Donatella Di Cesare prende posizione contro Francesca Albanese e sostiene il disegno di legge sull’antisemitismo. Bene. Ma una posizione giusta non mette al riparo dalle domande scomode. Soprattutto quando riguarda il fallimento politico e morale del mondo al quale si appartiene.

Nella sua recente intervista, Di Cesare descrive il palestinismo come una religione civile, denuncia il conformismo della sinistra e contesta ad Albanese parole che cancellano la specificità dell’odio contro gli ebrei. È una diagnosi severa. Adesso, però, occorre seguirla fino alle conseguenze, senza concedere al proprio ambiente culturale l’ennesima attenuante.

Perché il circolino non può essere sempre il luogo delle buone intenzioni finite male. A un certo punto bisogna riconoscere che anche le intenzioni proclamate servono da copertura. La pace diventa una parola ornamentale quando si pretende dagli ebrei una dissociazione rituale. L’antirazzismo diventa una farsa quando concede un’eccezione all’odio antiebraico. E la solidarietà con i palestinesi viene degradata a strumento ideologico quando serve soprattutto a trasformare Israele nel male assoluto.

Di Cesare queste cose le aveva denunciate anche in passato. Proprio per questo la domanda è più pesante: quale giudizio politico trae oggi dalla loro persistenza nel suo stesso campo?

Non basta prendere le distanze da Albanese. Bisogna contestare il sistema di indulgenze che rende una figura pubblica intoccabile purché pronunci le parole gradite alla tribù. Bisogna togliere prestigio al conformismo, smettere di scambiare l’appartenenza per autorevolezza e riconoscere che un linguaggio può diventare persecutorio anche quando arriva dai salotti che si proclamano progressisti.

Il passaggio più rivelatore riguarda le comunità ebraiche. Di Cesare riconosce i gravi errori della sinistra e considera forse inevitabile il loro allontanamento. Eppure continua a giudicare non condivisibili alcune loro scelte politiche.

È una pretesa esasperante: persino dopo aver riconosciuto il fallimento del proprio campo, si continua a distribuire pagelle a chi ne ha preso le distanze.

Gli ebrei italiani non devono conservare una fedeltà politica per rassicurare gli intellettuali di sinistra. Non devono aspettare che il circolino completi il dibattito, trovi la formula elegante e autorizzi finalmente la loro preoccupazione. Possono giudicare partiti, giornali e figure pubbliche per quello che fanno. Possono andarsene. E non devono presentare una giustificazione a chi considera quella scelta una deviazione dalla corretta appartenenza.

Le parole di Di Cesare contro Albanese sono giuste. Ma ora serve coerenza: il rigore applicato alla relatrice dell’Onu deve valere anche per chi la celebra, la protegge e trasforma ogni contestazione in un’offesa alla causa.

Il circolino ha già ricevuto abbastanza indulgenze.

Chi riconosce il problema e continua a concedergliele rende meno credibile la propria denuncia.