Un sistema composto da migliaia di agenzie militari, società di copertura e intermediari internazionali ha consentito all’Iran di continuare a importare equipaggiamenti strategici nonostante le sanzioni occidentali e le restrizioni imposte dagli Stati Uniti. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata oggi dall’agenzia Reuters, realizzata con la collaborazione della società di analisi israelo-americana 240 Analytics, che ha ricostruito una vasta rete di approvvigionamento riconducibile agli apparati militari della Repubblica islamica.
Secondo i documenti esaminati, tra gennaio 2025 e giugno 2026 una sola delle agenzie individuate avrebbe importato materiali militari per circa 2,3 miliardi di dollari. Una cifra considerevole, che solleva interrogativi sull’efficacia delle sanzioni internazionali e sulla capacità di Teheran di mantenere operative le proprie catene di approvvigionamento, anche durante le fasi più intense del confronto militare con Israele e Stati Uniti.
L’indagine ha identificato oltre 5.000 agenzie contraddistinte dalla sigla MOD, seguita da un codice numerico, tutte riconducibili al Ministero della Difesa e della Logistica delle Forze Armate iraniane, noto come MODAFL. Le entità condividono lo stesso indirizzo istituzionale e presentano caratteristiche amministrative ricorrenti. Nei registri ufficiali molte riportano come data di costituzione l’11 febbraio 1979, giorno della vittoria della rivoluzione islamica, sebbene numerose strutture siano state effettivamente create nel 2013, durante una fase di particolare pressione delle sanzioni occidentali.
La rete avrebbe permesso agli apparati militari iraniani di effettuare acquisti attraverso intermediari commerciali, società estere e canali finanziari difficili da individuare. Una parte significativa delle operazioni sarebbe stata sostenuta dai proventi delle esportazioni petrolifere clandestine, consentendo a Teheran di utilizzare risorse finanziarie già disponibili all’estero.
Uno degli aspetti più significativi riguarda proprio i pagamenti. Secondo i dati analizzati da Reuters, il 97% delle spedizioni esaminate risultava regolato senza trasferimenti valutari diretti. Un meccanismo che permette di ridurre il ricorso alle normali transazioni bancarie internazionali, sulle quali si concentrano molti dei controlli destinati a impedire il finanziamento delle attività militari iraniane.
Al centro della ricostruzione figura l’agenzia MOD 346428, attraverso la quale sarebbero transitati acquisti per circa 2,3 miliardi di dollari nel periodo considerato. L’inchiesta si fonda sull’esame di migliaia di documenti bancari, registri societari, fatture e dati doganali, con verifiche incrociate su parte di circa 19.000 registrazioni relative alle importazioni.
La scoperta della rete è partita dal lavoro di Noam Binstok, analista di 240 Analytics, che nel giugno 2025 ha individuato alcune anomalie esaminando documenti della banca iraniana Sepah, istituto finanziario che gestisce anche pagamenti salariali e pensionistici per i Guardiani della Rivoluzione islamica.
Binstok ha osservato che migliaia di conti bancari appartenevano a soggetti con denominazioni simili, identificativi numerici e lo stesso indirizzo di registrazione. Approfondendo l’analisi, è emerso che alla fine del 2024 soltanto 36 di queste agenzie detenevano complessivamente circa 1,2 miliardi di dollari in conti valutari, mentre il resto della rete disponeva di ulteriori fondi in valuta locale per un controvalore stimato di circa 1,8 miliardi di dollari.
L’incrocio degli identificativi societari con i documenti bancari e doganali ha consentito agli investigatori di ricostruire numerose transazioni e individuare collegamenti tra gli apparati militari, gli intermediari finanziari e i destinatari delle merci.
Reuters ha inoltre identificato rapporti tra 91 agenzie e numeri telefonici associati a personale dei Pasdaran nei registri bancari, evidenziando la presenza di connessioni tra la rete commerciale e le strutture militari della Repubblica islamica.
Le importazioni documentate comprendono componenti per motori aeronautici, sostanze chimiche utilizzabili nella produzione di propellenti, esplosivi, detonatori, titanio e macchinari industriali di precisione. Si tratta di materiali che possono avere applicazioni civili, ma che risultano anche fondamentali per la produzione e la manutenzione di sistemi d’arma, missili e velivoli senza pilota.
