Un terremoto di magnitudo 6 ha colpito l'isola di Vanuatu, nell'Oceano Pacifico, secondo quanto riportato dal Servizio geologico tedesco (GFZ), che ha precisato che l'epicentro si è trovato a una profondità di 151 chilometri.
Binance, il più grande exchange di criptovalute al mondo, sta indagando su un "possibile problema di sicurezza" dopo una serie di ingenti trasferimenti dalla piattaforma, riportati per la prima volta da Bloomberg.
Il fondatore dell'exchange, Changpeng Zhao, ha scritto su X Network che "sembra proprio un attacco hacker" e Binance ha affermato che i fondi degli utenti sono al sicuro.
In seguito alle segnalazioni, gli emittenti di stablecoin Tether e Circle hanno congelato oltre 2,3 miliardi di dollari. A seguito di queste segnalazioni, si è registrato un calo del prezzo del Bitcoin, che questa sera si attestava intorno ai 78.700 dollari, con una diminuzione di circa il 3% nelle ultime 24 ore.
Le elezioni israeliane hanno privato Benjamin Netanyahu della maggioranza parlamentare, ma non hanno consegnato all’opposizione i numeri politici necessari per sostituirlo. A due giorni dal voto, mentre lo scrutinio si avvicina alla conclusione, il tentativo di costruire un governo alternativo incontra nuove difficoltà. Il presidente dei Democratici, Yair Golan, ha incontrato il leader del partito arabo Ra’am, Mansour Abbas, nel quadro delle consultazioni per la formazione di un nuovo esecutivo. Poche ore dopo, tuttavia, sono emerse indiscrezioni che descrivono lo stesso Abbas come profondamente pessimista sulla possibilità di dare vita a un governo di minoranza guidato da Gadi Eisenkot.
Secondo Channel 12, Abbas avrebbe confidato ai membri del proprio partito di considerare estremamente debole, se non impossibile, la prospettiva di sostenere dall’esterno un governo guidato dal presidente di Yashar. Una valutazione che, se confermata, rappresenterebbe un ostacolo significativo per le ambizioni dell’opposizione, già divisa sulle condizioni necessarie per arrivare alla formazione di una nuova coalizione.
Il quadro numerico emerso dalle urne spiega la complessità della situazione. Con il 99,9% dei voti scrutinati, il blocco che sostiene Netanyahu dispone di 53 seggi, mentre le formazioni ebraiche contrarie al primo ministro ne controllano 48. I due partiti arabi, Ra’am e Lista Congiunta, raggiungono complessivamente 19 parlamentari, un risultato senza precedenti che attribuisce loro un peso determinante nei nuovi equilibri della Knesset.
Ra’am, in particolare, sale a otto seggi, mentre la Lista Congiunta ne ottiene undici. La distribuzione interna cambia, ma non modifica il rapporto complessivo tra i blocchi.
Sulla carta, sommando i 48 seggi dell’opposizione ebraica ai 19 delle formazioni arabe, si raggiungerebbe una maggioranza di 67 parlamentari, superiore alla soglia di 61 necessaria per controllare la Knesset. Il problema è che questa maggioranza esiste soltanto sul piano aritmetico.
Le principali formazioni del fronte anti-Netanyahu hanno infatti escluso durante la campagna elettorale la possibilità di costituire un governo dipendente dai partiti arabi. Una posizione che oggi rende particolarmente difficile trasformare il risultato elettorale in un’alternativa di governo.
Yair Golan rappresenta, almeno per il momento, l’eccezione. Il presidente dei Democratici è l’unico leader del blocco ebraico contrario a Netanyahu ad aver espresso apertamente disponibilità a una coalizione con Ra’am. Il suo incontro con Abbas assume quindi un significato politico preciso: verificare se esistano le condizioni per superare le divisioni interne all’opposizione e costruire una maggioranza parlamentare.
Nel corso della giornata Golan ha incontrato anche Yair Lapid, numero due di B’Yachad, ribadendo la volontà di proseguire i colloqui con tutte le formazioni interessate a un cambiamento di governo. Parallelamente, Eisenkot e Naftali Bennett hanno avuto un incontro dedicato alle possibili soluzioni dello stallo.
