Lo scrivo senza giri di parole: questa è la mia valutazione politica su Francesca Albanese. E non nasce dal fatto che critichi Netanyahu, il governo israeliano o la guerra a Gaza. Israele può essere criticato come qualsiasi altro Stato.

Nasce da quello che dice, da quello che sceglie di condannare e, soprattutto, da quello davanti al quale improvvisamente sceglie di non avere nulla da dire.

Ieri, dal palco di Nova, Albanese ha definito il disegno di legge italiano contro l’antisemitismo «un’infamia», sostenendo che non protegga gli ebrei, che li isoli e che sia «pericoloso e anticostituzionale». Nello stesso intervento ha chiesto che la rottura dei rapporti con quello che definisce «l’apartheid israeliano» diventi un punto «non negoziabile» del programma progressista.

Peccato che quella che Albanese chiama «infamia» dica una cosa molto precisa.

L’articolo 1 stabilisce che la Repubblica contrasta l’antisemitismo ferme restando la libertà di critica politica, la libertà di espressione, di riunione e di associazione. Adotta la definizione operativa dell’IHRA e i relativi indicatori, ma non contiene la mostruosità liberticida che viene raccontata dal palco.

Si può contestare la definizione IHRA.

Si può discutere ogni singolo indicatore.

Si può sostenere che alcune applicazioni possano diventare troppo estensive.

Questa è politica.

Ma chiamare «infame» una legge nata per contrastare l’antisemitismo, raccontandola come se rendesse automaticamente illegale criticare Israele quando il testo tutela esplicitamente la critica politica, è un’altra cosa.

Ed è qui che arriva il dettaglio che, per me, racconta tutto.

A Francesca Albanese viene chiesto cosa pensi di Mohammad Hannoun, sotto indagine a Genova nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas.

Risposta:

«Non penso niente».

Glielo chiedono nuovamente.

«Non penso niente».

Sul DDL contro l’antisemitismo ha un pensiero chiarissimo: «infamia».

Su Hannoun: niente.

Su Israele le parole non mancano mai.

Israele sarebbe «apartheid». Israele sarebbe uno Stato nato «spazzando via il popolo indigeno». La rottura dei rapporti con Israele dovrebbe diventare addirittura un punto non negoziabile per una parte politica italiana. Sono dichiarazioni pubbliche, non interpretazioni.

Quando invece arriva una domanda scomoda che riguarda Hamas e un procedimento giudiziario italiano per presunti finanziamenti all’organizzazione, il vocabolario improvvisamente si prosciuga.

Io questa asimmetria la vedo.

E la chiamo con il suo nome politico: antisemitismo.

Non perché Albanese critichi Israele.

Non perché difenda i palestinesi.

Non perché denunci le sofferenze di Gaza.

Difendere i palestinesi non è antisemitismo. Contestare un governo israeliano non è antisemitismo. Condannare un’operazione dell’IDF non è antisemitismo.

Il problema comincia quando allo Stato ebraico viene applicato sistematicamente un metro che non viene applicato agli altri attori, quando la sua stessa legittimità viene trasformata nel centro permanente dell’accusa e quando perfino uno strumento legislativo pensato per combattere l’odio contro gli ebrei diventa immediatamente «un’infamia».

Tra parentesi: Albanese lo chiama anche «decreto legge».

Non lo è.

È il disegno di legge S.1004, approvato dal Senato il 4 marzo con 105 voti favorevoli, 24 contrari e 21 astensioni, quindi trasmesso alla Camera come C.2830, dove è ancora in esame.

Prima di dichiarare infame una legge si potrebbe almeno sapere che legge è.

Ma il problema, ormai, è più profondo.

Per una certa parte dell’attivismo politico europeo l’antisemitismo sembra essere diventato accettabile soltanto a condizione che venga riconosciuto da chiunque tranne che dagli ebrei quando riguarda Israele.

Se un ebreo dice: questa retorica mi preoccupa, gli si risponde che vuole censurare.

Se Israele denuncia una demonizzazione, gli si risponde che vuole mettere a tacere le critiche.

Se il Parlamento prova a fissare degli strumenti per riconoscere l’antisemitismo, arriva Francesca Albanese e proclama:

«Infamia».

No.

L’infamia non è provare a riconoscere l’antisemitismo.

L’infamia è arrivare al punto in cui combatterlo diventa qualcosa di cui vergognarsi.

Francesca Albanese può continuare a parlare.

Io continuerò a risponderle.

E quando vedrò antisemitismo, lo chiamerò antisemitismo.

Anche quando a pronunciarlo non sarà un vecchio estremista con la svastica al braccio.

Anche quando arriverà da un palco progressista.

Anche quando avrà un incarico alle Nazioni Unite.

Soprattutto allora.