La nuova campagna di mobilitazione iraniana, Janfada, non è soltanto un programma di addestramento civile o militare. È soprattutto un tentativo di trasformare la guerra in una cultura politica permanente.

Il nome stesso è indicativo: può essere tradotto approssimativamente come “coloro che sacrificano la propria vita per l’Iran”. La prima grande esercitazione pubblica ha mostrato volontari impegnati in attività militari, di soccorso, comunicazione, protezione civile e supporto logistico. Secondo i Pasdaran, oltre 600.000 persone si sarebbero già registrate e, nelle intenzioni degli organizzatori, il sistema potrebbe arrivare a coinvolgerne più di un milione.

Il dato numerico è importante, ma non è il punto centrale.

Il punto centrale sono i giovani.

Durante le esercitazioni sono comparsi adolescenti con armi d’assalto. I ragazzi sopra i 15 anni possono già aderire e gli organizzatori hanno esplicitamente parlato della necessità di coinvolgere anche fasce d’età inferiori, pur distinguendo formalmente fra addestramento militare e formazione ideologica.

La formula scelta dal portavoce Sasan Zare è particolarmente significativa: introdurre bambini e adolescenti alla “cultura del sacrificio e della resistenza”.

Ed è qui che Janfada smette di essere una semplice campagna emergenziale e diventa qualcosa di molto più profondo.

La Repubblica Islamica possiede già un precedente storico estremamente preciso.

Durante la guerra Iran-Iraq, il Basij divenne uno degli strumenti principali della mobilitazione di massa. Migliaia di adolescenti furono inseriti nello sforzo bellico e la propaganda costruì attorno a loro una vera e propria mitologia nazionale e religiosa.

Il tredicenne Hossein Fahmideh, morto nel 1980 durante un attacco contro un carro armato iracheno, venne trasformato in uno dei simboli più potenti della Repubblica Islamica: il giovane che sacrifica volontariamente la propria vita per salvare la nazione e difendere la rivoluzione.

Quella cultura non è mai realmente scomparsa.

Janfada sembra piuttosto recuperarne alcuni elementi e adattarli a una società iraniana molto diversa da quella degli anni Ottanta.

L’Iran di oggi è più urbanizzato, più connesso, più istruito e socialmente più complesso. Una parte significativa della popolazione ha mostrato negli ultimi anni una forte distanza ideologica dal sistema politico e religioso della Repubblica Islamica.

Eppure la guerra ha modificato almeno in parte questa dinamica.

Quando un Paese percepisce una minaccia esterna diretta, regime e nazione possono temporaneamente sovrapporsi. Un cittadino può contestare il governo e contemporaneamente considerare necessario difendere il proprio Paese.

È esattamente su questa sovrapposizione che Janfada sembra tentare di costruire il proprio consenso.

Interpretare la campagna esclusivamente come preparazione di nuove unità combattenti sarebbe probabilmente riduttivo.

La maggioranza degli iscritti non si sarebbe registrata per combattere, ma per attività di soccorso, comunicazione, protezione civile, servizi sociali e sostegno economico.

Questo rende Janfada strategicamente più interessante.

L’Iran non starebbe semplicemente cercando nuovi soldati. Starebbe cercando di creare una società mobilitabile.

In una guerra moderna, soprattutto se prolungata, la capacità militare non dipende soltanto dai reparti combattenti. Dipende dalla resilienza delle infrastrutture, dalla capacità di sostituire servizi interrotti, dalla propaganda, dalla gestione dell’informazione, dal soccorso sanitario e dalla capacità di mantenere una popolazione politicamente coesa durante bombardamenti, blackout e crisi economiche.

In questo senso Janfada ricorda più un progetto di difesa totale che una semplice campagna di reclutamento.

E questo non significa necessariamente che Teheran ritenga imminente una guerra su vasta scala.

Significa piuttosto che la leadership iraniana sembra considerare il conflitto con Israele e Stati Uniti non più come una parentesi, ma come una condizione strutturale destinata a durare.

Il coinvolgimento degli adolescenti aggiunge però una seconda dimensione.

La leadership iraniana non sta preparando soltanto capacità operative. Sta tentando di definire quale debba essere l’identità della prossima generazione.

“Sacrificio”, “resistenza”, “martirio”, “difesa della patria” sono concetti attraverso i quali la Repubblica Islamica ha costruito parte della propria legittimità fin dal 1979.

Dopo anni nei quali molti giovani iraniani sono apparsi culturalmente sempre più distanti dall’ideologia ufficiale, la guerra offre al regime un’opportunità: ricostruire il rapporto con una parte della gioventù non necessariamente attraverso la religione, ma attraverso il patriottismo.

È una trasformazione importante.

Il messaggio non è più soltanto “difendete la Rivoluzione islamica”.

È sempre più spesso: difendete l’Iran.

La differenza può sembrare sottile, ma politicamente è enorme.

Ed è qui che il caso iraniano diventa interessante anche oltre il Medio Oriente.

In Europa i governi parlano sempre più apertamente della necessità di prepararsi a un possibile confronto militare con la Russia.

Le spese per la difesa aumentano. Tornano il dibattito sulla coscrizione, le esercitazioni di protezione civile e i programmi per rafforzare le riserve.

Ma esiste un problema che non può essere risolto acquistando missili o carri armati.

È il problema della volontà collettiva.

Nel 2025, un sondaggio realizzato in nove Paesi dell’Unione Europea mostrava che il 69% degli intervistati non riteneva il proprio Paese capace di difendersi con successo da un’aggressione russa.

Altre rilevazioni sulla disponibilità personale a combattere mostrano percentuali particolarmente basse in alcuni dei principali Stati europei, con il 23% in Germania e il 14% in Italia.

Il confronto con l’Iran deve naturalmente essere fatto con cautela.

La Repubblica Islamica è un regime autoritario, possiede apparati capillari di mobilitazione politica e utilizza strumenti propagandistici e coercitivi che non possono essere comparati direttamente con quelli delle democrazie europee.

Ma rimane una differenza strategica.

L’Iran considera la mobilitazione della società una componente della propria sicurezza nazionale.

Gran parte dell’Europa continua invece a considerare la difesa prevalentemente come una funzione dello Stato e delle forze armate professionali.

Janfada non dimostra che l’Iran abbia deciso di preparare milioni di cittadini a combattere domani mattina.

Dimostra qualcosa di forse più importante.

Teheran sembra prepararsi all’idea che il confronto con i propri nemici possa durare anni e che la sopravvivenza nazionale dipenda anche dalla capacità di coinvolgere la popolazione.

Addestrare volontari, organizzare reti di soccorso, formare adolescenti, costruire una narrativa del sacrificio: tutto questo serve a rendere la società più resistente allo shock della guerra.

Perché una guerra moderna non viene combattuta soltanto da chi impugna un fucile.

Viene combattuta anche da chi mantiene aperto un ospedale, ripristina una rete elettrica, gestisce l’informazione, distribuisce cibo, soccorre i feriti e continua a considerare la sopravvivenza dello Stato una responsabilità personale.

Ed è forse questa la vera lezione di Janfada.

La domanda strategica non è soltanto quanti missili possieda un Paese.

È quanta parte della sua società sia disposta a considerare la propria difesa una responsabilità collettiva.