizzata tra aprile e maggio 2026 su un campione dichiarato rappresentativo di mille italiani maggiorenni, fotografa questo problema. Il 50% degli intervistati ritiene che l’antisemitismo stia aumentando, il 31,4% risponde negativamente e il 18,6% non sa o non risponde. Occorre leggere correttamente queste percentuali: chi non percepisce un aumento non sta necessariamente negando l’esistenza dell’antisemitismo, né può essere automaticamente considerato antisemita. Il sondaggio misura la percezione di un fenomeno. Proprio per questo permette di interrogarsi sulla distanza tra ciò che viene documentato e ciò che la società riesce a vedere.
Il termine di confronto è concreto. L’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC ha registrato 963 episodi nel 2025, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022. Dei casi rilevati nel 2025, 643 riguardano la rete e 320 fatti avvenuti fuori da essa: questi ultimi comprendono tipologie diverse e non vanno confusi con altrettante aggressioni fisiche. Sono episodi conosciuti e classificati dall’Osservatorio, non un censimento completo di ogni manifestazione di odio. La serie documenta comunque una crescita che rende difficile liquidare l’allarme come una semplice impressione delle comunità ebraiche.
La distanza generazionale emerge in più risposte. Alla domanda generale sull’aumento dell’antisemitismo, risponde affermativamente il 28,4% dei 18–24enni, contro il 59,1% degli ultrasessantacinquenni. Quando il quesito introduce il confronto con il periodo precedente al riaccendersi del conflitto israelo-palestinese, la distanza si amplia: percepisce un aumento il 20,9% dei più giovani e il 62,9% degli over 65. Tra i primi, il 44,8% considera il fenomeno invariato. Le due domande hanno formulazioni diverse, ma restituiscono entrambe una minore percezione dell’aggravamento nella fascia più giovane.
Sarebbe scorretto trasformare questi risultati in un atto d’accusa contro un’intera generazione. Il documento non chiarisce le ragioni delle risposte e non riporta la numerosità dei singoli sottogruppi, le modalità di intervista o i relativi margini d’incertezza. Non permette quindi di stabilire quanto pesino la conoscenza dei fatti, le fonti d’informazione, le convinzioni politiche o la stessa idea di antisemitismo. Il divario osservato merita però un’indagine seria. Una possibilità da verificare è che una parte degli intervistati riconosca soprattutto le manifestazioni storiche dell’odio antiebraico, incontrando maggiori difficoltà quando quell’ostilità adotta il linguaggio della mobilitazione politica contemporanea.
Anche la lettura per appartenenza partitica richiede attenzione. Nella domanda generale, l’aumento è percepito dal 62,5% degli elettori di Fratelli d’Italia, dal 58,8% di Forza Italia e dal 55,2% della Lega, contro il 53% del Partito democratico, il 41% di Alleanza Verdi e Sinistra e il 40,6% del Movimento 5 Stelle. Questi numeri segnalano differenze che sarebbe sbagliato ignorare. Sarebbe altrettanto sbagliato utilizzarli per distribuire certificati di immunità morale.
Quando infatti viene esplicitato il riferimento alla ripresa del conflitto, il quadro cambia: riconosce un aumento il 60,9% degli elettori del PD, il 59,4% di quelli di Fratelli d’Italia e il 51,2% di AVS. Le percentuali scendono al 35,2% per Forza Italia, al 31,5% per la Lega e al 30,5% per il Movimento 5 Stelle. La formulazione del quesito si accompagna dunque a risultati sensibilmente diversi. Selezionare soltanto la tabella più favorevole alla propria parte significherebbe perdere proprio l’informazione più interessante: la percezione dell’antisemitismo è complessa, risente del contesto e non si lascia ridurre a una graduatoria tra schieramenti.
Il nodo politico e culturale riguarda soprattutto il rapporto con Israele. La definizione operativa dell’IHRA, richiamata in apertura della ricerca, distingue la critica a Israele paragonabile a quella rivolta ad altri Paesi dall’antisemitismo. Tra gli esempi che possono configurare quest’ultimo, considerando il contesto, include l’attribuzione agli ebrei di una responsabilità collettiva per le azioni dello Stato israeliano e il ricorso a stereotipi antiebraici per rappresentarlo. È una distinzione essenziale per tutelare insieme la libertà di critica e le persone colpite dall’odio.