Le merci sarebbero arrivate in Iran attraverso rotte marittime, terrestri e aeree, con origini dichiarate comprendenti Cina, Russia, Germania e altri Paesi europei. La presenza di questi Paesi nei registri commerciali non dimostra necessariamente il coinvolgimento consapevole dei rispettivi governi, poiché numerosi componenti possono essere acquistati attraverso rivenditori e intermediari senza che il produttore originario conosca la destinazione finale.
Tra gennaio e aprile 2025, l’agenzia MOD 346428 avrebbe importato 886 tonnellate di sostanze chimiche attraverso il complesso portuale di Bandar Abbas. I codici doganali comprendevano categorie di materiali utilizzabili nella produzione di propellenti solidi, impiegati anche nei sistemi missilistici.
Reuters ha esaminato queste importazioni anche nel contesto della devastante esplosione avvenuta nel porto il 26 aprile 2025, che provocò almeno 70 morti e oltre 1.200 feriti. L’indagine non ha tuttavia potuto stabilire se l’ultima spedizione individuata fosse direttamente responsabile dell’incidente.
Nel febbraio 2026, poco prima dell’inizio della guerra del 28 febbraio, sarebbero inoltre arrivate in Iran 93 tonnellate di titanio cinese, insieme a centinaia di tonnellate di nitrocellulosa e altre sostanze chimiche. Il titanio trova applicazione nell’industria aerospaziale e nella produzione di componenti resistenti alle alte temperature, mentre la nitrocellulosa può essere utilizzata nella fabbricazione di propellenti ed esplosivi.
Particolarmente rilevanti risultano anche le forniture provenienti dalla Russia. Dal gennaio 2025, i documenti individuano cinque spedizioni di detonatori per un valore complessivo di circa 7,6 milioni di dollari, compresa una consegna da 1,9 milioni effettuata nel giugno 2026.
Un altro capitolo dell’inchiesta riguarda l’importazione di veicoli industriali europei, potenzialmente utilizzabili per il trasporto logistico militare o come piattaforme mobili per sistemi missilistici.
Reuters ha ricostruito una transazione risalente al 2022, quando un commerciante iraniano residente in Italia acquistò sei camion Iveco Eurocargo per 426.000 euro. I veicoli furono trasferiti attraverso una società con sede a Dubai e successivamente spediti al porto iraniano di Bandar Abbas.
Il destinatario finale risultava collegato all’agenzia MOD 346428, mentre la documentazione indicava una consegna alla società Sahara Thunder, successivamente sanzionata dagli Stati Uniti nel 2024 per il suo coinvolgimento nella produzione e nella fornitura di droni iraniani alla Russia.
Tra gennaio 2025 e giugno 2026, la stessa agenzia iraniana avrebbe importato ulteriori 435 camion Iveco. Reuters ha verificato alcuni dei veicoli attraverso immagini satellitari, filmati e numeri identificativi dei telai.
Iveco ha dichiarato di adottare misure contrattuali per impedire destinazioni vietate e impieghi militari non autorizzati, precisando tuttavia di non poter controllare le successive rivendite effettuate da soggetti terzi estranei ai propri rapporti commerciali.
L’indagine cita anche migliaia di veicoli Toyota Hilux e Land Cruiser, modelli frequentemente utilizzati dalle forze iraniane e dalle organizzazioni armate alleate, anche dopo modifiche destinate al trasporto di armamenti. Toyota ha dichiarato di non svolgere attività commerciali in Iran e di non essere stata coinvolta negli acquisti descritti.
La capacità iraniana di mantenere operativi questi canali emerge con particolare evidenza dai dati relativi ai mesi successivi all’inizio della guerra.
Nel marzo 2026, il valore mensile delle importazioni militari individuate era diminuito del 47%, raggiungendo circa 54 milioni di dollari. Già a maggio, tuttavia, il valore era risalito a 77 milioni, indicando una ripresa almeno parziale dei flussi commerciali.
I materiali avrebbero continuato a raggiungere l’Iran attraverso il Mar Caspio dalla Russia, collegamenti terrestri dall’Asia centrale e voli cargo provenienti dalla Cina. Dall’inizio del conflitto risultano inoltre merci per 27 milioni di dollari con origine dichiarata negli Emirati Arabi Uniti, quasi tutte arrivate via mare.