Ma la disponibilità al dialogo non coincide necessariamente con quella a governare insieme. La questione del rapporto con Ra’am continua a dividere i partiti ebraici dell’opposizione, mentre la Lista Congiunta rappresenta un ulteriore elemento di complessità per qualsiasi accordo che richieda il sostegno dell’intero gruppo dei 19 parlamentari arabi.
Le indiscrezioni sul pessimismo di Abbas assumono un significato ancora più rilevante se confrontate con le sue dichiarazioni successive alla chiusura delle urne. Il leader di Ra’am aveva inizialmente manifestato disponibilità a partecipare a un governo guidato da Eisenkot, precisando tuttavia che sarebbe stato necessario verificarne prima la concreta fattibilità parlamentare. Aveva inoltre riferito di contatti con esponenti di entrambi gli schieramenti. La sua posizione non equivale dunque a un rifiuto formale di collaborare con Eisenkot, ma riflette le difficoltà di un negoziato nel quale le distanze politiche rimangono considerevoli.
Nel frattempo, Netanyahu mantiene compatto il proprio blocco. Il primo ministro ha ribadito la volontà di proseguire l’alleanza con i partner della destra religiosa e nazionalista, tra cui Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Anche questa coalizione, tuttavia, si ferma a 53 seggi, otto in meno della maggioranza assoluta.
Israele si trova così davanti a una situazione parlamentare nella quale nessuno dei due principali schieramenti dispone autonomamente dei numeri per governare. Netanyahu conserva la guida dell’esecutivo uscente, mentre Eisenkot deve dimostrare di poter riunire formazioni che condividono l’obiettivo di sostituire il premier, ma non necessariamente una piattaforma politica comune.
A complicare ulteriormente il clima sono le controversie sulle presunte irregolarità elettorali e sulle ipotesi di interferenze straniere, comprese le accuse relative a un possibile coinvolgimento del Qatar nelle attività di mobilitazione dell’elettorato arabo. Le autorità hanno avviato verifiche sulle segnalazioni, ma i sospetti non costituiscono prove di una manipolazione del risultato. La direzione della Commissione elettorale centrale ha inoltre espresso scetticismo sulla possibilità che le accuse di frodi diffuse possano incidere sull’esito delle elezioni.
Eisenkot ha accusato Netanyahu di delegittimare il voto e ha dichiarato di voler impedire qualsiasi tentativo di ostacolare l’insediamento della nuova Knesset. Il leader di Yashar ha inoltre ribadito i propri obiettivi politici, tra cui una nuova disciplina della leva militare e l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre 2023.
I risultati elettorali definitivi sono attesi entro il 4 novembre. Soltanto allora il quadro parlamentare sarà formalmente consolidato, anche se le trattative politiche sono già entrate nel vivo.
Restano aperte diverse possibilità: un accordo tra le formazioni contrarie a Netanyahu con qualche forma di sostegno arabo, una coalizione di unità nazionale che attraversi gli attuali schieramenti oppure il protrarsi dello stallo, con il rischio di dover tornare nuovamente alle urne.
La contraddizione centrale emersa dalle elezioni del 27 ottobre è ormai evidente. Netanyahu ha perso la maggioranza che sosteneva il suo governo, ma l’opposizione non ha ancora trovato una formula condivisa per sostituirlo.
Il colloquio tra Golan e Abbas dimostra che i negoziati sono in corso. Le perplessità attribuite al leader di Ra’am mostrano, invece, quanto sia difficile tradurre quei contatti in un’intesa parlamentare concreta.
Per il momento, la battaglia per il prossimo governo israeliano non si decide più soltanto attraverso il conteggio dei voti, ma soprattutto attraverso la disponibilità dei partiti a rivedere le proprie condizioni politiche. Ed è proprio su questo terreno che si misurerà la possibilità di superare lo stallo prodotto dalle urne.
Si sottolinea che l'indagine è mirata e non intende screditare un intero settore; solo coloro che hanno agito in violazione della legge saranno coinvolti.
Nuovo aggiornamento dello scrutinio delle elezioni legislative israeliane del 27 ottobre.