Un ebreo italiano non deve rispondere delle decisioni di un governo perché è ebreo. Il suo diritto alla sicurezza, alla parola e alla partecipazione pubblica non può dipendere dalla disponibilità a pronunciare una dichiarazione di dissociazione. Allo stesso modo, il legame con Israele non può diventare una presunzione di colpevolezza. Quando l’appartenenza ebraica viene trattata come qualcosa da giustificare, la discriminazione è già entrata nel discorso pubblico, anche se chi la esercita si considera animato dalle migliori intenzioni.
Il sondaggio suggerisce quindi un lavoro preciso: capire che cosa gli italiani riconoscano concretamente come antisemitismo. Servono domande su comportamenti, slogan, esclusioni e responsabilità collettive, oltre alle valutazioni generali sulla diffusione del fenomeno. Scuole, università, redazioni e partiti dovrebbero misurare la propria capacità di intervenire sugli episodi presenti con la stessa serietà con cui dichiarano di condannare le persecuzioni del passato.
La memoria della Shoah deve fornire strumenti per leggere il presente. Se rimane una cerimonia separata dall’esperienza degli ebrei vivi, perde una parte fondamentale della propria funzione civile. La domanda posta da questi dati riguarda la capacità dell’Italia di riconoscere una discriminazione mentre si manifesta, anche quando disturba le convinzioni del proprio ambiente politico. È su quella capacità, e sulle azioni che ne conseguono, che si misura la credibilità della lotta all’antisemitismo.
Donatella Di Cesare prende posizione contro Francesca Albanese e sostiene il disegno di legge sull’antisemitismo. Bene. Ma una posizione giusta non mette al riparo dalle domande scomode. Soprattutto quando riguarda il fallimento politico e morale del mondo al quale si appartiene.
Nella sua recente intervista, Di Cesare descrive il palestinismo come una religione civile, denuncia il conformismo della sinistra e contesta ad Albanese parole che cancellano la specificità dell’odio contro gli ebrei. È una diagnosi severa. Adesso, però, occorre seguirla fino alle conseguenze, senza concedere al proprio ambiente culturale l’ennesima attenuante.
Perché il circolino non può essere sempre il luogo delle buone intenzioni finite male. A un certo punto bisogna riconoscere che anche le intenzioni proclamate servono da copertura. La pace diventa una parola ornamentale quando si pretende dagli ebrei una dissociazione rituale. L’antirazzismo diventa una farsa quando concede un’eccezione all’odio antiebraico. E la solidarietà con i palestinesi viene degradata a strumento ideologico quando serve soprattutto a trasformare Israele nel male assoluto.
Di Cesare queste cose le aveva denunciate anche in passato. Proprio per questo la domanda è più pesante: quale giudizio politico trae oggi dalla loro persistenza nel suo stesso campo?
Non basta prendere le distanze da Albanese. Bisogna contestare il sistema di indulgenze che rende una figura pubblica intoccabile purché pronunci le parole gradite alla tribù. Bisogna togliere prestigio al conformismo, smettere di scambiare l’appartenenza per autorevolezza e riconoscere che un linguaggio può diventare persecutorio anche quando arriva dai salotti che si proclamano progressisti.
Il passaggio più rivelatore riguarda le comunità ebraiche. Di Cesare riconosce i gravi errori della sinistra e considera forse inevitabile il loro allontanamento. Eppure continua a giudicare non condivisibili alcune loro scelte politiche.
È una pretesa esasperante: persino dopo aver riconosciuto il fallimento del proprio campo, si continua a distribuire pagelle a chi ne ha preso le distanze.
Gli ebrei italiani non devono conservare una fedeltà politica per rassicurare gli intellettuali di sinistra. Non devono aspettare che il circolino completi il dibattito, trovi la formula elegante e autorizzi finalmente la loro preoccupazione. Possono giudicare partiti, giornali e figure pubbliche per quello che fanno. Possono andarsene. E non devono presentare una giustificazione a chi considera quella scelta una deviazione dalla corretta appartenenza.
Le parole di Di Cesare contro Albanese sono giuste. Ma ora serve coerenza: il rigore applicato alla relatrice dell’Onu deve valere anche per chi la celebra, la protegge e trasforma ogni contestazione in un’offesa alla causa.
Il circolino ha già ricevuto abbastanza indulgenze.
Chi riconosce il problema e continua a concedergliele rende meno credibile la propria denuncia.
Il console generale israeliano a New York, Ofir Akunis, ha attaccato il sindaco di New York, Zoharan Mamdani, in seguito al piano della città per combattere l'antisemitismo.
Secondo Akunis, "Il denaro non compra i valori. Finché non fermerete l'incitamento all'odio e le calunnie contro lo Stato ebraico, lo Stato di Israele che non riconoscete, l'antisemitismo a New York non farà che aumentare".