Tre anni dopo, prima dei bilanci, delle analisi e delle parole sulla rinascita, vengono i nomi. Shiri. Ariel. Kfir. E insieme a loro tutti quelli che nessun anniversario potrà restituire alle proprie famiglie. Questa mattina Yarden Bibas ha scritto alla moglie e ai suoi bambini: «Scusatemi perché voi siete lassù e io sono qui». È una frase davanti alla quale ogni retorica deve fermarsi. Nessuno dovrebbe dover chiedere perdono per essere sopravvissuto. E nessuno ha il diritto di chiedere a un sopravvissuto di trasformare il proprio dolore in una lezione di ottimismo per gli altri.

Il nostro ricordo abbraccia le vittime del massacro del 7 ottobre, gli ostaggi assassinati, tutti i caduti nella difesa di Israele e i civili uccisi durante questi tre anni. Soldati e soldatesse, riservisti, agenti, soccorritori: persone che avevano una famiglia, una personalità unica, sogni e progetti lasciati a metà. Non esistono morti di secondo piano, né famiglie il cui lutto valga meno perché il nome del loro caro non è diventato conosciuto. E accanto alla memoria dei caduti c’è un dovere verso i feriti, verso chi affronta una riabilitazione, verso chi porta una guerra dentro di sé anche quando intorno torna il silenzio. Onorarli significa esserci anche domani, quando le cerimonie saranno finite.

È proprio per rispetto di queste vite, non per dimenticarle, che diciamo: la miglior vendetta è vivere.

Vivere significa impedire al terrorismo di ottenere anche ciò che viene dopo il massacro: un popolo paralizzato, una società senza fiducia, una generazione convinta che costruire non abbia più senso. Significa difendere il diritto dei nostri figli ad avere un futuro che non sia soltanto la prosecuzione del nostro lutto.

Questo è il primo anniversario del 7 ottobre senza ostaggi ancora trattenuti a Gaza: sono tornati i sopravvissuti e sono state recuperate o restituite le salme di chi non è tornato vivo. È un passaggio fondamentale, ma non autorizza a confondere una liberazione con una restituzione funebre. Riabbracciare una persona e poterle finalmente dare sepoltura non sono la stessa cosa. Per molte famiglie, il ritorno non ha chiuso la tragedia: le ha dato un luogo nel quale piangere.

In questi tre anni Israele ha però dimostrato che essere stato colpito nel modo più terribile non significava essere destinato alla sconfitta. Yahya Sinwar, principale responsabile del massacro, Hassan Nasrallah, alla guida della macchina militare di Hezbollah, Khamenei, l’orribile despota iraniano, sono stati raggiunti ed eliminati.

Sono risultati concreti contro uomini che avevano organizzato o alimentato la guerra contro Israele. L’IDF, lo Shin Beth e il Mossad hanno spezzato la pretesa di poter dirigere il terrorismo restando per sempre al riparo dalle conseguenze.

Esistono poi progressi compiuti non soltanto nonostante la guerra, ma accelerati dalla necessità di affrontarla. Iron Dome ha ricevuto decine di aggiornamenti operativi derivati dall’esperienza quotidiana del conflitto. Nel dicembre 2025 è stato consegnato alle forze armate il primo sistema operativo Iron Beam, aggiungendo la difesa laser agli strumenti destinati a contrastare le minacce aeree. Una nuova capacità costruita per salvare vite. La guerra non è un bene perché costringe a innovare: il merito appartiene a chi, davanti alla distruzione, trova il modo di proteggere meglio gli altri.

Dentro questa innovazione c’è anche un nome. Il sistema porta in ebraico quello di Or Eitan, in memoria del capitano Eitan Oster, caduto combattendo in Libano. Suo padre Dov è fra coloro che hanno lavorato al suo sviluppo. Un padre, un figlio perduto, una tecnologia destinata a difendere altre famiglie. Non c’è bisogno di inventare simboli quando la realtà ne offre di così profondi: il nome di un caduto affidato a uno strumento che deve impedire ad altri di morire.

Anche l’economia racconta una capacità di continuare a costruire.
Nel 2025 le esportazioni israeliane dell’alta tecnologia hanno raggiunto il record di 85 miliardi di dollari, mentre il valore prodotto dal settore è cresciuto dell’8,2% in termini reali. Sono numeri importanti perché testimoniano che ricerca, imprese e rapporti con il mondo non si sono fermati. Ma un bilancio serio deve comprendere anche le fragilità: lo stesso rapporto dell’Autorità israeliana per l’innovazione segnala il primo calo degli addetti alla ricerca e sviluppo in un decennio e una crescita ancora inferiore al percorso che il settore avrebbe potuto seguire senza le crisi degli ultimi anni. Israele ha continuato a creare valore; questo non significa che la guerra non abbia sottratto risorse, opportunità e serenità.

La rinascita si misura soprattutto nelle case. Già nel maggio 2026, secondo i dati della Direzione Tekuma, oltre il 92% degli abitanti della regione interessata dalla ricostruzione attorno a Gaza era rientrato nelle proprie comunità, alle quali si erano aggiunti circa tremila nuovi residenti. Nelle località più duramente devastate il percorso rimaneva invece incompiuto. Non dobbiamo cancellare questa differenza: una percentuale nazionale non consola chi non può ancora tornare nella propria strada. Ma scegliere di abitare nuovamente quei luoghi, o di andarci a vivere per la prima volta, significa affermare che il territorio del massacro non sarà consegnato per sempre alla morte.

