Dopo quasi mezzo secolo, UNIFIL si prepara a lasciare il Libano. Ma la domanda decisiva non è cosa accadrà ai caschi blu.

È chi controllerà il territorio quando se ne saranno andati.

Il mandato operativo della missione terminerà il 31 dicembre 2026. Seguirà un ritiro progressivo che potrà protrarsi per un massimo di un anno. Sulla carta, l’obiettivo è inequivocabile: consegnare definitivamente la sicurezza del Libano meridionale allo Stato libanese.

Ed è precisamente qui che comincia il problema.

Dal 2006 la Risoluzione 1701 prevedeva che tra la Blue Line e il fiume Litani non vi fossero forze armate e armamenti diversi da quelli dello Stato libanese e di UNIFIL. Eppure Hezbollah è riuscito negli anni a costruire nel sud una vasta infrastruttura militare indipendente.

UNIFIL non l’ha impedito.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che avrebbe potuto semplicemente disarmare Hezbollah: i caschi blu non sono mai stati una forza d’occupazione incaricata di imporre la 1701 con le armi. Hanno pattugliato, osservato, documentato violazioni, sostenuto l’esercito libanese e soprattutto mantenuto un canale di comunicazione tra due Paesi che non hanno relazioni diplomatiche e che formalmente restano nemici.

La sua partenza elimina quindi anche questo cuscinetto.

Il futuro del confine dipenderà soprattutto dalle Lebanese Armed Forces. Ed è un salto qualitativo enorme: pattugliare il sud insieme a una forza internazionale è una cosa; diventare l’unica autorità armata legittima significa affrontare direttamente la questione che Beirut ha rinviato per decenni.

Hezbollah.

Il presidente Joseph Aoun sostiene che le armi debbano tornare sotto il monopolio dello Stato, ma vuole evitare che il processo degeneri in uno scontro interno. Israele, dall’altra parte, pretende garanzie concrete che Hezbollah non possa ricostruire nel sud l’apparato militare sviluppato dopo il 2006.

Qui si trova il vero nodo del dopo-UNIFIL.

Francia e Italia stanno lavorando a possibili formule internazionali alternative, mentre diversi Paesi europei hanno mostrato interesse per missioni di addestramento e assistenza all’esercito libanese.

Ma addestrare un esercito non equivale a fare peacekeeping.

Una missione europea potrebbe fornire intelligence, formazione, equipaggiamento e consulenza. Non necessariamente pattuglierebbe la Blue Line, documenterebbe le violazioni o si troverebbe fisicamente tra israeliani, Hezbollah e popolazione locale.

Per questo la fine di UNIFIL potrebbe produrre due scenari profondamente diversi.

Nel primo, il ritiro diventa finalmente il passaggio dalla tutela internazionale alla sovranità libanese: l’esercito prende il controllo effettivo del sud, Hezbollah perde progressivamente la propria autonomia militare e Israele non ha più motivo di considerare il territorio oltreconfine una piattaforma militare ostile.

Nel secondo, UNIFIL scompare ma il vuoto non viene riempito dallo Stato. Hezbollah conserva o ricostruisce capacità militari indipendenti e Israele torna a considerare necessario intervenire direttamente per impedirne il riarmo.

In quel caso il problema non sarebbe la mancanza dei caschi blu.

Sarebbe il fallimento, ancora una volta, dello Stato libanese nel diventare sovrano sul proprio territorio.

Per quasi cinquant’anni UNIFIL ha amministrato una contraddizione senza risolverla: uno Stato formalmente sovrano e, al suo interno, un’organizzazione armata capace di condurre autonomamente una guerra contro il Paese confinante.

La sua partenza farà cadere quella zona grigia.

E potrebbe essere proprio questo il significato strategico più importante della fine della missione: dal 2027 sarà molto più difficile nascondere dietro UNIFIL la domanda che accompagna il Libano da decenni.

Chi comanda davvero nel sud del Libano?