L’Italia presenta una frattura profonda nella percezione dell’antisemitismo. Mentre gli episodi documentati aumentano, una parte consistente della popolazione non riconosce questa crescita. Il divario diventa particolarmente evidente tra i più giovani: nella fascia tra i 18 e i 24 anni, il 64,2% degli intervistati risponde che l’antisemitismo non è in aumento. È un dato che pone una domanda decisiva alla scuola, all’informazione e alla politica: quali strumenti stiamo offrendo per riconoscere l’odio antiebraico nelle forme che assume oggi?

La rilevazione di Only Numbers, realizzata tra aprile e maggio 2026 su un campione dichiarato rappresentativo di mille italiani maggiorenni, fotografa questo problema. Il 50% degli intervistati ritiene che l’antisemitismo stia aumentando, il 31,4% risponde negativamente e il 18,6% non sa o non risponde. Occorre leggere correttamente queste percentuali: chi non percepisce un aumento non sta necessariamente negando l’esistenza dell’antisemitismo, né può essere automaticamente considerato antisemita. Il sondaggio misura la percezione di un fenomeno. Proprio per questo permette di interrogarsi sulla distanza tra ciò che viene documentato e ciò che la società riesce a vedere.

Il termine di confronto è concreto. L’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC ha registrato 963 episodi nel 2025, contro gli 877 del 2024, i 453 del 2023 e i 241 del 2022. Dei casi rilevati nel 2025, 643 riguardano la rete e 320 fatti avvenuti fuori da essa: questi ultimi comprendono tipologie diverse e non vanno confusi con altrettante aggressioni fisiche. Sono episodi conosciuti e classificati dall’Osservatorio, non un censimento completo di ogni manifestazione di odio. La serie documenta comunque una crescita che rende difficile liquidare l’allarme come una semplice impressione delle comunità ebraiche.

La distanza generazionale emerge in più risposte. Alla domanda generale sull’aumento dell’antisemitismo, risponde affermativamente il 28,4% dei 18–24enni, contro il 59,1% degli ultrasessantacinquenni. Quando il quesito introduce il confronto con il periodo precedente al riaccendersi del conflitto israelo-palestinese, la distanza si amplia: percepisce un aumento il 20,9% dei più giovani e il 62,9% degli over 65. Tra i primi, il 44,8% considera il fenomeno invariato. Le due domande hanno formulazioni diverse, ma restituiscono entrambe una minore percezione dell’aggravamento nella fascia più giovane.

Sarebbe scorretto trasformare questi risultati in un atto d’accusa contro un’intera generazione. Il documento non chiarisce le ragioni delle risposte e non riporta la numerosità dei singoli sottogruppi, le modalità di intervista o i relativi margini d’incertezza. Non permette quindi di stabilire quanto pesino la conoscenza dei fatti, le fonti d’informazione, le convinzioni politiche o la stessa idea di antisemitismo. Il divario osservato merita però un’indagine seria. Una possibilità da verificare è che una parte degli intervistati riconosca soprattutto le manifestazioni storiche dell’odio antiebraico, incontrando maggiori difficoltà quando quell’ostilità adotta il linguaggio della mobilitazione politica contemporanea.

Anche la lettura per appartenenza partitica richiede attenzione. Nella domanda generale, l’aumento è percepito dal 62,5% degli elettori di Fratelli d’Italia, dal 58,8% di Forza Italia e dal 55,2% della Lega, contro il 53% del Partito democratico, il 41% di Alleanza Verdi e Sinistra e il 40,6% del Movimento 5 Stelle. Questi numeri segnalano differenze che sarebbe sbagliato ignorare. Sarebbe altrettanto sbagliato utilizzarli per distribuire certificati di immunità morale.

Quando infatti viene esplicitato il riferimento alla ripresa del conflitto, il quadro cambia: riconosce un aumento il 60,9% degli elettori del PD, il 59,4% di quelli di Fratelli d’Italia e il 51,2% di AVS. Le percentuali scendono al 35,2% per Forza Italia, al 31,5% per la Lega e al 30,5% per il Movimento 5 Stelle.
La formulazione del quesito si accompagna dunque a risultati sensibilmente diversi. Selezionare soltanto la tabella più favorevole alla propria parte significherebbe perdere proprio l’informazione più interessante: la percezione dell’antisemitismo è complessa, risente del contesto e non si lascia ridurre a una graduatoria tra schieramenti.

Il nodo politico e culturale riguarda soprattutto il rapporto con Israele. La definizione operativa dell’IHRA, richiamata in apertura della ricerca, distingue la critica a Israele paragonabile a quella rivolta ad altri Paesi dall’antisemitismo. Tra gli esempi che possono configurare quest’ultimo, considerando il contesto, include l’attribuzione agli ebrei di una responsabilità collettiva per le azioni dello Stato israeliano e il ricorso a stereotipi antiebraici per rappresentarlo. È una distinzione essenziale per tutelare insieme la libertà di critica e le persone colpite dall’odio.

Un ebreo italiano non deve rispondere delle decisioni di un governo perché è ebreo. Il suo diritto alla sicurezza, alla parola e alla partecipazione pubblica non può dipendere dalla disponibilità a pronunciare una dichiarazione di dissociazione. Allo stesso modo, il legame con Israele non può diventare una presunzione di colpevolezza. Quando l’appartenenza ebraica viene trattata come qualcosa da giustificare, la discriminazione è già entrata nel discorso pubblico, anche se chi la esercita si considera animato dalle migliori intenzioni.

Il sondaggio suggerisce quindi un lavoro preciso: capire che cosa gli italiani riconoscano concretamente come antisemitismo. Servono domande su comportamenti, slogan, esclusioni e responsabilità collettive, oltre alle valutazioni generali sulla diffusione del fenomeno. Scuole, università, redazioni e partiti dovrebbero misurare la propria capacità di intervenire sugli episodi presenti con la stessa serietà con cui dichiarano di condannare le persecuzioni del passato.

La memoria della Shoah deve fornire strumenti per leggere il presente. Se rimane una cerimonia separata dall’esperienza degli ebrei vivi, perde una parte fondamentale della propria funzione civile. La domanda posta da questi dati riguarda la capacità dell’Italia di riconoscere una discriminazione mentre si manifesta, anche quando disturba le convinzioni del proprio ambiente politico. È su quella capacità, e sulle azioni che ne conseguono, che si misura la credibilità della lotta all’antisemitismo.

Fonte dei dati: OnlyNumbers