C’è un nuovo sport internazionale sul 7 ottobre: prendere un fallimento colossale, aggiungerci una testimonianza indiretta, agitare bene il tutto e servire al pubblico la conclusione più grave possibile.
Hunter Biden sembra essersi iscritto con entusiasmo alla disciplina.
La sua tesi è semplice, spettacolare e soprattutto comodissima: Israele sapeva. Netanyahu sapeva. E avrebbero lasciato accadere il massacro perché avevano bisogno del 7 ottobre per mettere in pratica ciò che volevano fare a Gaza.
Fantastico.
Manca soltanto quel dettaglio noioso che, un tempo, separava un’accusa da una farneticazione: la prova.
Perché sapere che Hamas rappresentava una minaccia non significa conoscere il piano del 7 ottobre. Ricevere un avvertimento generico non significa conoscere data, ora, obiettivi e modalità dell’attacco. E soprattutto fallire catastroficamente nel prevenire una strage non significa aver deciso di permetterla.
Sono concetti piuttosto elementari. Evidentemente non abbastanza.
Poi arriva Sofian Abu Zaida, ex ministro dell’Autorità Palestinese, con il suo racconto sull’avvertimento attribuito a Yahya Sinwar: una “grande sorpresa”, un “terremoto”, qualcosa di enorme in preparazione.
Notizia importante? Certamente.
Prova che il governo israeliano conoscesse il piano operativo del 7 ottobre? No.
Prova che qualcuno abbia deciso deliberatamente di lasciare massacrare israeliani nelle loro case, nei kibbutz, sulle strade e al Nova Festival? Ancora meno.
Ed è qui che il castello di carte diventa quasi grottesco.
Un uomo racconta di aver ricevuto da Sinwar un avvertimento. Dice di averlo fatto arrivare attraverso un intermediario. Da lì si passa alla presunta telefonata emiratina a Netanyahu. Da quella telefonata, senza documentare ciò che esattamente sarebbe stato comunicato, qualcuno compie un altro salto mortale e conclude: dunque Israele sapeva tutto.
Poi Hunter Biden aggiunge l’ultimo piano al palazzo della fantasia: non soltanto sapevano, volevano che accadesse.
È una costruzione affascinante. Peccato che tra un piano e l’altro continuino a mancare le scale.
Il 7 ottobre merita un’inchiesta spietata.
Bisogna sapere chi ignorò gli avvertimenti. Chi sottovalutò Hamas. Chi continuò a credere che Sinwar fosse razionale e contenibile. Chi interpretò male l’intelligence. Chi lasciò il confine vulnerabile. Chi prese decisioni sbagliate e chi non prese quelle necessarie.
E se emergessero responsabilità politiche o militari, dovrebbero essere accertate senza proteggere nessuno.
Ma proprio perché il 7 ottobre è una tragedia nazionale di proporzioni storiche, trasformarlo nel luna park delle teorie più sensazionali significa rendere un pessimo servizio alla ricerca della verità.
Un fallimento non è automaticamente un complotto.
Un avvertimento non equivale alla conoscenza dettagliata di un piano.
Una testimonianza indiretta non è un verbale del gabinetto di sicurezza.
E il fatto che Hunter Biden pronunci una teoria davanti a un microfono non conferisce alla teoria il magico potere di trasformarsi in un fatto.
La questione può essere ridotta a una domanda molto semplice:
dov’è la prova che Israele abbia deliberatamente deciso di lasciare accadere il 7 ottobre?
Non la prova che qualcuno avesse lanciato un allarme.
Non la prova che l’intelligence avesse elementi preoccupanti.
Non la prova dell’arroganza strategica israeliana prima della guerra.
La prova della decisione consapevole di permettere il massacro.
Finché quella prova non esiste, siamo davanti a un’accusa straordinaria sostenuta da una catena di deduzioni straordinariamente fragile.
Hunter Biden può naturalmente dire quello che vuole.
Ma la storia non si scrive facendo coincidere i punti con il pennarello quando mancano metà dei punti.
Sul 7 ottobre abbiamo già avuto abbastanza cecità, superficialità e certezze sbagliate.
Non abbiamo bisogno di aggiungervi anche il complottismo travestito da investigazione.
Il complotto che non ha bisogno di prove
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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