Secondo i dati parziali pubblicati dalla Commissione elettorale centrale alle 16:57, ora israeliana, il partito islamista Ra’am, guidato da Mansour Abbas, conquista un seggio aggiuntivo, passando da 7 a 8 deputati, a discapito della Lista Araba Unita, che scende da 12 a 11.
La distribuzione complessiva dei 120 seggi della Knesset rimane invariata:
Il conteggio dei voti contenuti nelle cosiddette “doppie buste”, utilizzate principalmente da militari, diplomatici e altre categorie di elettori, è ancora in corso.
Il dato si riferisce a 392.234 schede di questa categoria, su un totale stimato tra 430.000 e 480.000.
Il dato politicamente più significativo è che il trasferimento del seggio tra le due formazioni arabe non modifica i rapporti di forza parlamentari.
Nessuno dei due principali blocchi raggiunge autonomamente la maggioranza assoluta di 61 deputati necessaria per controllare la Knesset.
Israele resta dunque davanti a uno stallo parlamentare, il conteggio degli ultimi voti è terminato ma non dovrebbe cambiare ulteriormente gli equilibri.
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha sottolineato la necessità di un’indagine “approfondita” sulle presunte interferenze straniere sulle elezioni, mettendo al contempo in guardia dal “gettare discredito” sull’intera comunità araba.
Il capo di Stato ha parlato con il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, e con il capo dello Shin Bet, David Zini.
“Seguo con attenzione gli sviluppi dell’indagine sui sospetti emersi questa mattina”, ha affermato, sottolineando che “l’integrità delle elezioni è un valore fondamentale in una democrazia. Le prove e i sospetti devono essere oggetto di un’indagine rigorosa, i responsabili devono essere perseguiti e puniti con il massimo rigore previsto dalla legge”.
“Tuttavia - ha aggiunto - anche in un momento come questo, dobbiamo evitare di gettare discredito su un’intera comunità che ha inteso esercitare il proprio diritto di voto e partecipare attivamente alla vita democratica”.
Il leader di Yashar, Gadi Eisenkot, a capo del blocco dell’opposizione ha ironizzato su X, complimentandosi per il fatto che “Netanyahu condanni finalmente l’interferenza qatariota nello Stato di Israele”.
Un riferimento allo scandalo Qatargate che vede indagati due suoi stretti collaboratori - Jonatan Urich e Eli Feldstein - accusati di aver preso soldi da Doha, sostenitore e finanziatore di Hamas, sia prima che dopo la guerra a Gaza seguita all’attacco del 7 ottobre. “Un’interferenza straniera nello Stato di Israele è una cosa riprovevole e grave come non mai, specialmente quando si tratta di un Paese che finanzia e sostiene l’organizzazione Hamas. E’ grave quando accade nell’ufficio del primo ministro e lo è se accade nel sistema elettorale”, ha proseguito Eisenkot, sostenendo che lo “Shin Bet deve indagare senza pregiudizi i sospetti in modo completo e immediato”.
Sospetti di compravendita di voti, finanziamenti dall’estero e arresti nel Negev. La Commissione Elettorale Centrale chiede l’intervento dei servizi di sicurezza israeliani. Resta da accertare il coinvolgimento diretto di Doha e Ankara.
Le elezioni israeliane del 27 ottobre finiscono al centro di un’inchiesta su possibili interferenze straniere nel processo democratico dello Stato ebraico. Sullo sfondo emergono accuse che chiamano in causa il Qatar e la Turchia, due Paesi il cui ruolo nelle dinamiche politiche regionali e nei rapporti con Hamas alimenta da anni forti tensioni con Gerusalemme.
Il presidente della Commissione Elettorale Centrale, il giudice della Corte Suprema Noam Sohlberg, ha chiesto allo Shin Bet di approfondire informazioni d’intelligence riguardanti presunti finanziamenti provenienti dall’estero e possibili operazioni di compravendita di voti.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, i sospetti riguardano l’impiego di ingenti somme di denaro per influenzare la partecipazione elettorale nelle comunità arabe israeliane. Tra i Paesi citati nelle indiscrezioni figura il Qatar, mentre il presunto coinvolgimento della Turchia necessita ancora di riscontri indipendenti.
