C’è un modo molto semplice per capire quando il giornalismo smette di difendere il giornalismo e comincia a difendere una narrazione: basta osservare cosa succede quando un reporter porta davanti a una telecamera qualcosa che quella narrazione preferirebbe non vedere.

Giovan Battista Brunori è entrato nella Striscia di Gaza e ha mostrato al pubblico del Tg1 i tunnel di Hamas: infrastrutture sotterranee dotate di elettricità, ventilazione, servizi, munizioni ed esplosivi, costruite per consentire ai miliziani di operare e ripararsi nel sottosuolo. Il servizio è andato in onda il 23 settembre.

Il giorno dopo arriva USIGRai. E improvvisamente il problema non sono più i tunnel.

Il problema diventa averli mostrati.

Nel comunicato del sindacato, quel reportage viene inserito tra gli esempi di una presunta “piega dell’informazione di Servizio Pubblico ai temi della propaganda”, contestando in particolare la conclusione secondo cui Hamas avrebbe utilizzato il sistema sotterraneo mentre la popolazione civile rimaneva in superficie.

È una concezione del giornalismo semplicemente surreale.

Se un giornalista entra in un tunnel, accende una telecamera e mostra ciò che trova, non sta facendo propaganda perché quelle immagini disturbano la narrativa preferita di qualcuno. Sta facendo esattamente il suo mestiere.

Il compito di Brunori non è rassicurare USIGRai. Non è produrre il servizio che piace alla piazza, al sindacato o alla corrente ideologica del momento. È andare dove può andare, vedere ciò che può vedere, verificare ciò che può verificare e raccontarlo.

E qui arriva la parte quasi comica.

Il 29 luglio era la stessa USIGRai a esprimere “ferma e convinta solidarietà” a Brunori dopo le intimidazioni antisemite subite (…senza nemmeno essere ebreo!), ricordando correttamente che il diritto di critica non può trasformare un giornalista in un bersaglio.

Due mesi dopo, davanti a un reportage sgradito, ecco Brunori finire indirettamente nel comunicato sulla “propaganda”.

Solidale quando viene minacciato per circostanza, propagandista quando mostra qualcosa che non piace a certa sinistra terzomondista.

Curiosa questa idea della libertà di stampa…

La libertà di informazione vale soprattutto quando il giornalista porta una notizia che mette in difficoltà le nostre convinzioni. Altrimenti non è libertà: è semplicemente la pretesa che il servizio pubblico confermi ciò che abbiamo già deciso essere vero.

Noi preferiamo un giornalista dentro un tunnel con una telecamera a cento sacerdoti rossi della “narrazione corretta” seduti davanti a un comunicato sindacale.

Giovan Battista Brunori ha mostrato. Ora sarà il pubblico a riflettere (si spera) e a giudicare.

È così che dovrebbe funzionare il giornalismo.

Non serve il permesso del soviet, di USIGRai.