Una donna che si vergogna di suo padre dovrebbe andare in terapia, non guidare il più grande partito della sinistra italiana.
La scena ha qualcosa di irresistibilmente tragicomico. Elly Schlein che si arrovella, con quel nasone, sulla definizione di antisemitismo, una riunione fiume del Partito Democratico, ore di discussione, distinguo, cavilli, sensibilità colorate e d’altra origine da contemperare, campanili e minareti vari. Alla fine arriva la soluzione progressista al problema dell’odio contro gli ebrei: se non cambiate la definizione stessa di antisemitismo, votiamo contro la legge.
Meraviglioso.
Schlein sostiene infatti che il Pd voterà contro il ddl se resterà la definizione IHRA, quella dell’International Holocaust Remembrance Alliance. Ha definito quella formulazione «divisiva» e ha spiegato che, se la maggioranza non la modificherà, sarà la destra ad assumersi la responsabilità della divisione. Con voce nasale. Lo ha detto con voce nasale.
Qui siamo davanti a una piccola opera d’arte della politica italiana: Schlein denuncia una definizione perché divide mentre quella definizione divide solo il suo stesso partito, non di certo il mondo libero. Al Senato una parte dei democratici si era astenuta e sei senatori del Pd avevano votato a favore; oggi anche nell’area riformista continuano le resistenze alla linea del no.
È il relativismo applicato all’antisemitismo: siamo fermamente contrari, ci mancherebbe. Però prima bisogna discutere con quale vocabolario sia consentito riconoscerlo.
Perché il problema evidentemente non è più soltanto l’ebreo insultato, aggredito o trasformato nel responsabile collettivo delle decisioni di Israele. Il problema è evitare che qualcuno possa riconoscere come antisemita anche quell’antisionismo ossessivo che concede il diritto all’autodeterminazione praticamente a ogni popolo della Terra, con una curiosa eccezione per quello ebraico.
Ed è qui che la posizione sionista diventa terribilmente semplice.
Criticare Israele è legittimo. Negare a Israele il diritto di esistere non è una critica a una politica israeliana. Contestare Netanyahu è politica. Considerare l’esistenza dello Stato ebraico una patologia da correggere è qualcosa di completamente diverso. Dire che un ministro israeliano sbaglia è normale dialettica democratica; attribuire agli ebrei del mondo le responsabilità dello Stato d’Israele è uno dei più antichi meccanismi dell’antisemitismo aggiornato al XXI secolo.
E la cosa davvero comica è che il testo approvato dal Senato non contiene nemmeno quel bavaglio universale alla critica d’Israele evocato nel dibattito: stabilisce espressamente che restano ferme la libertà di critica politica, la libertà di espressione, di riunione e di associazione. La legge adotta poi la definizione IHRA del 2016 e i relativi indicatori. Questo è scritto nell’articolo 1, non in qualche oscuro protocollo sionista ritrovato sotto una menorah.
Poi arriva il particolare che rende tutta la vicenda ancora più saporita.
A mettere Schlein sotto accusa non è soltanto la destra cattiva, sovranista e presumibilmente intenta a tramare nella notte. Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano, ha parlato di “tradimento” dei valori della sinistra e di “coltellata alla schiena” degli ebrei italiani.
La Brigata Ebraica: una realtà che la sinistra onesta dovrebbe avere qualche difficoltà a liquidare come covo di pericolosi reazionari. Ma la Schlein non è onesta, a cominciare dalle cazzate che spara sul suo naso per apparire meno ebrea.
Per decenni ci è stato spiegato dalla sinistra che quando una minoranza racconta la discriminazione che subisce bisogna ascoltarla. Non minimizzare. Non spiegare alla vittima cosa dovrebbe considerare offensivo. Non appropriarsi della sua esperienza.
Ma quando a parlare sono gli ebrei, improvvisamente bisogna convocare il gruppo parlamentare.
Contestualizzare. Problematizzare. “Forse gli ebrei non hanno capito bene l’antisemitismo…” forse serve una definizione più inclusiva di chi antisemita non vuole assolutamente essere definito.
Schlein ha persino ricordato che il contrasto all’antisemitismo sarebbe «nel DNA» del Pd. Magnifico. Evidentemente però il DNA necessita di una revisione editoriale prima della pubblicazione.
La questione seria, dietro la commedia, resta questa: se il Partito Democratico ritiene inaccettabile l’IHRA, dica quale definizione propone per riconoscere l’antisemitismo quando la parola “ebreo” viene prudentemente sostituita dalla parola “sionista”. Dica dove passa il confine fra critica allo Stato d’Israele e demonizzazione dello Stato degli ebrei. Dica se negare soltanto agli ebrei il diritto nazionale riconosciuto agli altri popoli sia una posizione politica qualsiasi oppure qualcosa che meriti almeno di essere interrogato.
Perché «è divisiva» non è una definizione alternativa. È una scappatoia.
E per noi sionisti c’è qualcosa di quasi istruttivo nell’osservare questa contorsione. Abbiamo impiegato centocinquant’anni a costruire uno Stato affinché gli ebrei non dovessero più aspettare che qualcun altro decidesse quanto antisemitismo fosse opportuno tollerare.
Adesso dovremmo aspettare una riunione del Partito Democratico per sapere come chiamarlo.
Grazie, ma abbiamo già dato.
La Schlein che si arrovella, con quel suo naso “etrusco” tragicamente goebbelsiano sulla definizione di antisemitismo è grottesca e tragicomica
Modificato il 23 settembre 2026 alle 21:48
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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