“Nostro”, sia chiaro, soltanto nell’aritmetica. Non nelle idee, non nei valori. Grillo potrebbe fare al campo largo quello che Vannacci sta facendo al centrodestra: sottrargli voti dal fianco più insofferente, convincendo gli arrabbiati che i loro rappresentanti si siano ormai venduti. Il generale quel lavoro lo sta già facendo. Per Grillo siamo ancora alle ipotesi.
Una precisazione necessaria: il nuovo partito non è un fatto acquisito. Gli autori di Pulp hanno smentito che Grillo abbia parlato di fondarne uno nella registrazione che sarà diffusa il 21 settembre. Dunque ragioniamo su uno scenario, non celebriamo una scissione immaginaria. La propaganda lasciamola ai professionisti.
Lo scenario, però, può ingolosire. Un Grillo che portasse via consensi a Conte e soci potrebbe svolgere la funzione dell’utile idiota: dividere un’area politica che vorremmo vedere sconfitta, senza chiederci nulla in cambio. Il campo largo scoprirebbe che il populismo è una magnifica espressione della volontà popolare finché il megafono lo tiene un alleato. Quando lo impugna un concorrente, diventa improvvisamente irresponsabilità.
Ma un vantaggio elettorale non è una patente di rispettabilità. E nemmeno il vantaggio è garantito: quei voti potrebbero arrivare dall’astensione o da altri bacini, non soltanto dalle tasche di Conte. Non esiste il bonifico automatico tra una scissione avversaria e la nostra felicità.
Soprattutto, chi difende Israele non dovrebbe perdere la memoria appena intravede un dispetto al centrosinistra. Già nel 2012 Grillo ricorreva alla narrazione di una “lobby ebraica” capace di controllare l’informazione europea su Israele e palestinesi. Non una critica a Netanyahu: un repertorio complottista antiebraico. L’antisionismo non diventa più presentabile perché, incidentalmente, disturba qualcuno che ci sta antipatico.
Ed è qui che il sorriso dovrebbe spegnersi. Il rischio non è soltanto rimettere in circolazione quel repertorio, ma alimentare un bacino di rancore disponibile a incontrarne altri. Sul blog di Grillo, un intervento di Fabio Massimo Parenti ha presentato Cina e Russia come promotrici della diplomazia e la risposta iraniana agli attacchi israeliani come autodifesa. Vannacci, su un altro versante, sostiene il riavvicinamento a Mosca e contesta il sostegno all’Ucraina. Non sono posizioni identiche, ma indicano un possibile terreno d’incontro: la contestazione dell’orientamento occidentale dell’Italia.
Un fronte Grillo-Vannacci non è un patto che possiamo dare per concluso. Il generale ha negato contatti diretti, dichiarandosi però disponibile al confronto. Questo non prova un’alleanza futura; impedisce soltanto di liquidare ogni possibile convergenza come fantascienza.
Non occorre che diventino uguali, né attribuire automaticamente al generale l’antisionismo di Grillo. Potrebbero bastare nemici comuni, convenienze parlamentari e la promessa di liberare il “popolo vero” da chiunque ne ostacoli la volontà. Uno porterebbe la tradizione del vaffanculo, l’altro quella dell’ordine. Il megafono e il fischietto possono litigare sul volume e accordarsi benissimo su chi debba tacere.
La minaccia alla democrazia comincerebbe lì: non nella critica all’Europa o a un governo israeliano, ma nella pretesa che il consenso autorizzi a ridurre diritti, delegittimare il dissenso e trattare i contrappesi come sabotaggi.
Per questo possiamo riconoscere l’utilità tattica di una divisione nel campo largo senza diventare gli impresari dell’ennesimo salvatore populista. Un concorrente più radicale potrebbe indebolire quella coalizione alle urne e, contemporaneamente, spingerla a inseguirlo sul terreno peggiore.
Grillo può essere il “nostro Vannacci” per una sera di risultati elettorali.
Non deve diventare il nostro investimento politico.
Perché, nella storia dell’utile idiota, l’idiota non è necessariamente quello sul palco. A volte è quello che applaude, convinto di poterlo usare.
Grillo è il nostro Vannacci
Modificato il 16 settembre 2026 alle 13:01
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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