L’Iran prova a ridisegnare la propria geografia energetica, spostando una parte crescente dell’attenzione dal Golfo Persico al Mar Caspio.

Per decenni il cuore dell’industria petrolifera e del gas iraniana è rimasto concentrato nel sud del Paese, vicino allo Stretto di Hormuz. In tempo di guerra, però, questa concentrazione rappresenta una vulnerabilità evidente: giacimenti, terminali, raffinerie e rotte delle petroliere si trovano nello stesso teatro operativo.

Teheran sta quindi riattivando la piattaforma semisommergibile Amir Kabir, costruita in Iran da Sadra e destinata alle esplorazioni in acque profonde del Caspio. La piattaforma può operare in quasi 1.000 metri d’acqua e perforare fino a circa 6.600 metri sotto il fondale. In passato era già stata utilizzata nell’area di Sardar-e Jangal.

Le attività esplorative stanno riprendendo nel Blocco 18 e al largo della provincia di Gilan, mentre nuovi lavori sismici nel Golestan potrebbero portare a ulteriori perforazioni.

Il Caspio non può sostituire nel breve periodo gli enormi giacimenti meridionali iraniani. Ma questo non sembra essere l’obiettivo immediato.

Anche una produzione relativamente limitata nel nord permetterebbe infatti all’Iran di rifornire industrie e province settentrionali senza dipendere completamente dalle infrastrutture del Golfo. Significherebbe inoltre costruire una seconda rete di porti, mezzi di supporto, cantieri, personale specializzato e infrastrutture energetiche lontane dal principale fronte marittimo.

C’è poi la dimensione geopolitica.

Sul Caspio l’Iran confina con uno spazio energetico che comprende Russia, Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakhstan. Teheran potrebbe ampliare gli accordi di scambio energetico con questi Paesi e, in prospettiva, cercare nuovi collegamenti con le reti euroasiatiche.

Il ritorno operativo della Amir Kabir ha quindi anche un significato industriale: mantenere all’interno del Paese competenze nella perforazione offshore profonda, personale tecnico, capacità di manutenzione e infrastrutture navali.

Non è ancora una vera alternativa allo Stretto di Hormuz.

È però l’inizio di una strategia di dispersione: meno dipendenza da un unico teatro geografico, più connessioni con l’Eurasia e una struttura energetica potenzialmente più difficile da paralizzare attraverso una sola campagna militare o un blocco marittimo.

La guerra, invece di restringere la mappa energetica iraniana, potrebbe quindi accelerarne la diversificazione.