Il punto politico è particolarmente delicato. Doha ha mantenuto per anni rapporti finanziari e politici con la Striscia di Gaza, mentre Ankara ha offerto sostegno politico a Hamas e ospitato suoi esponenti. Questi precedenti non dimostrano un’interferenza nelle elezioni israeliane, ma rendono particolarmente importante chiarire l’eventuale provenienza dei finanziamenti sospetti.
L’inchiesta si intreccia con gli arresti effettuati dalla polizia israeliana nel Negev, dove tre uomini sono stati fermati nell’ambito di un’indagine su una presunta compravendita di voti a favore di Ra’am, il partito arabo guidato da Mansour Abbas.
Durante le perquisizioni, gli investigatori hanno sequestrato denaro contante, materiale elettorale e altri elementi ritenuti pertinenti all’inchiesta. Il caso è stato affidato all’unità investigativa Lahav 433.
Ra’am ha respinto le accuse, denunciando una presunta strumentalizzazione politica delle indagini. Non risultano al momento prove pubbliche che colleghino direttamente i vertici del partito a finanziamenti provenienti dai governi qatariota o turco.
La questione supera comunque il singolo episodio di presunta corruzione elettorale. Se venisse dimostrato che capitali riconducibili a interessi stranieri sono stati utilizzati per condizionare il voto israeliano, ci troveremmo davanti a un tentativo di interferenza nella sovranità democratica del Paese.
Nessun governo straniero, Qatar e Turchia compresi, può rivendicare il diritto di condizionare attraverso finanziamenti occulti la rappresentanza parlamentare dei cittadini israeliani. È un principio che deve valere indipendentemente dal partito eventualmente beneficiario.
La presenza di rapporti politici con Hamas rende ancora più necessaria una verifica rigorosa, senza però trasformare sospetti e precedenti diplomatici in prove di responsabilità.
Lo Shin Bet dovrà ora chiarire l’origine del denaro, individuare gli eventuali intermediari e verificare se gli episodi di compravendita di voti siano riconducibili a iniziative locali oppure a una struttura più ampia.
In un Parlamento nel quale pochi seggi possono determinare gli equilibri politici, anche interferenze circoscritte meritano la massima attenzione.
La tutela della democrazia israeliana richiede che ogni sospetto venga esaminato fino in fondo. Se emergeranno responsabilità di Doha, Ankara o di altri attori stranieri, queste dovranno essere documentate e affrontate nelle sedi giudiziarie e diplomatiche competenti.
Le elezioni israeliane appartengono ai cittadini israeliani. Non agli interessi di governi stranieri.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno reso noto di aver effettuato un’operazione straordinaria per garantire il regolare svolgimento dello scrutinio delle elezioni parlamentari del 27 ottobre.
Nella notte tra martedì e mercoledì, decine di urne elettorali provenienti dalle basi militari nel sud di Israele sono state trasportate alla Knesset, a Gerusalemme, a bordo di un elicottero dell’Aeronautica militare israeliana.
L’intervento si è reso necessario a causa delle forti piogge e delle conseguenti alluvioni che hanno colpito le regioni di Eilat e dell’Arava, provocando la chiusura di diverse strade, compreso il principale accesso alla città di Eilat.
Secondo l’IDF, l’operazione è stata organizzata per assicurare che le schede elettorali espresse dai militari raggiungessero in tempo la Commissione Elettorale Centrale e potessero essere incluse nelle operazioni di scrutinio.
Il conteggio dei voti dei militari, effettuato separatamente attraverso il sistema delle cosiddette “doppie buste”, è particolarmente importante in queste elezioni, caratterizzate da un equilibrio estremamente delicato tra i blocchi parlamentari.
Il Qatar è il principale sospettato di interferenza nel processo elettorale israeliano, attraverso il trasferimento di denaro ai partiti arabi a fini corruttivi.
Si sospetta che ingenti somme di denaro siano state trasferite da soggetti arabi con l'obiettivo di aumentare il tasso di partecipazione al voto nel settore arabo attraverso mezzi illegali.