C’è un soldato israeliano in vacanza in Toscana.
Si chiama Yonatan Chalich. Ha combattuto a Gaza. La Hind Rajab Foundation lo individua, lo denuncia in Italia e il Movimento 5 Stelle si mette immediatamente in moto: mozione in Consiglio regionale, interrogazione parlamentare annunciata, collaborazione con la fondazione rivendicata pubblicamente.
Tutto molto solerte. Manca soltanto un dettaglio: non c’è nulla di penalmente rilevante di imputabile al militare.
Nel materiale pubblicamente disponibile non emerge, per ciascuno degli episodi contestati, una dimostrazione chiara di quale specifica condotta criminale sarebbe stata personalmente compiuta da Chalich.
La stessa Hind Rajab Foundation scrive che il militare “may have been involved” nei tre episodi che gli contesta. Può essere stato coinvolto. Una formulazione curiosamente meno granitica dei titoli che ne sono seguiti sui giornali.
Uno degli episodi riguarda Al-Shifa.
Il luogo che per anni una parte dell’informazione occidentale ha voluto raccontare esclusivamente come ospedale, come se pronunciare la parola “ospedale” fosse sufficiente a chiudere qualsiasi discussione sull’utilizzo militare che Hamas faceva delle strutture civili.
Non lo era.
L’intelligence statunitense concluse che Hamas e Jihad islamica avevano utilizzato il complesso di Al-Shifa per attività operative e per trattenere ostaggi. Questo non rende automaticamente lecita qualsiasi operazione militare compiuta successivamente nell’area; rende però intellettualmente disonesto fingere che il contesto militare non esistesse.
E soprattutto non trasforma automaticamente in criminale di guerra ogni soldato israeliano che vi abbia combattuto.
Ma ecco arrivare il Movimento 5 Stelle.
Il comunicato del M5S Toscana del 21 settembre non si limita a registrare la denuncia. Annuncia una mozione regionale, un’interrogazione parlamentare di Stefania Ascari e Andrea Quartini e precisa che l’iniziativa si inserisce in un percorso portato avanti insieme alla Hind Rajab Foundation.
Benissimo.
Allora parliamo di compagnie.
Perché se il curriculum relazionale è diventato materia politica, conviene sfogliarlo tutto.
Stefania Ascari nel gennaio 2023 partecipò a una missione organizzata dall’ABSPP insieme a Mohammad Hannoun. Non lo sostiene un avversario politico: lo documentava all’epoca la stessa organizzazione, pubblicando la fotografia della delegazione con Ascari, Alessandro Di Battista e Hannoun.
Hannoun sarebbe poi stato designato il 7 ottobre 2024 dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che lo indicò come membro di Hamas e accusò l’ABSPP di raccogliere denaro apparentemente destinato a finalità umanitarie utilizzandolo invece per sostenere l’ala militare dell’organizzazione. È una determinazione amministrativa americana, non una sentenza italiana. Ma esiste. Ed è piuttosto difficile ignorarla.
Nel dicembre 2025 Hannoun è stato arrestato nell’inchiesta della Procura di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas. Il 18 settembre scorso le indagini preliminari sono state chiuse nei suoi confronti e in quelli di altri cinque indagati. Hannoun contesta le accuse; non esiste ancora una condanna definitiva. Esattamente per questo continuiamo a usare le parole corrette.
Tra gli uomini raggiunti dall’inchiesta c’è però anche Riyad Albustanji.
Ed è qui che la fotografia politica diventa parecchio più interessante.
Secondo Il Giornale, nella documentazione fotografica relativa alla missione cui partecipò Ascari compare anche Albustanji, insieme a Raed Dawoud. Lo stesso quotidiano ha pubblicato oggi un articolo mostrando il contrasto tra quella frequentazione e le immagini attribuite ad Albustanji in ambiente militante.
Ma non occorre fermarsi al Giornale.
Il Corriere della Sera, ricostruendo l’inchiesta al momento dell’arresto, riferiva che Albustanji sarebbe stato ritratto in mimetica, armato di lanciarazzi e con simboli delle Brigate al-Qassam, circondato da uomini armati. Secondo gli investigatori avrebbe collaborato con l’ABSPP nella raccolta di fondi destinati, almeno in parte secondo l’accusa, ad Hamas. Albustanji è tuttora detenuto in regime di alta sicurezza; anche nei suoi confronti valgono naturalmente presunzione d’innocenza e diritto alla difesa.
Ed eccoci al capolavoro.
Da una parte abbiamo un veterano israeliano.
Contro di lui una fondazione presenta una denuncia e utilizza, nel proprio comunicato, formule come “potrebbe essere stato coinvolto”.
