Secondo una ricostruzione del New York Times, citata dal Times of Israel, gli attacchi del 6-7 luglio contro tre navi commerciali — tra cui una petroliera per il trasporto di gas qatariota — non sarebbero stati autorizzati né dal presidente Masoud Pezeshkian, né dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e, fatto ancora più significativo, neppure dal comandante dei Pasdaran Ahmad Vahidi.

Pezeshkian, che si trovava in Iraq, sarebbe rientrato furioso a Teheran chiedendo spiegazioni direttamente a Vahidi. Il comandante dell’IRGC avrebbe negato non soltanto di aver autorizzato l’operazione, ma persino di esserne stato informato preventivamente.

Gli attacchi provocarono la risposta americana e contribuirono a far naufragare il Memorandum d’Intesa firmato il 17 giugno tra Washington e Teheran.

L’indagine interna iraniana avrebbe individuato dietro l’operazione Hossein Taeb, potentissimo ex capo dell’intelligence dei Pasdaran, oppositore dell’accordo con Washington e recentemente nominato alla guida dei Basij.

Il caso avrebbe provocato uno degli scontri interni più violenti degli ultimi anni ai vertici della Repubblica Islamica, con diversi funzionari che avrebbero persino minacciato le dimissioni.

Sul fondo emerge inoltre un problema ancora più profondo: il vuoto di potere attorno alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che non appare pubblicamente dall’inizio della guerra. Alcuni funzionari iraniani avrebbero persino espresso dubbi sull’autenticità di dichiarazioni attribuitegli.

Se la ricostruzione fosse confermata, mostrerebbe un regime nel quale differenti centri di potere armato possono arrivare a condurre operazioni strategiche nello Stretto di Hormuz senza l’autorizzazione della leadership politica e militare, sabotando direttamente la politica estera dello Stato.

Non soltanto una lotta tra “moderati” e falchi, dunque, ma una questione molto più pericolosa: chi comanda realmente oggi nella Repubblica Islamica?