Un rabbino di sessant’anni aspetta l’autobus a Milano. Tre uomini descritti come nordafricani lo riconoscono, secondo le testimonianze riportate, perché è visibilmente ebreo. Lo prendono a calci e pugni, gli strappano il cappello, lo calpestano e gli sputano addosso.

Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, ha detto: «Una cosa così violenta non è mai successa». È il racconto riportato oggi da Il Giornale.
Basta.

L’Italia deve affrontare seriamente anche l’antisemitismo presente in una parte dell’immigrazione. Nasconderlo dietro formule prudenti non protegge gli immigrati integrati: protegge soltanto chi considera accettabile trasferire nelle nostre città l’odio contro gli ebrei.

La mia posizione è questa: uno straniero che venga condannato definitivamente per una grave aggressione antisemita deve scontare la pena e, quando la legge e gli obblighi internazionali lo consentono, essere espulso dall’Italia.

E voglio andare oltre.

Il Parlamento dovrebbe modificare la normativa sulla cittadinanza affinché, nei casi più gravi di violenza antisemita accertata con sentenza definitiva, possa essere revocata anche la cittadinanza italiana acquisita successivamente da chi possiede o può acquisire un’altra cittadinanza.

Oggi la legge italiana prevede già la possibilità di revocare alcune cittadinanze acquisite in presenza di determinate condanne definitive, in particolare nell’ambito dei reati indicati dall’articolo 10-bis della legge 91/1992. Non comprende genericamente le aggressioni antisemite. È precisamente questo il punto sul quale chiedo che intervenga il legislatore.

La cittadinanza non può essere ridotta a un pezzo di plastica in tasca.

Chi la acquisisce entra in una comunità politica che ha delle leggi e dei principi fondamentali. Se ritiene che un italiano possa essere massacrato di botte perché riconoscibile come ebreo, è legittimo discutere se, nei casi più gravi e con tutte le garanzie di una sentenza definitiva, quella scelta debba avere conseguenze anche sul rapporto giuridico costruito successivamente con lo Stato.

Non chiedo responsabilità collettive. Chiedo esattamente il contrario: responsabilità individuale, processo, condanna e conseguenze.

Non mi interessa da quale periferia di Casablanca, Tunisi, Milano o Roma provenga un antisemita. Non mi interessa quale passaporto abbia in tasca mentre prende a calci un rabbino.

Mi interessa che lo Stato italiano gli faccia capire che gli ebrei non sono ospiti tollerati nella propria patria.

Sono cittadini. Sono I-T-A-L-I-A-N-I.

E chi pensa di poter trasformare Milano in un luogo nel quale un italiano debba nascondere ciò che è per evitare di essere picchiato deve trovare davanti a sé uno Stato molto più duro di quanto sia stato finora.