C’è qualcosa di profondamente consolante e, nello stesso tempo, terribilmente amaro in ciò che sta accadendo in Italia attorno alla quinta stagione di Fauda.
La serie israeliana è arrivata su Netflix l’8 settembre e, nel giro di appena due giorni, era già salita al secondo posto tra le serie più viste in Italia. Poco importa. Il punto non è la classifica.
Il punto sono le persone. Gli spettatori che guardano una serie televisiva e scoprono, forse per la prima volta non come successione di titoli ma come esperienza umana, che cosa significò per noi il 7 ottobre.
Da israeliano, una parte di me ne è felice: se Fauda riesce a portare dentro una casa italiana anche soltanto una piccola parte della paura, dello smarrimento, della violenza e dell’impotenza di quelle ore, allora ha compiuto qualcosa di importante. Se qualcuno, dopo averla vista, si domanda per la prima volta che cosa sia realmente accaduto quella mattina, non è troppo tardi.
Ma subito dopo arriva l’amarezza. Perché sono passati quasi tre anni.
Tre anni nei quali abbiamo raccontato i kibbutz, le case bruciate, Nova, gli ostaggi trascinati dentro Gaza, le famiglie distrutte. Tre anni di fotografie, filmati, testimonianze, conferenze, articoli. Tre anni durante i quali il 7 ottobre è stato progressivamente trasformato, nella percezione di una parte dell’opinione pubblica occidentale, da causa della guerra a una nota a piè di pagina.
E adesso è una serie televisiva a far dire a qualcuno: «Non avevo capito».
Questa frase dovrebbe farci piacere. Ma dovrebbe anche farci male. Perché conferma quello che abbiamo sempre saputo: che Israele ha perso in partenza sul fronte della comunicazione, sin dai primi giorni di guerra.
Il problema è che abbiamo permesso che la propaganda degli islamisti, rilanciata a gran cassa e reti unificate dai loro complici in Occidente, cancellasse progressivamente nella coscienza delle persone il giorno che l’ha generata.
E su questo anche Israele deve avere il coraggio di interrogarsi: uno Stato capace di mobilitare un esercito in poche ore si è dimostrato del tutto incapace di fare comunicazione, facendo errori grossolani ed elementari.
Lo Stato ha spesso comunicato attraverso comunicati, portavoce, mappe, numeri, infografiche. Ha spiegato moltissimo e raccontato troppo poco, senza riuscire a creare una connessione emotiva con l’opinione pubblica occidentale.
Nel mondo contemporaneo, purtroppo, ed è inutile negarlo, chi riesce a costruire una storia strappalacrime arriva spesso più lontano di chi possiede un archivio di prove.
Poi è arrivato Fauda. Lior Raz e Avi Issacharoff hanno fatto una scelta precisa: raccontare il 7 ottobre attraverso gli occhi israeliani. Raz ha spiegato di sperare che lo spettatore possa guardare negli occhi dei personaggi e capire che cosa abbiamo provato noi.
Proprio questo che mancava.
Non soltanto mostrare al mondo che cosa ci hanno fatto. Fargli sentire, per qualche minuto, che cosa significasse essere noi.
Ed è questo il lato dolce di questa storia: scoprire che, nonostante tre anni di polarizzazione, esistono ancora persone disposte a guardare, ascoltare e perfino cambiare prospettiva.
Quello amaro è domandarsi quante di quelle persone avremmo potuto raggiungere molto prima.
Noi di Israele Senza Filtri, nel nostro infinitamente piccolo, abbiamo provato a farlo dal 7 ottobre: raccontare Israele in italiano mentre tutto accadeva, spesso quando raccontarlo era difficile persino per noi che lo stavamo vivendo.
Per questo davanti al successo italiano di Fauda provo soprattutto una strana malinconia.
Sono contento che qualcuno abbia finalmente visto. Avrei soltanto voluto che non avesse avuto bisogno di Netflix per iniziare a capire.
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Michael Sfaradi presenterà Am Groner Freibad N.5 a giornata europea della cultura ebraica di Cagliari, domenica 13 settembre alle ore 19:00
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Addio Emma, che la Terra ti sia lieve
Emma Bonino è morta oggi a 78 anni. Con lei scompare una delle figure più riconoscibili della politica italiana ed europea dell’ultimo mezzo secolo: radicale, europeista, ministra degli Esteri, commissaria europea, parlamentare italiana ed europea.
Israele Senza Filtri vuole ricordarne un aspetto che rischia di essere marginalizzato nelle commemorazioni di queste ore: il rapporto lungo, politico e non occasionale di Emma Bonino con Israele.
Non era un sostegno acritico. E proprio per questo sarebbe sbagliato trasformarla oggi in qualcosa che non è stata. Bonino ha criticato duramente diversi governi israeliani e, dopo il 7 ottobre, anche la condotta della guerra a Gaza. Ma lo faceva rivendicando contemporaneamente di essere una «vecchia amica di Israele» e riconoscendo senza ambiguità Hamas come organizzazione terroristica nata con l’obiettivo di distruggere Israele. Ancora nel 2024 definiva Hamas un’organizzazione criminale e Israele una democrazia solida, pur contestando Netanyahu e sostenendo la soluzione dei due Stati.