Immediatamente la politica si attiva.
Dall’altra abbiamo una deputata della Repubblica che ha partecipato a una missione con un’organizzazione il cui presidente sarebbe stato successivamente sanzionato dagli Stati Uniti per sostegno ad Hamas e poi arrestato in Italia nell’ambito di un’indagine per finanziamento del terrorismo; e la stampa documenta nella medesima rete di rapporti la presenza di un uomo che gli investigatori accusano di avere legami con Hamas e del quale esistono fotografie che lo ritrarrebbero armato con simboli delle Brigate al-Qassam.
Naturalmente una fotografia insieme non rende Ascari responsabile dei reati eventualmente commessi da altre persone.
Ci mancherebbe.
È precisamente la regola che pretendiamo venga applicata anche agli israeliani.
Una fotografia non è una condanna.
Una conoscenza non è complicità.
Una presenza non è partecipazione criminale.
Un’uniforme non è un capo d’imputazione.
Strano però quanto questi concetti diventino sofisticatissimi quando si parla del proprio ambiente politico e improvvisamente elementari quando l’uomo sotto accusa porta una divisa israeliana.
E non finisce con Hannoun.
Quando il ministro dell’Interno dispose l’espulsione dell’imam torinese Mohamed Shahin, dopo le sue dichiarazioni secondo cui ciò che era accaduto il 7 ottobre 2023 non sarebbe stato una “violenza”, esponenti dell’opposizione, compreso il deputato M5S Antonino Iaria, intervennero chiedendo di sospendere il provvedimento. Successivamente la Corte d’appello dispose la cessazione del trattenimento ritenendo insufficienti gli elementi di pericolosità: una circostanza che va ricordata con la stessa precisione con cui ricordiamo le sue parole sul 7 ottobre.
Garantismo.
Legittimo.
Il 22 aprile 2026 il loro stesso sito pubblicò un messaggio attribuito a Stefania Ascari: “Esprimo piena solidarietà ai militanti e alle militanti del Partito dei CARC”. Il messaggio arrivava dopo perquisizioni disposte nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Napoli per associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Ancora una volta: un’indagine non è una condanna. Ma la presa di posizione politica è nero su bianco.
I CARC documentano inoltre la partecipazione di Ascari a successive iniziative politiche insieme a propri esponenti e ringraziano pubblicamente lei e altri parlamentari per il sostegno ricevuto.
E allora forse la questione non è stabilire per contagio chi sia colpevole.
È esattamente il contrario.
La questione è smetterla di usare la colpa per contagio soltanto quando fa comodo.
Se la presunzione d’innocenza vale per Hannoun, deve valere per Chalich.
Se una fotografia con Albustanji non rende Ascari complice di Albustanji — e non la rende — allora appartenere alla stessa compagnia militare di altri soldati non rende Chalich personalmente responsabile di qualsiasi cosa sia avvenuta a Gaza.
Se frequentare qualcuno non equivale a condividerne ogni azione, combattere nell’IDF non equivale ad avere commesso un crimine di guerra.
È davvero un principio così difficile?
No.
È difficilissimo soltanto quando il soldato è israeliano.
Perché di fronte a Israele una parte della politica italiana sembra aver scoperto un diritto penale creativo: prima l’appartenenza, poi il sospetto, infine la colpa. Le prove, eventualmente, possono arrivare dopo.
Noi preferiamo il vecchio metodo.
Fatto.
Condotta.
Prova.
Responsabilità personale.
Se Yonatan Chalich ha commesso un crimine, si dimostri quale. Non quale crimine avrebbe commesso il suo reparto, non dove si trovasse, non quale uniforme indossasse: che cosa avrebbe fatto lui.
Se esistono prove, le valuti un magistrato.
Se non esistono, lasciate in pace quest’uomo.
E magari, prima di trasformare ogni veterano israeliano che prende un aereo per l’Europa nel protagonista della vostra prossima crociata giudiziaria, abbiate almeno la decenza di guardarvi attorno.
Perché mentre cercate criminali di guerra sulle spiagge della Toscana, alcune delle vostre fotografie politiche raccontano una storia che merita molte più domande di quante ne abbiate fatte finora.
Lasciate in pace i veterani finché non avete prove contro di loro.
E se proprio avete improvvisamente scoperto la passione per le frequentazioni, le fotografie e le responsabilità individuali, cominciate pure dalle vostre.
Il materiale, a quanto pare, non manca.
M5s lasciate in pace i veterani, guardate piuttosto chi avete portato nei palazzi!
Modificato il 22 settembre 2026 alle 15:49
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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