Dal collasso delle comunicazioni all’eliminazione di Hassan Nasrallah: tra il 17 e il 27 settembre 2024 Israele trasformò quasi un anno di guerra d’attrito al confine settentrionale in una campagna concentrata contro il sistema di comando, le capacità operative e la leadership di Hezbollah.
Due anni fa, alle 18:21 del 27 settembre 2024, l’aviazione israeliana colpiva il quartier generale sotterraneo di Hezbollah nella Dahiya di Beirut. Secondo l’IDF, 83 bombe furono impiegate nell’attacco che uccise Hassan Nasrallah, Ali Karki e altri dirigenti dell’organizzazione. Hezbollah confermò la morte del proprio segretario generale il giorno successivo.
Ma per comprendere realmente quel bombardamento bisogna tornare indietro. Perché l’eliminazione di Nasrallah non fu un episodio isolato: fu l’ultimo atto di una sequenza che, nel giro di pochi giorni, colpì simultaneamente comunicazioni, comando, forze d’élite, apparato missilistico e componente aerea di Hezbollah.
Hezbollah aveva aperto il fronte settentrionale l’8 ottobre 2023, il giorno successivo all’attacco di Hamas, iniziando una campagna di lanci e attacchi contro Israele che avrebbe costretto decine di migliaia di israeliani ad abbandonare le comunità vicine al confine.
Il 27 luglio 2024 arrivò uno dei momenti di rottura.
Un razzo colpì un campo da calcio a Majdal Shams, uccidendo dodici bambini e adolescenti. Israele e Stati Uniti attribuirono l’attacco a Hezbollah; l’organizzazione libanese negò ogni responsabilità. L’IDF identificò l’arma come un Falaq-1 di fabbricazione iraniana.
Tre giorni dopo Israele colpì Beirut ed eliminò Fuad Shukr, indicato dall’IDF come il più alto comandante militare di Hezbollah, responsabile dell’unità strategica e uomo di fiducia di Nasrallah.
Era il primo segnale evidente che qualcosa stava cambiando.
Per quasi un anno il fronte libanese era stato gestito prevalentemente attraverso una logica di contenimento e risposta. Dall’estate del 2024, invece, l’obiettivo israeliano cominciò progressivamente a spostarsi: non soltanto rispondere al fuoco di Hezbollah, ma creare le condizioni militari necessarie al ritorno degli evacuati del nord.
E per farlo bisognava colpire il sistema Hezbollah, non soltanto i suoi lanciarazzi.
L’8 settembre un’operazione rimasta inizialmente segreta anticipò ciò che sarebbe accaduto pochi giorni dopo.
Più di cento operatori dell’unità speciale Shaldag penetrarono nell’area di Masyaf, in Siria, durante l’operazione “Many Ways”, distruggendo una struttura sotterranea destinata alla produzione di missili di precisione. L’IDF avrebbe reso pubblici i dettagli soltanto mesi dopo.
Il significato strategico dell’operazione andava oltre il singolo impianto: la guerra contro Hezbollah stava uscendo dai confini del Libano e colpiva anche le infrastrutture che sostenevano la sua capacità di armarsi.
Poi arrivò il 17 settembre.
Nel pomeriggio del 17 settembre 2024, migliaia di cercapersone utilizzati da membri di Hezbollah esplosero quasi simultaneamente in Libano. Il giorno successivo furono colpiti anche centinaia di apparati radio.
L’effetto non fu soltanto fisico. Fonti interne descrissero Hezbollah come un’organizzazione temporaneamente gettata nel disordine da una compromissione senza precedenti del proprio sistema interno di comunicazione.
La devastazione provocata dall’operazione dei cercapersone non investì soltanto l’apparato militare e la sicurezza interna di Hezbollah. Secondo le testimonianze rese pubbliche mesi dopo dai figli di Hassan Nasrallah, anche il leader dell’organizzazione ne fu profondamente scosso sul piano personale.
La figlia Zeinab raccontò ad Al-Manar di aver saputo dalla madre che Nasrallah pianse dopo l’attacco dei beeper; il figlio Mohammed Jawad riferì invece che il padre aveva già accusato duramente l’eliminazione di Fuad Shukr e che, dopo l’operazione dei cercapersone, chi lo incontrava osservava che “non era più lo stesso”.
