L’Iran ha molti fronti aperti. Uno dei più pericolosi, però, non si trova ai suoi confini.

È sotto i suoi piedi.

Nella provincia di Isfahan, il direttore generale della gestione delle emergenze ha annunciato che 29 delle 35 pianure sono interessate dalla crisi della subsidenza. Tra le cause indicate dalle stesse autorità iraniane ci sono lo svuotamento progressivo delle falde sotterranee, i prelievi eccessivi e l’assenza di un flusso permanente dello Zayandeh-Rud.

Il terreno, letteralmente, si abbassa.

Ma leggere ciò che sta accadendo soltanto come una catastrofe ambientale significa sottovalutarne la portata.

L’acqua sta diventando una variabile della sicurezza nazionale iraniana.

Il problema è strutturale. Secondo la Banca Mondiale, il consumo idrico iraniano ha superato livelli compatibili con la naturale rigenerazione delle risorse: il suo indice di esaurimento dell’acqua è stato stimato a 1,08, oltre la soglia indicativa di 0,75 associata a condizioni di grave sfruttamento. Circa il 92% dei prelievi idrici è inoltre legato all’agricoltura.

Questo significa che ridurre drasticamente il consumo d’acqua non è una semplice decisione tecnica.

Significa decidere chi deve ricevere meno acqua.

Gli agricoltori? Le città? L’industria? Le province a monte? Quelle a valle?

Ed è precisamente qui che l’ambiente diventa geopolitica interna.

Il bacino dello Zayandeh-Rud sostiene contemporaneamente agricoltura, grandi centri urbani e una vasta struttura industriale, comprendente acciaio, energia, raffinerie e petrolchimica. Una recente analisi scientifica sul bacino descrive già conflitti tra agricoltori, autorità locali, industria e province rivali per la distribuzione delle risorse idriche.

Non è un rischio teorico.

A Isfahan l’acqua ha già portato la popolazione nelle strade.

Gli agricoltori protestano da anni per la riduzione delle disponibilità idriche e per i trasferimenti verso altre aree del Paese. Nel 2021 migliaia di persone si riunirono nel letto prosciugato dello Zayandeh-Rud; le tensioni culminarono nell’intervento delle forze di sicurezza.

Il problema è che oggi la scarsità non riguarda più soltanto quanta acqua rimane.

Sta diminuendo anche la capacità del territorio di immagazzinarla.

Quando una falda viene svuotata e gli strati del terreno si comprimono, una parte della capacità dell’acquifero può andare perduta in modo sostanzialmente irreversibile. La subsidenza può quindi trasformare una crisi ciclica dovuta alla siccità in un deterioramento permanente della capacità idrica del territorio.

Ed è qui che Isfahan diventa una fotografia di un problema molto più grande.

L’Iran ha cercato per decenni di sostenere contemporaneamente crescita demografica, produzione agricola, industrializzazione e sicurezza alimentare in un territorio naturalmente arido. Quando le acque superficiali non sono state sufficienti, si è attinto sempre più alle falde.

Ora anche quella riserva presenta il conto.

Il World Resources Institute descrive l’Iran come un Paese avviato verso una condizione definita di “water bankruptcy”, dopo anni di siccità e sfruttamento insostenibile delle risorse.

Le conseguenze possibili si concatenano.

Meno acqua significa minore produzione agricola. Minore produzione significa maggiore dipendenza dalle importazioni e maggiore vulnerabilità ai prezzi internazionali. La perdita di reddito nelle campagne può accelerare le migrazioni verso le città. La competizione per l’acqua alimenta tensioni tra province, agricoltori, industria e amministrazione centrale. E nel frattempo lo Stato deve spendere risorse per sostenere agricoltori, trasferire acqua, riparare infrastrutture e contenere il malcontento. Il legame tra scarsità, disoccupazione agricola, proteste e tensioni territoriali nel bacino dello Zayandeh-Rud è già documentato.

Questo non significa che la crisi idrica determinerà automaticamente una crisi politica.

Significa qualcosa di più preciso: riduce progressivamente il margine di manovra dello Stato iraniano.

Ogni anno di sovrasfruttamento rende più costoso mantenere lo stesso equilibrio.

Ed esiste una differenza fondamentale tra una crisi economica e questa crisi: il denaro può essere stampato, i sussidi possono essere modificati, le importazioni possono aumentare.

Una falda acquifera collassata non si ricostruisce con un decreto.

Per questo la subsidenza di Isfahan dovrebbe essere osservata ben oltre i confini dell’Iran.

Le grandi crisi geopolitiche vengono normalmente raccontate attraverso missili, eserciti, petrolio e sanzioni.

Quella iraniana potrebbe avere anche un’altra unità di misura:

i centimetri di terreno che ogni anno scompaiono sotto i piedi del Paese.