Questa vicinanza aveva radici molto più profonde.
Già tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Duemila, Bonino e il mondo radicale furono protagonisti di una proposta che oggi appare quasi dimenticata: portare Israele dentro l’Unione Europea. Non semplicemente stabilire buoni rapporti con Gerusalemme, ma immaginare l’integrazione dello Stato ebraico nello spazio politico europeo come elemento di stabilizzazione del Medio Oriente. Nel 2002 Bonino partecipò direttamente al Parlamento europeo alla conferenza internazionale «Israele nell’Unione Europea», organizzata dagli eurodeputati radicali e dal Partito Radicale Transnazionale.
Era una linea coerente con una convinzione che avrebbe continuato a rivendicare negli anni. Nel 2015 poteva ancora definirsi esplicitamente «filoisraeliana da sempre», pur ribadendo che essere filoisraeliani non significava approvare automaticamente le politiche di Netanyahu.
Da ministra degli Esteri quella posizione diventò politica dello Stato. Nell’ottobre 2013, ricevendo alla Farnesina il presidente della Knesset Yuli Edelstein, Bonino sottolineò la solidità delle relazioni politiche, economiche e culturali tra Italia e Israele e dichiarò che l’Italia doveva rimanere in prima linea nella lotta contro l’antisemitismo.
Questo è forse il punto che merita di essere ricordato oggi.
Si poteva dissentire da Emma Bonino — e Israele Senza Filtri avrebbe dissentito profondamente da alcune sue valutazioni sulla guerra iniziata il 7 ottobre — senza cancellare ciò che è stata. Criticare Israele non significò, per lei, negare Israele. Criticare un governo israeliano non significò mettere in discussione la legittimità dello Stato ebraico.
È una distinzione che nell’Europa di oggi si è fatta drammaticamente più rara.
Per questo, da una testata dichiaratamente sionista, oggi il saluto può essere semplice: addio Emma Bonino. Su molte cose siamo stati lontani. Su Israele abbiamo avuto anche ragioni profonde per dissentire. Ma l’amicizia che hai rivendicato per lo Stato ebraico appartiene alla tua storia e sarebbe ingiusto dimenticarla.
Israele Senza Filtri vuole ricordarne un aspetto che rischia di essere marginalizzato nelle commemorazioni di queste ore: il rapporto lungo, politico e non occasionale di Emma Bonino con Israele.
Non era un sostegno acritico. E proprio per questo sarebbe sbagliato trasformarla oggi in qualcosa che non è stata. Bonino ha criticato duramente diversi governi israeliani e, dopo il 7 ottobre, anche la condotta della guerra a Gaza. Ma lo faceva rivendicando contemporaneamente di essere una «vecchia amica di Israele» e riconoscendo senza ambiguità Hamas come organizzazione terroristica nata con l’obiettivo di distruggere Israele. Ancora nel 2024 definiva Hamas un’organizzazione criminale e Israele una democrazia solida, pur contestando Netanyahu e sostenendo la soluzione dei due Stati.
Questa vicinanza aveva radici molto più profonde.
Già tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Duemila, Bonino e il mondo radicale furono protagonisti di una proposta che oggi appare quasi dimenticata: portare Israele dentro l’Unione Europea. Non semplicemente stabilire buoni rapporti con Gerusalemme, ma immaginare l’integrazione dello Stato ebraico nello spazio politico europeo come elemento di stabilizzazione del Medio Oriente. Nel 2002 Bonino partecipò direttamente al Parlamento europeo alla conferenza internazionale «Israele nell’Unione Europea», organizzata dagli eurodeputati radicali e dal Partito Radicale Transnazionale.
Era una linea coerente con una convinzione che avrebbe continuato a rivendicare negli anni. Nel 2015 poteva ancora definirsi esplicitamente «filoisraeliana da sempre», pur ribadendo che essere filoisraeliani non significava approvare automaticamente le politiche di Netanyahu.
Da ministra degli Esteri quella posizione diventò politica dello Stato. Nell’ottobre 2013, ricevendo alla Farnesina il presidente della Knesset Yuli Edelstein, Bonino sottolineò la solidità delle relazioni politiche, economiche e culturali tra Italia e Israele e dichiarò che l’Italia doveva rimanere in prima linea nella lotta contro l’antisemitismo.
Questo è forse il punto che merita di essere ricordato oggi.
Si poteva dissentire da Emma Bonino — e Israele Senza Filtri avrebbe dissentito profondamente da alcune sue valutazioni sulla guerra iniziata il 7 ottobre — senza cancellare ciò che è stata. Criticare Israele non significò, per lei, negare Israele. Criticare un governo israeliano non significò mettere in discussione la legittimità dello Stato ebraico.
È una distinzione che nell’Europa di oggi si è fatta drammaticamente più rara.
Per questo, da una testata dichiaratamente sionista, oggi il saluto può essere semplice: addio Emma Bonino. Su molte cose siamo stati lontani. Su Israele abbiamo avuto anche ragioni profonde per dissentire. Ma l’amicizia che hai rivendicato per lo Stato ebraico appartiene alla tua storia e sarebbe ingiusto dimenticarla.
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