Alcune ricostruzioni hanno tradotto queste parole parlando di depressione, ma non esiste una valutazione clinica pubblica che permetta di formulare una diagnosi retrospettiva.
Ciò che è documentabile è il peso emotivo attribuito dalla sua stessa famiglia alla sequenza Shukr–beeper: nel giro di poche settimane Nasrallah aveva visto colpiti uno dei suoi collaboratori più importanti, migliaia di uomini della propria organizzazione e soprattutto un sistema di comunicazione che Hezbollah riteneva sufficientemente sicuro da essere stato adottato proprio per sottrarsi alla penetrazione israeliana.
Nel discorso del 19 settembre, lo stesso Nasrallah definì quanto accaduto un colpo “senza precedenti” per Hezbollah, pur insistendo pubblicamente sulla capacità dell’organizzazione di continuare la guerra.
Le testimonianze familiari emerse successivamente restituiscono quindi l’altra faccia di quelle parole: dietro la dimostrazione pubblica di controllo, quei giorni avevano prodotto anche un evidente trauma personale e organizzativo.
Quello fu il punto di partenza della valanga.
Il 20 settembre, un attacco israeliano nella Dahiya eliminò Ibrahim Aqil, capo delle operazioni di Hezbollah e comandante di fatto della forza Radwan. Con lui furono uccisi altri quindici membri dell’organizzazione, tra cui numerosi comandanti della stessa unità d’élite.
Secondo l’IDF, Aqil e quella struttura di comando erano tra gli artefici del piano per la “conquista della Galilea”, concepito per infiltrare forze di Hezbollah all’interno delle comunità israeliane settentrionali.
Non si stava più colpendo soltanto la periferia dell’organizzazione.
Si stava risalendo la sua catena di comando.
Il 23 settembre l’IDF annunciò formalmente il nome della nuova campagna: “Northern Arrows” — Frecce del Nord. Nelle ventiquattro ore di quella fase iniziale Israele dichiarò di aver colpito circa 1.300 obiettivi di Hezbollah in Libano, tra missili da crociera, razzi pesanti, depositi, lanciatori e altre infrastrutture militari.
Il giorno successivo venne eliminato Ibrahim Qabisi, capo dell’apparato missilistico e dei razzi dell’organizzazione, insieme ad altri comandanti del settore.
Il 26 settembre toccò a Muhammad Hussein Sarur, comandante dell’unità aerea di Hezbollah, responsabile secondo l’IDF di programmi riguardanti droni, missili da crociera e altri sistemi senza pilota.
In meno di una settimana Israele aveva quindi colpito quattro livelli differenti della macchina militare di Hezbollah: comunicazioni, forza d’assalto Radwan, apparato missilistico e componente aerea.
Mancava il vertice.
Nasrallah continuava a dirigere Hezbollah dal proprio quartier generale sotterraneo nella Dahiya.
Alle 18:21 del 27 settembre 2024, l’aviazione israeliana colpì.
L’IDF ha successivamente dichiarato che l’intelligence aveva localizzato il bunker e seguito Nasrallah nei giorni precedenti. Nel momento dell’attacco si trovavano con lui altri membri della leadership, tra cui Ali Karki, comandante del fronte meridionale di Hezbollah.
La morte di Nasrallah chiuse simbolicamente quei dieci giorni.
Quattro giorni dopo la morte di Nasrallah, il 1° ottobre, le forze israeliane iniziarono l’operazione terrestre dichiarata nel sud del Libano.
Nasrallah non la vide.
Per quasi vent’anni Hezbollah aveva costruito la propria deterrenza attorno all’idea che una nuova guerra con Israele avrebbe prodotto costi talmente elevati da impedire a Gerusalemme di spingersi fino al cuore dell’organizzazione.
Tra il 17 e il 27 settembre 2024 quella convinzione subì il colpo più grave dalla nascita del movimento.
Dieci giorni.
Dai cercapersone al bunker della Dahiya.
Gli ultimi dieci terribili giorni della vita di Nasrallah
Modificato il 27 settembre 2026 alle 15:58
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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