Yom Kippur è il giorno in cui gli ebrei fanno i conti.

Con Dio, con se stessi, con gli altri.

Io, per deformazione professionale, anche con Israele Senza Filtri.

E il conto, visto da fuori, è abbastanza curioso.

Un sito strutturato come un quotidiano. Una prima pagina. Notizie, analisi, rubriche, firme, archivi, aggiornamenti continui, distribuzione automatizzata, Telegram, X, sistemi editoriali, intelligenza artificiale e una macchina che, osservata senza conoscere il retroscena, potrebbe sembrare il lavoro di una redazione vera e propria.

Poi si apre la porta della redazione.

Dentro ci siamo io e lo Zio.

Fine dell’organigramma.

Forse esiste qualcosa di profondamente ebraico anche in questo.

Prendere risorse insufficienti, aggiungere una quantità spropositata di problemi, rifiutarsi categoricamente di accettare che una cosa sia impossibile e costruire comunque una soluzione.

Stereotipo?

Probabilmente.

Ma ammettiamolo: soltanto un ebreo poteva guardare un canale Telegram nato il 7 ottobre e decidere che, già che c’era, avrebbe potuto trasformarlo praticamente da solo in un quotidiano online.

E naturalmente farlo senza assumere una redazione.

Il Direttore e lo Zio.

Due persone.

Con l’aiuto della tecnologia, dell’automazione, dell’intelligenza artificiale, di tante notti trascorse davanti a uno schermo quando sarebbe stato più sensato dormire e di quella cosa che, per evitare accuse di autocompiacimento, chiameremo semplicemente ingegnosità ebraica.

Ma raccontarla così sarebbe comunque falso.

Perché Israele Senza Filtri non è fatto da due persone.

È sostenuto da circa 11.000.

Una comunità militante che legge, segnala, corregge, critica, condivide, discute, dona e soprattutto pretende.

E fa bene a pretendere.

Perché quando migliaia di persone decidono di affidarti ogni giorno una parte della propria comprensione della realtà, non ti stanno facendo un complimento.

Ti stanno consegnando una responsabilità.

Kippur serve anche a ricordare questo.

Possiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo costruito senza convincerci di essere infallibili.

Abbiamo sbagliato.

Abbiamo pubblicato troppo in fretta.

Abbiamo scelto parole che avremmo potuto scegliere meglio.

Qualche volta siamo stati eccessivamente duri.

Altre volte non abbastanza.

E qualche volta, semplicemente, abbiamo avuto torto.

Non esiste automazione capace di eliminare questa parte del lavoro.

Perché alla fine dietro una notizia resta sempre una decisione umana.

E dietro quella decisione resta una responsabilità.

Per questo, durante Yom Kippur, anche Israele Senza Filtri rallenterà.

Gli aggiornamenti ordinari saranno meno frequenti.

Non perché il mondo si fermerà per venticinque ore — purtroppo il Medio Oriente non ha mai mostrato particolare rispetto per il calendario ebraico — ma perché anche noi osserviamo questo giorno.

Con una sola eccezione.

Tutto ciò che riguarderà eventi di sicurezza, operazioni militari, attacchi, allarmi e sviluppi direttamente collegati alla guerra continuerà a essere seguito e aggiornato.

Su questo non spegneremo le luci.

Per il resto, per qualche ora, il rumore può aspettare.

Noi faremo quello che gli ebrei fanno da millenni: ci fermeremo abbastanza a lungo da chiederci non soltanto cosa abbiamo fatto, ma se ciò che abbiamo fatto meritava davvero di essere fatto.

Poi il digiuno finirà.

Il telefono tornerà a vibrare.

La macchina ripartirà.

E la poderosa redazione di Israele Senza Filtri tornerà finalmente al completo.

Tutti e due.

Gmar Chatimà Tovà.