Il problema non è soltanto ciò che viene detto di Israele. È chi decide di che cosa dobbiamo parlare. Ben-Dror Yemini, su Ynet, denuncia una comunicazione prigioniera della confutazione permanente: rispondere all’ultima accusa, mentre l’ideologia e gli obiettivi di Hamas restano sullo sfondo. È una diagnosi che merita attenzione.

Chi stabilisce le domande esercita già un potere sulle risposte. Se ogni nostro intervento comincia con «non è vero che Israele…», rischiamo di accettare una premessa: che Israele debba continuamente dimostrare di meritare il diritto di esistere.

Dobbiamo cambiare il punto di partenza. Non abbandonare i fatti: scegliere anche quali fatti portare al centro.

Cominciamo dai documenti. Nello statuto di Hamas del 1988, l’antisemitismo non è un’interpretazione attribuita dall’esterno: l’articolo 7 richiama esplicitamente l’uccisione degli ebrei, mentre altri passaggi riproducono il repertorio del complotto ebraico mondiale. Non occorre inventare un nemico mostruoso. Occorre leggere quello che ha scritto di sé.

E occorre leggerlo integralmente. Nel documento del 2017 Hamas distingue il conflitto con il «progetto sionista» dall’ostilità verso gli ebrei e contempla uno Stato palestinese sulle linee del 1967 come formula di consenso nazionale. Ma mantiene il rifiuto della legittimità di Israele e l’obiettivo della liberazione dell’intera Palestina. Presentarlo semplicemente come un riconoscimento della soluzione a due Stati significa ometterne una parte decisiva.

È su questa contraddizione che bisogna interrogare chi attribuisce automaticamente a Hamas un progetto di emancipazione. Quale pace? Quale convivenza? Quale posto per l’esistenza nazionale ebraica?

Senza confondere Hamas con tutti i palestinesi, né l’islamismo con tutti i musulmani. Sarebbe un errore morale, ma anche strategico: regalerebbe all’organizzazione proprio quella rappresentanza universale che pretende di possedere.

Su un punto, però, non seguo Yemini fino in fondo. Considera il tentativo di confutare ogni testimonianza di NAZA una battaglia destinata al fallimento. Comprendo l’obiezione comunicativa, ma non ne farei una regola editoriale: le testimonianze vanno esaminate, le accuse circostanziate verificate, le falsificazioni dimostrate. Un film non è una sentenza. Neppure la nostra indignazione lo è.

E la precisione deve valere anche quando ci disturba. Un uomo adulto non è automaticamente un combattente; un obiettivo militare non rende automaticamente lecito qualsiasi attacco. Distinzione, proporzionalità e precauzioni restano obblighi, non concessioni all’avversario.

Contestare l’uso propagandistico della parola «genocidio» non richiede di negare il dolore dei civili. Richiede di non lasciare che una parola sostituisca la dimostrazione.

La risposta, allora, non può essere soltanto un portavoce più aggressivo. Servono archivi accessibili, traduzioni verificabili, documenti accompagnati dal loro contesto, testimonianze capaci di raggiungere anche chi non segue quotidianamente il conflitto. Ogni contenuto dovrebbe consentire al lettore di risalire alla prova, non soltanto di applaudire una conclusione.

Serve anche disciplina politica. Non possiamo pretendere rigore da un giornalista straniero e considerare irrilevante qualsiasi frase irresponsabile pronunciata dalla nostra parte. Difendere Israele non significa trasformarsi nell’ufficio assoluzioni di chi lo governa.

Il pubblico da raggiungere, inoltre, non coincide con quello che già ci approva. Una comunicazione che entusiasma soltanto i convinti può gratificarci senza spostare una sola convinzione.

È questa la responsabilità che riconosco anche a Israele Senza Filtri: essere schierati senza diventare prevedibili, documentare senza addomesticare, contestare senza inventare.

Non chiediamo che Israele sia sottratto al giudizio. Chiediamo che il giudizio non preceda le prove. E che Hamas non scompaia dal racconto proprio mentre si discute della guerra che ha contribuito a determinare.