Questo anniversario, tuttavia, non può fermarsi ai confini d’Israele. La Diaspora ebraica non è stata una platea distante, chiamata soltanto a esprimere solidarietà. Ha pianto e ha avuto paura; ha subito minacce, discriminazioni, aggressioni e attentati. Secondo il rapporto dell’Università di Tel Aviv, nel solo 2025 venti ebrei sono stati uccisi in quattro attacchi antisemiti, il bilancio più grave da oltre trent’anni. Dietro quel numero ci sono anche le vittime di Sydney, Manchester, Washington e Boulder. Non una discussione astratta sul clima politico, ma vite spezzate lontano da Israele.

In Italia, il CDEC ha classificato 963 episodi come antisemiti nel 2025, contro i 241 del 2022: odio online, minacce, discriminazioni, vandalismi e aggressioni. Anche questa sofferenza deve trovare posto nella nostra memoria. Non è accettabile chiedere agli ebrei della Diaspora di considerare normale un’esistenza nella quale esporsi diventa un rischio e la propria identità una spiegazione da fornire. La sicurezza non è soltanto non essere uccisi: è poter studiare, lavorare, pregare, discutere e attraversare una piazza senza sentirsi un bersaglio.

Israele e la Diaspora sono legati in maniera indissolubile, ma questo legame non impone uniformità di pensiero né obbedienza a un governo. Un ebreo italiano non deve rispondere delle decisioni di un ministro israeliano, e non deve nemmeno rinnegare Israele per essere accettato come cittadino italiano. Possiamo discutere di politica, dissentire, contestare scelte e leadership. Non possiamo accettare che il prezzo della rispettabilità sia prendere le distanze dal diritto di un popolo a esistere e a difendersi. Israele non può voltarsi dall’altra parte davanti alla paura della Diaspora; la Diaspora non può essere considerata estranea al futuro d’Israele. E in questa responsabilità c’è posto per tutti gli amici non ebrei che scelgono di esserci.

È dentro questo legame che Israele Senza Filtri intende continuare a lavorare. La nostra informazione in italiano, nata il 7 ottobre 2023, e il nostro servizio di aggiornamento h24 sono il primo impegno: mantenere aperto un collegamento quotidiano fra Israele e chi, in Italia, vuole conoscere, comprendere e partecipare. Essere dichiaratamente sionisti non significa rinunciare alla verifica, confondere le opinioni con i fatti o applaudire qualsiasi decisione. Significa assumersi una posizione e la responsabilità di sostenerla con un lavoro serio. Non vogliamo essere soltanto una voce che denuncia: vogliamo essere una presenza che serve.
La raccolta fondi della nostra comunità per il Parco Canada, devastato dagli incendi, ha contribuito alla sua riforestazione. È solidarietà diventata qualcosa di concreto, che resta oltre la durata di un messaggio o di una giornata di commozione. Piantare significa investire in un tempo che non si controlla interamente, avere fiducia che qualcuno potrà tornare a camminare all’ombra di quegli alberi. È anche questo il legame fra Israele e l’Italia che vogliamo costruire: persone lontane che partecipano alla cura dello stesso futuro.

In Italia, la campagna delle ronde digitali per il decoro urbano porta questo impegno nello spazio pubblico: documentare scritte, murales, manifesti, striscioni e tazebao potenzialmente abusivi, raccogliere le segnalazioni e sottoporle alle autorità competenti. Non sostituirsi alla legge, non inseguire persone, non contestare il diritto di manifestare. Al contrario: chiedere che le regole valgano per tutti e che nessuno possa trasformare muri, quartieri e piazze in strumenti d’intimidazione. Dedicare questa iniziativa alle vittime del 7 ottobre significa scegliere una commemorazione che produce responsabilità civile, non soltanto parole.

Vogliamo essere una forza viva, propositiva e presente, in Israele come in Italia. Informare, mettere in relazione, sostenere progetti, difendere l’agibilità democratica, costruire comunità. E pretendere che la difesa della vita comprenda anche la cura di chi è rimasto ferito e la ricerca della verità sulle responsabilità del disastro. Amare Israele non significa dispensarlo dal dovere di imparare. Significa desiderarlo capace di proteggere meglio i propri cittadini, di mantenere le proprie libertà e di offrire alle nuove generazioni qualcosa di più della capacità di resistere.

Il 7 ottobre 2026 non promettiamo che tutto tornerà come prima. Per troppe famiglie, il prima non esiste più. Promettiamo invece di non lasciare che gli assassini decidano anche ciò che verrà dopo. Ai morti dobbiamo memoria, verità e rispetto. Ai sopravvissuti presenza, ascolto e sostegno. Ai nostri figli un futuro nel quale sia possibile studiare, amare, creare, mettere radici e anche tornare a ballare senza dover chiedere scusa per la propria felicità. La miglior vendetta è vivere. Il nostro impegno è fare in modo che non resti soltanto una frase.