Il 19 febbraio scorso l’Unione Europea ha inserito formalmente il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica nella propria lista delle organizzazioni terroristiche. Non una dichiarazione politica, non un comunicato indignato destinato a durare ventiquattr’ore: un atto formale dell’Unione. Congelamento dei beni, divieto di mettere risorse economiche a disposizione dell’organizzazione.
Nel frattempo, organizzazioni indipendenti per i diritti umani hanno documentato una repressione sanguinosa delle proteste iraniane, almeno 74.000 morti, arresti di massa, torture ed esecuzioni collegate alle manifestazioni.
Nello Stretto di Hormuz, inoltre, l’Iran ha rivendicato attacchi contro navigli commerciali e ha preteso di subordinare il transito in una delle arterie marittime più importanti del pianeta alla propria autorizzazione. Solo pochi giorni fa i Pasdaran hanno rivendicato l’attacco a una petroliera nello Stretto.
E allora bisogna essere precisi.
Il problema non è che Kaja Kallas parli con Abbas Araghchi.
La diplomazia esiste precisamente perché, a volte, è necessario parlare con governi ostili, avversari e persino con regimi responsabili di gravissime violazioni. Trasformare ogni colloquio diplomatico in una colpa sarebbe infantile.
Il problema è che cosa l’Europa dice quando quella porta si chiude.
Perché non si può, nello stesso tempo, definire terroristica la struttura militare che costituisce uno dei pilastri della Repubblica Islamica e poi comportarsi come se ci si trovasse davanti semplicemente all’ennesimo interlocutore diplomatico “appena” problematico.
Non si può invocare la libertà di navigazione soltanto quando una petroliera viene colpita e dimenticarla al momento del colloquio.
Non si può denunciare la repressione degli iraniani e poi permettere che la repressione scompaia dal tavolo in nome della parola magica “dialogo”.
Kallas stessa, nei mesi scorsi, ha chiesto all’Iran di cessare gli attacchi contro le infrastrutture regionali e ha indicato la libertà di navigazione attraverso Hormuz come una priorità europea. Benissimo. Allora è precisamente questo il metro con cui giudicare ogni contatto con Teheran: ciò che viene chiesto, ciò che viene contestato e ciò che non viene lasciato cadere.
I morti iraniani non spariscono entrando in una sala diplomatica.
Le esecuzioni non diventano meno reali davanti a un tavolo dell’ONU.
I Pasdaran non cessano di essere l’organizzazione che la stessa Unione Europea ha appena inserito nella lista del terrorismo perché il loro ministro degli Esteri indossa una cravatta e parla il linguaggio della diplomazia.
Parlate pure con Teheran, se serve davvero a qualcosa.
Ma almeno abbiate la dignità di ricordare con chi state parlando, e non stringetegli la mano
Kallas, di che parli col macellaio iraniano?
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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