Ci sono i dissidenti coraggiosi: in Iran, Russia e Cina ad esempio che sono dittature, poi ci sono i dissidenti con il finanziamento della fondazione, il premio a Venezia, la distribuzione internazionale e il comunicato stampa perché Israele è una democrazia liberale.
Yuval Abraham e Rachel Szor hanno annunciato che NAZA, il loro documentario su Gaza premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, sarà pubblicato gratuitamente online a novembre e nel frattempo fanno sapere di averlo offerto senza costo anche alle sale israeliane. Una carboneria moderna, insomma, ma con festival internazionale, distribuzione mondiale e uno dei più importanti quotidiani britannici alle spalle.
Il film sostiene accuse enormi contro Israele: secondo NAZA, l’IDF avrebbe utilizzato sistemi di intelligenza artificiale in modo da colpire sistematicamente civili a Gaza. L’esercito israeliano respinge l’accusa. Abraham rivendica tre anni di indagine e afferma che 24 militari e militari donne hanno accettato di parlare davanti alla telecamera. Ma qui emerge un problema elementare che l’entusiasmo festivaliero tende curiosamente a dimenticare: il pubblico non conosce la reale identità di queste fonti.
Non sappiamo direttamente chi siano, quale grado abbiano avuto, in quali unità abbiano servito, quali incarichi abbiano ricoperto e soprattutto quale accesso concreto avessero alle decisioni che raccontano. Questo non dimostra automaticamente che mentano, ma significa che noi spettatori non possiamo verificarne autonomamente identità, competenza e attendibilità. Quando una parte fondamentale dell’impianto accusatorio dipende da fonti anonime, l’anonimato non è un dettaglio estetico ma è un limite probatorio che dovrebbe accompagnare ogni discussione seria sul film documentario.
Naturalmente ci viene spiegato che le fonti sono state verificate giornalisticamente. Benissimo. Ma c’è una differenza sostanziale tra dire «la redazione ha verificato le fonti» e permettere al pubblico o a soggetti indipendenti di verificarne qualifiche e accesso alle informazioni. Il primo è un atto di fiducia nel metodo editoriale; il secondo è una verifica esterna. Confondere le due cose significa trasformare il giornalismo in un curioso catechismo nel quale il produttore certifica il prodotto e poi pretende che la certificazione chiuda la discussione.
E poi arrivano i dettagli meno poetici. Una parte del materiale giornalistico dal quale nasce NAZA appartiene allo stesso ecosistema di +972 Magazine e Local Call. Ed è proprio a quel punto che diventa interessante applicare ai sacerdoti dell’inchiesta una regola che normalmente adorano quando riguarda gli altri: follow the money.
I numeri non sono interpretazioni. Sono pubblicati dallo stesso +972. Dal 2018 al 2024 Local Call ha dichiarato finanziamenti delle Open Society Foundations per complessivi 562.900 dollari: 83.300 nel 2018, 91.600 nel 2019, 75.000 nel 2020, 75.000 nel 2021, 75.000 nel 2022, 106.000 nel 2023 e 57.000 nel 2024. La stessa pagina precisa che 972–Advancement of Citizen Journalism e Just Vision erano co-beneficiari del progetto.
Non secondo lo Stato di Israele, non secondo Israele Senza Filtri, ma secondo le loro stesse dichiarazioni. Non serve un dossier segreto, non serve una gola profonda e non serve nemmeno un complotto: basta aprire la pagina «How we are funded» e possedere una calcolatrice.
Ora, un punto va detto chiaramente perché l’attacco serio non ha bisogno di inventarsi nulla: non risulta che George Soros abbia finanziato direttamente NAZA, né esiste una prova pubblica che abbia dettato contenuti ad Abraham o Szor. Ma questo non cancella il dato politicamente rilevante: una parte dell’ecosistema giornalistico da cui proviene il materiale utilizzato nel film è stata finanziata per anni dalle Open Society Foundations, cioè dalla rete filantropica costruita da Soros.
E Soros, nel rapporto con Israele, non è esattamente un benefattore percepito come neutrale.
Nel 2017 il Ministero degli Esteri israeliano lo accusò pubblicamente di «minare continuamente i governi democraticamente eletti di Israele» attraverso il finanziamento di organizzazioni che, secondo Gerusalemme, diffamavano lo Stato e cercavano di negargli il diritto all’autodifesa.
È una posizione ufficiale israeliana, non una teoria raccattata in qualche sottoscala di Internet.
Le Open Society Foundations respingono naturalmente questa rappresentazione e dichiarano di operare in Israele e nei territori palestinesi dal 1999, di sostenere organizzazioni per i diritti umani e di aver condannato esplicitamente Hamas dopo il 7 ottobre, riconoscendo anche il diritto di Israele a difendere i propri cittadini. Allo stesso tempo dichiarano apertamente di finanziare organizzazioni che documentano presunti abusi israeliani e chiedono accountability; nel 2023 OSF indicava 14,3 milioni di dollari destinati a organizzazioni attive sulle questioni Israele-Palestina, più altri 3,3 milioni annunciati dopo l’inizio della guerra.
Quindi risparmiamoci almeno la commedia della neutralità asettica. Soros e la sua rete filantropica sono da anni fortemente contestati e invisi a settori rilevanti della politica e delle istituzioni israeliane proprio per il tipo di organizzazioni che finanziano e per le battaglie politiche e giudiziarie sostenute da quell’ecosistema. Questo non prova che Soros controlli NAZA. Prova però che fingere che il contesto finanziario e ideologico non esista sarebbe giornalisticamente ridicolo.
Il padrone, del resto, non deve necessariamente telefonare alla redazione e dettare il titolo. Quella è la caricatura infantile che consente poi di urlare «complottismo» ogni volta che qualcuno segue la provenienza dei fondi. Il potere moderno è molto più elegante: finanzia ecosistemi, sostiene strutture, rende possibili redazioni, progetti, reti e circuiti culturali. Poi ciascuno conserva formalmente la propria autonomia e naturalmente scrive “ciò che vuole.”
Ed eccoli allora i rivoluzionari: fonti anonime che il pubblico non può verificare, giornalismo prodotto all’interno di reti internazionali, fondazioni milionarie, il Guardian, Venezia e distribuzione globale. Poi tutto questo viene presentato come la battaglia eroica di pochi dissidenti contro un sistema onnipotente che vorrebbe silenziarli. Davide contro Golia, certamente. Solo che Davide oggi ha produttori, festival, distributori e ufficio stampa.
Se domani una testata israeliana di destra pubblicasse un’inchiesta costruita su fonti anonime e provenisse da un ecosistema finanziato per anni da una fondazione ideologicamente schierata, gli stessi ambienti che oggi celebrano NAZA preparerebbero grafici, diagrammi, frecce rosse e genealogie dei finanziamenti. Probabilmente farebbero bene. Noi chiediamo soltanto che la stessa regola valga quando il denaro arriva dalla parte politicamente corretta.
Quindi no: non abbiamo bisogno di raccontare che Soros abbia ordinato NAZA. Sarebbe una sciocchezza e non è dimostrato. È molto più interessante ciò che è dimostrato: le fonti centrali del film non sono identificabili dal pubblico; l’IDF respinge le accuse; una parte dell’ecosistema giornalistico che ha alimentato quelle inchieste ha ricevuto centinaia di migliaia di dollari dalle Open Society Foundations e quella stessa rete filantropica ha un rapporto politico storicamente conflittuale con Israele.
I fili dei burattini, alla fine, restano una metafora.
I 562.900 dollari invece no
I servi del padrone
Modificato il 24 settembre 2026 alle 15:51
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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