Lion Udler arriva a Brescia per parlare del 7 ottobre e, come per incanto, un centinaio di sedicenti antifascisti scopre che la libertà di parola è bellissima purché a parlare siano loro. «Via da Brescia», gridano. Meraviglioso. Ottant’anni dopo la fine del fascismo, quelli che dell’antifascismo hanno fatto una patente morale permanente si presentano in piazza per spiegare a un ebreo israeliano dove può andare, dove può parlare e, possibilmente, da quale città dovrebbe togliere il disturbo. Il manganello non c’è più, il fez neppure: sono rimaste le ciabatte, la kefiah d’ordinanza e quella formidabile convinzione di essere proprietari dello spazio pubblico. Le SA in ciabatte.
Lion Udler, peraltro, non è semplicemente un veterano dell’IDF — cosa che sarebbe già di per sé perfettamente onorevole. Per chi racconta Israele in lingua italiana è qualcosa di più: è stato uno dei pionieri di quella contro-narrazione che, molto prima che diventasse una necessità per tutti, aveva compreso una cosa elementare. Se lasci il racconto di Israele nelle mani di chi lo detesta, alla fine non avrai informazione su Israele, ma la caricatura di Israele costruita dai suoi nemici. Su Telegram Lion ha aperto una strada e nella galassia sionista italiana gli dobbiamo in molti qualcosa, Israele Senza Filtri compreso. Non abbiamo alcuna difficoltà a dirlo, soprattutto in un’epoca in cui è diventato assai più facile salire sul carro che ricordarsi di chi cominciò a spingerlo quando non interessava quasi a nessuno.
Ma sia chiara soprattutto un’altra cosa: Lion Udler non ha bisogno della nostra solidarietà. La solidarietà si offre a chi è stato ridotto all’impotenza, a chi è stato schiacciato, a chi deve essere raccolto da terra. Lion non è in nessuna di queste condizioni. È andato a Brescia esattamente per fare ciò che voleva fare: parlare. E ha parlato. Mentre fuori qualcuno pretendeva di stabilire se avesse diritto di trovarsi in quella città, dentro un palazzo della stessa città un ebreo israeliano esercitava il diritto che la democrazia italiana gli riconosce. Lion aveva già ottenuto ciò che voleva nel momento stesso in cui è entrato nella sala.
Ed è proprio questo a rendere istruttiva la sceneggiata davanti alle transenne. Perché «Udler fuori da Brescia» non significa «Udler ha torto». Non è una confutazione: è un’intimazione. Non si risponde alle sue idee, si pretende di stabilire se abbia titolo per pronunciarle. Qui cade la maschera di quella parte del movimento pro-Pal che non si limita a rivendicare il proprio sacrosanto diritto di manifestare, ma vorrebbe acquisire anche il privilegio di decidere chi possa parlare, chi possa entrare in una sala, chi sia politicamente accettabile e chi debba invece essere dichiarato persona non gradita.
Poi, naturalmente, tutto questo viene chiamato antifascismo. È una delle più straordinarie assoluzioni preventive del nostro tempo: basta proclamarsi antifascisti e si può immaginare che qualsiasi comportamento successivo diventi automaticamente democratico. Anche cercare di impedire una conferenza. Anche chiedere che un relatore se ne vada dalla città. Anche trasformare la presenza di un israeliano in un problema di ordine pubblico. Gli stessi che da anni invitano a «occupare gli spazi», «prendere parola» e «rompere il silenzio» diventano improvvisamente allergici allo spazio e alla parola quando a esercitarli è qualcuno che non appartiene alla loro tribù politica. Denunciano ogni esclusione come fascismo e poi inventano l’antifascismo dell’esclusione.
Vorrebbero, in sostanza, mettere una dogana ideologica all’ingresso di Brescia. Passaporto, prego. Israeliano? Sionista? Ex IDF? Spiacenti, la città è piena. Ed è precisamente qui che la dichiarazione di Lion centra il punto: Brescia non appartiene ai pro-Pal. Come non appartengono ai pro-Pal Roma, Milano, Torino, Bologna, le università o le piazze italiane.
Appartengono ai cittadini, compresi quelli che li contraddicono; agli ebrei, agli israeliani, ai sionisti e persino — terribile scoperta — a chi ha servito nell’esercito dello Stato d’Israele. Nessuno deve chiedere permesso, scusarsi per la propria presenza o sottoporre la propria agibilità democratica alla benevolenza di una piazza urlante.
Per questo a Lion non diciamo «siamo solidali con te». Gli diciamo qualcosa di molto più semplice: ben fatto. Vai dove ti pare, parla dove ti invitano, torna a Brescia quando vuoi. Perché la libertà di espressione non si difende chiedendo ai fanatici il permesso di usarla: si esercita. E il modo più efficace per ricordare alle SA in ciabatte che non sono padrone della città è forse proprio questo: attraversare il loro cordone, entrare nella sala, prendere il microfono e parlare. Loro, fuori, possono continuare a gridare.
Lion Udler in trasferta a Brescia fa impazzire le SA in ciabatte
Modificato il 5 ottobre 2026 alle 12:25
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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