C’è un modo molto semplice per sbagliare completamente la discussione attorno a NAZA: negare ciò che sappiamo essere vero per contestare ciò che, invece, non è stato dimostrato.

Che Israele abbia utilizzato l’intelligenza artificiale durante la guerra di Gaza non è uno scandalo rivelato dal film di Yuval Abraham e Rachel Szor. È un fatto conosciuto da anni.

Unit 8200 ha sviluppato sistemi di riconoscimento facciale, strumenti di analisi audio, modelli linguistici in arabo e algoritmi capaci di filtrare enormi quantità di informazioni. Lavender, Habsora e gli altri strumenti entrati ormai nel vocabolario di questa guerra appartengono all’evoluzione naturale dell’intelligence militare contemporanea.

Pensare che nel 2026 un esercito tecnologicamente avanzato possa combattere una guerra senza machine learning, analisi automatizzata dei dati e sistemi di supporto decisionale significa semplicemente non sapere come funzionano oggi intelligence e targeting.

Il punto è un altro.

Un algoritmo può classificare un sospetto. Può correlare migliaia di intercettazioni. Può riconoscere un volto, stimare una posizione o indicare una probabilità.

Ma tra quell’indicazione e una bomba esiste — o deve esistere — una catena di responsabilità umana.

Ed è precisamente questa catena che deve essere esaminata.

NAZA formula accuse gravissime. Alcune si inseriscono in un quadro già ampiamente documentato. Altre no.

La più impressionante è quella secondo cui sarebbe stato autorizzato un attacco prevedendo fino a 500 morti civili.

Cinque cento.

Non dieci. Non venti. Cinquecento.

È una cifra capace da sola di cambiare la percezione dell’intera condotta della guerra.

Ed è anche una cifra che, oggi, non dispone pubblicamente di una prova indipendente.

L’IDF la nega categoricamente. Secondo fonti militari citate da Ynet, esistono naturalmente differenti livelli autorizzativi legati al danno collaterale previsto, ma si parla di numeri nell’ordine delle decine, non delle centinaia. L’esercito sostiene di non aver mai pianificato, autorizzato o condotto un attacco prevedendo 500 vittime civili.

Questo non dimostra automaticamente che l’IDF abbia ragione.

Ma significa che un’accusa di questa portata non può essere trasformata in fatto accertato semplicemente perché pronunciata da una figura anonima davanti a una telecamera.

Ed è qui che la discussione dovrebbe diventare adulta.

Yuval Abraham non ha inventato l’esistenza di Lavender. Non ha inventato l’utilizzo israeliano dell’intelligenza artificiale. Non ha inventato il concetto militare di danno collaterale previsto.

Ma dall’esistenza di questi strumenti non discende automaticamente che ogni affermazione contenuta nel suo film sia vera.

Questa equivalenza è giornalisticamente inaccettabile.

Allo stesso modo sarebbe intellettualmente disonesto, da parte israeliana, utilizzare l’eventuale falsità della storia dei 500 per sostenere che tutto ciò che viene raccontato sul targeting automatizzato sia propaganda.

La guerra moderna è molto più complessa.

L’intelligenza artificiale può rendere un esercito più preciso. Può ridurre errori. Può processare in pochi minuti informazioni che avrebbero richiesto giorni.

Ma può anche produrre il problema opposto: rendere possibile una quantità di decisioni operative che nessuna struttura umana avrebbe potuto assumere con quella velocità.

Ed è qui che si trova la vera questione morale.

Non se una macchina abbia materialmente premuto un pulsante.

Ma quanto tempo sia rimasto all’uomo per interrogare ciò che la macchina gli presentava come vero.

Quanto fosse approfondita la verifica.

Quanto fosse possibile dissentire.

Quanto spesso un suggerimento algoritmico sia stato realmente riesaminato e quanto spesso sia diventato, per inerzia, una presunzione da confermare.

Sono domande legittime.

Israele deve essere abbastanza forte da poterle affrontare.

Ed è proprio per questo che considero politicamente sbagliate le reazioni di chi propone di revocare la cittadinanza agli autori del film.

Non perché NAZA debba essere accettato come verità.

Esattamente per il motivo contrario.

Se contiene falsità, bisogna mostrarle.

Una per una.

Se qualcuno sostiene che furono autorizzati cinquecento civili come danno collaterale, bisogna chiedergli: quale operazione? quale obiettivo? quale data? quale livello autorizzativo? quale documento?

E se quella documentazione non esiste, bisogna dirlo con tutta la forza possibile.

La risposta più devastante alla propaganda non è la censura.

È il fact-checking.

La forza di uno Stato democratico non consiste nel pretendere che nessuno lo accusi.

Consiste nel poter rispondere alle accuse mostrando dove finiscono i fatti e dove comincia la narrazione.

Perché sull’intelligenza artificiale NAZA apre una discussione reale.

Sui cinquecento morti, invece, deve ancora fornire la prova fondamentale.

Ed è una differenza enorme.