Le autorità cinesi hanno dichiarato di non essere a conoscenza delle circostanze descritte dall’inchiesta, respingendo i tentativi di collegare Pechino alle ostilità regionali. Le autorità iraniane interpellate da Reuters non hanno fornito risposte dettagliate, mentre il Dipartimento del Tesoro statunitense ha sostenuto che Washington ha già interrotto importanti canali di finanziamento del regime e continua a contrastare le operazioni finalizzate all’elusione delle sanzioni.
Per Israele, quanto emerso rappresenta un elemento di particolare importanza nella valutazione delle capacità militari iraniane e, soprattutto, della possibilità che Teheran riesca a ricostituire parte del proprio arsenale dopo le operazioni condotte contro le sue infrastrutture strategiche.
La distruzione di impianti produttivi, depositi, basi militari e infrastrutture missilistiche può ridurre significativamente le capacità operative di un avversario. Tuttavia, l’efficacia di queste operazioni nel lungo periodo dipende anche dalla possibilità di impedire che i componenti distrutti vengano sostituiti e che le linee di produzione possano essere riattivate.
Se l’Iran conserva accesso a sostanze chimiche, materiali strategici, macchinari industriali e tecnologie a duplice uso, la ricostituzione di determinate capacità militari potrebbe risultare più rapida di quanto suggeriscano i soli danni provocati dagli attacchi.
Questo non significa che la Repubblica islamica abbia già recuperato integralmente le proprie capacità belliche. I documenti commerciali non permettono di stabilire quanti missili siano stati effettivamente prodotti, quanti droni siano stati assemblati o quale sia l’attuale disponibilità operativa delle unità militari iraniane. Dimostrano però che le restrizioni internazionali non sono riuscite a interrompere completamente l’approvvigionamento di materiali destinati al settore della difesa.
La questione assume una dimensione ancora più significativa considerando che, secondo Reuters, nessuna delle agenzie numerate individuate nell’indagine risultava specificamente designata nei provvedimenti sanzionatori occidentali esaminati.
In altre parole, mentre le principali istituzioni militari iraniane erano sottoposte a restrizioni, una rete composta da migliaia di entità amministrative avrebbe continuato a operare attraverso canali commerciali e finanziari internazionali.
È proprio questa frammentazione a rendere particolarmente complessa l’applicazione delle sanzioni. Identificare un’organizzazione militare e vietarle l’accesso ai mercati internazionali non equivale necessariamente a individuare tutte le società, gli intermediari e le strutture attraverso le quali essa può continuare ad acquistare materiali.
L’inchiesta mette così in luce una delle principali difficoltà della pressione economica contro Teheran: la capacità dell’apparato militare iraniano di adattarsi alle restrizioni, distribuendo le operazioni tra soggetti diversi e sfruttando le vulnerabilità dei sistemi di controllo internazionali.
Per Washington e i suoi alleati, la sfida non consiste soltanto nell’imporre nuove sanzioni, ma nel ricostruire i collegamenti effettivi tra società commerciali, istituti finanziari e destinatari militari, intervenendo prima che i materiali raggiungano il territorio iraniano.
Per Israele, invece, il problema è eminentemente strategico. La possibilità di colpire le infrastrutture militari della Repubblica islamica deve essere valutata insieme alla capacità iraniana di ricostruirle, finanziarle e rifornirle attraverso reti internazionali.
L’indagine Reuters dimostra che la competizione militare con Teheran non si svolge soltanto nei cieli del Medio Oriente, negli impianti missilistici o nelle basi dei Pasdaran, ma anche nei porti commerciali, nei registri doganali, nelle società di intermediazione e nei circuiti finanziari internazionali.
La Repubblica islamica ha costruito un sistema nel quale la capacità militare e quella economico-commerciale risultano profondamente intrecciate. Neutralizzare una parte della prima senza compromettere la seconda rischia di produrre risultati meno duraturi.
La conclusione strategica è che distruggere un arsenale non significa necessariamente impedire al nemico di ricostruirlo. Finché Teheran conserverà accesso alle risorse finanziarie, ai componenti industriali e alle reti commerciali necessarie a sostenere la propria industria militare, la pressione esercitata da Israele e dagli Stati Uniti potrebbe non essere sufficiente a neutralizzare stabilmente la minaccia rappresentata dalla Repubblica islamica.
Iran, la rete segreta degli apparati militari che aggira il blocco americano: oltre 2 miliardi di dollari in forniture strategiche
Modificato il 29 ottobre 2026 alle 20:43
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
Apri il post originale