Ci sono genitori ai quali Israele deve continuare a rispondere, anche quando le cerimonie finiscono e le telecamere si spengono. Sono le famiglie delle osservatrici di Nahal Oz, che nel terzo anniversario del 7 ottobre hanno ricordato le proprie figlie e denunciato il loro abbandono. «Non dimenticheremo e non perdoneremo», ha detto Dror Ashram, padre di Shay, una delle sedici militari uccise nella base. Nessuno ha il diritto di stabilire quando quel dolore debba attenuarsi, quale tono debba assumere o quanto possa risultare scomodo.

Ashram ha ricordato un coraggio che merita di entrare nella memoria nazionale: ragazze che continuavano a trasmettere informazioni mentre i terroristi irrompevano, che aiutavano le compagne a salutare i genitori, che cercavano di rassicurare gli altri dentro il proprio terrore. Ha chiesto che il loro eroismo venga riconosciuto. Quelle osservatrici avevano anche segnalato, prima dell’attacco, attività e preparativi del nemico: avvertimenti rimasti inascoltati. In questa distanza fra la professionalità di chi guardava il confine e il fallimento di chi doveva ascoltare si trova una delle ferite più profonde del 7 ottobre.

La responsabilità degli assassinii appartiene ai terroristi di Hamas. È una responsabilità piena, deliberata, che nessuna discussione sulle carenze israeliane può attenuare. Accanto a questa certezza esiste un dovere dello Stato verso i propri cittadini e soldati: ricostruire come sia stato possibile lasciarli esposti a quella furia. Chi aveva le informazioni? Come furono valutate? Quali decisioni vennero prese, quali omesse? Quali convinzioni impedirono di riconoscere ciò che stava accadendo? Le risposte devono poggiare su documenti, testimonianze e responsabilità accertate. Devono attraversare ogni livello coinvolto, militare, d’intelligence e politico, senza riguardi per il grado o per l’appartenenza.

Per Israele Senza Filtri, dichiaratamente sionista, questa richiesta discende direttamente dall’idea di Israele che difendiamo. La sovranità ebraica comporta il potere di proteggerci e l’obbligo di rispondere quando quella protezione fallisce. Affidare un figlio allo Stato significa stringere un patto di fiducia immenso. Il servizio militare comporta rischi, anche estremi; proprio per questo ogni segnalazione deve essere presa sul serio, ogni vulnerabilità valutata, ogni vita considerata una responsabilità concreta. La fiducia si ricostruisce mostrando che cosa è accaduto e quali cambiamenti impediranno il ripetersi degli stessi errori.

L’accertamento delle responsabilità deve essere indipendente, completo e capace di produrre conseguenze. Anche il riconoscimento dell’eroismo delle ragazze deve accompagnarsi a questo lavoro. Sarebbe intollerabile celebrare il loro coraggio e lasciare irrisolte le domande sulle condizioni nelle quali furono costrette a dimostrarlo. E sarebbe altrettanto indegno usare le famiglie come strumenti di una contesa politica: la verità va cercata fino in fondo, anche quando contraddice le convenienze del proprio schieramento.

Israele ha il diritto di vivere, difendersi e vincere. Ha anche il dovere di guardare dentro la propria catastrofe. Le conquiste successive possono rendere più sicuro il futuro; nessuna può modificare ciò che quelle ragazze hanno vissuto o saldare il debito nei loro confronti. A Nahal Oz il coraggio c’è stato. Lo hanno dimostrato loro. Adesso lo Stato deve dimostrare il proprio, sostenendo fino in fondo il peso della verità.