Le immagini arrivate oggi da Teheran meritano attenzione per una ragione precisa: non mostrano semplicemente una manifestazione di sostegno al regime. Mostrano il tentativo della Repubblica Islamica di trasformare la mobilitazione politica in mobilitazione militare di massa.
La manifestazione è stata organizzata dal governo. La televisione di Stato iraniana parla di oltre 300.000 persone presenti a Teheran, mentre il comandante locale dei Guardiani della Rivoluzione sostiene che più di 600.000 iraniani si siano già registrati per ricevere un addestramento militare di base nell’ambito della campagna Janfaday-e Iran. Le autorità dichiarano di puntare a oltre un milione di partecipanti. Queste cifre provengono dal regime e non sono verificabili indipendentemente, ma il progetto politico è esplicito.
Le immagini mostrano volontari in uniforme, armi, batterie antiaeree e droni. Alcuni manifestanti hanno calpestato bandiere israeliane e americane mentre venivano scanditi slogan di «Morte a Israele» e «Morte all’America». Il nuovo comandante dei Basij, Hossein Taeb, ha dichiarato che i volontari saranno preparati per una «difesa su vasta scala» e che manifestazioni analoghe saranno organizzate in altre città.
Il punto più pericoloso, però, è un altro.
Un regime sotto pressione può utilizzare una struttura del genere non soltanto contro un nemico esterno, ma anche per militarizzare ulteriormente la società e rafforzare i propri strumenti di controllo interno. I Basij hanno già avuto un ruolo centrale nella repressione delle proteste antigovernative. Associated Press osserva che l’aumento dei volontari potrebbe fornire alle autorità un ulteriore bacino di uomini da impiegare anche contro future rivolte interne.
Ed è qui che occorre evitare due errori opposti.
Il primo è guardare quelle immagini e concludere che l’Iran intero sia schierato con il regime. Non lo dimostrano. La manifestazione è organizzata dallo Stato, le cifre sono in parte fornite dalle autorità e, soltanto pochi mesi fa, il Paese era stato attraversato da proteste nazionali duramente represse.
Il secondo errore sarebbe però liquidare tutto come semplice propaganda.
Trecentomila persone nelle strade, anche all’interno di una macchina organizzativa statale, sono comunque molte. Centinaia di migliaia di registrazioni all’addestramento militare, se anche solo parzialmente reali, rappresentano un bacino umano significativo. Un apparato che riesce a combinare Guardiani della Rivoluzione, Basij, propaganda, addestramento civile e mobilitazione nazionalista diventa più difficile da destabilizzare e potenzialmente più disposto a sostenere una guerra prolungata.
Per Israele il problema strategico è precisamente questo: non basta degradare missili, droni, infrastrutture e capacità nucleari se Teheran riesce contemporaneamente a ricostruire consenso attraverso la guerra.
Una guerra esterna può indebolire un regime. Ma può anche offrirgli ciò che ogni regime assediato desidera: un nemico esterno attorno al quale ricompattare una parte della popolazione.
Le immagini di oggi non dimostrano che la Repubblica Islamica sia forte. Ma dimostrano che sta cercando di diventarlo nuovamente trasformando il conflitto in uno strumento di mobilitazione nazionale.
Ed è un rischio che sarebbe molto imprudente sottovalutare.
L’odio islamico torna in piazza a Teheran e si stringe al capezzale del regime
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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