Venticinque anni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la storia sembra compiere un giro inquietante. Non siamo tornati all’Afghanistan del 2001 e sarebbe analiticamente sbagliato sostenerlo. Ma proprio nel Paese dal quale al-Qaeda poté preparare l’attacco più devastante mai compiuto sul territorio americano, organizzazioni jihadiste stanno nuovamente trovando spazio per addestrarsi, riorganizzarsi e costruire reti operative.
Secondo informazioni raccolte dal Washington Post, al-Qaeda e le organizzazioni ad essa collegate avrebbero costituito almeno otto basi in Afghanistan negli ultimi tre anni. La presenza di gruppi jihadisti sarebbe stata individuata in almeno 14 delle 34 province afghane.
È un dato che assume un significato politico ancora maggiore perché arriva cinque anni dopo la riconquista di Kabul da parte dei Talebani e il completamento del ritiro occidentale dall’Afghanistan.
Non è il 2001. Ed è proprio questo il problema
Il primo errore sarebbe immaginare il ritorno di al-Qaeda come la semplice ricostruzione dell’organizzazione creata da Osama bin Laden: La struttura jihadista internazionale è profondamente cambiata.
L’al-Qaeda di oggi è numericamente e operativamente molto più debole del movimento che organizzò l’11 settembre. La sua leadership centrale è stata decimata da oltre vent’anni di operazioni antiterrorismo, Osama bin Laden è stato ucciso nel 2011 e Ayman al-Zawahiri nel 2022.
Dalla Somalia al Sahel, dallo Yemen all’Asia meridionale, il marchio e soprattutto l’ideologia qaedista sono sopravvissuti attraverso organizzazioni regionali capaci di adattarsi ai rispettivi contesti. Al-Shabaab nel Corno d’Africa e JNIM nel Sahel rappresentano alcuni degli esempi più importanti di questa trasformazione.
Al-Qaeda non deve necessariamente ricostruire il quartier generale di bin Laden per tornare pericolosa. Le basta disporre di territorio relativamente sicuro, infrastrutture, addestramento, collegamenti con gruppi locali e soprattutto tempo.
Ed è precisamente ciò che l’Afghanistan rischia nuovamente di offrirle.
Il problema talebano
Quando i Talebani tornarono al potere nell’agosto 2021, uno degli elementi centrali del dibattito internazionale riguardava la possibilità che il nuovo Emirato islamico rispettasse gli impegni assunti nell’accordo di Doha del 2020 e impedisse all’Afghanistan di trasformarsi nuovamente in una piattaforma per il terrorismo internazionale.
Cinque anni dopo, il quadro è estremamente problematico.
Il rapporto 2026 del team delle Nazioni Unite incaricato di monitorare ISIS e al-Qaeda afferma che nessuno Stato membro consultato sostiene la tesi delle autorità talebane secondo cui non esisterebbero organizzazioni terroristiche sul territorio afghano.
Al contrario, secondo le valutazioni internazionali, l’ambiente afghano rimane permissivo per diverse organizzazioni.
Il punto essenziale è però distinguere i rapporti che Kabul mantiene con i diversi gruppi jihadisti.
I Talebani combattono ISIS-K perché lo considerano un nemico diretto e una minaccia al proprio monopolio del potere. Il rapporto con al-Qaeda e con altre organizzazioni della galassia jihadista è differente e molto più ambiguo.
I legami storici, ideologici, familiari e militari costruiti durante decenni di guerra non sono semplicemente scomparsi con la presa di Kabul.
Il problema non è quindi soltanto stabilire se il governo talebano impartisca direttamente ordini ad al-Qaeda. La questione strategicamente più importante è determinare quanto spazio esso permetta alle organizzazioni jihadiste di conservare.
Al-Qaeda e ISIS-K: due minacce differenti
C’è poi un paradosso che rende la situazione afghana ancora più complessa.
Il principale avversario jihadista dei Talebani non è al-Qaeda, ma lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan, ISIS-K.
ISIS e al-Qaeda condividono una matrice jihadista ma sono organizzazioni rivali, con strategie, leadership e concezioni differenti.
ISIS-K considera inoltre gli stessi Talebani insufficientemente radicali e li combatte.
Secondo le valutazioni internazionali, ISIS-K rimane una delle minacce terroristiche più importanti provenienti dall’Asia centrale e meridionale e conserva l’ambizione di compiere operazioni al di fuori dell’Afghanistan.
Si crea così una situazione apparentemente contraddittoria: il governo talebano combatte una componente del jihadismo internazionale mentre permette, tollera o non riesce a eliminare altre strutture jihadiste presenti nel Paese.
Questo significa che non esiste semplicemente un “ritorno del terrorismo” in Afghanistan. Esiste un ecosistema nel quale organizzazioni rivali convivono, competono, collaborano occasionalmente e sfruttano gli spazi lasciati dall’assenza di una pressione antiterrorismo occidentale permanente sul territorio.
Il grande limite del ritiro americano
Qui emerge la conseguenza strategica più importante del 2021.
Gli Stati Uniti non hanno perso completamente la capacità di colpire obiettivi terroristici in Afghanistan. Washington conserva capacità cosiddette “over the horizon”, cioè la possibilità di condurre operazioni senza mantenere una presenza militare permanente nel Paese.
L’uccisione di Ayman al-Zawahiri a Kabul nel 2022 dimostrò che questa capacità esiste.
Ma quell’operazione dimostrò contemporaneamente qualcosa di molto più inquietante: il leader di al-Qaeda si trovava nella capitale dell’Afghanistan governato dai Talebani.
Il problema dell’approccio “over the horizon” non riguarda quindi soltanto la capacità di lanciare un missile contro un obiettivo già identificato.
Il problema è identificare quell’obiettivo.
Con il ritiro sono venute meno gran parte della presenza territoriale, delle reti HUMINT, delle infrastrutture militari e della capacità di sorveglianza continuativa che permettevano agli Stati Uniti e ai loro alleati di osservare direttamente ciò che accadeva nel Paese.
Un drone può eliminare un terrorista, ma non può sostituire automaticamente una rete di intelligence.
Il jihadismo ha imparato a essere paziente
La questione più importante potrebbe però essere culturale e strategica.
Dopo l’11 settembre, al-Qaeda diventò il nemico pubblico numero uno dell’Occidente.
Essere associati all’organizzazione significava attirare immediatamente l’attenzione dei più potenti apparati militari e d’intelligence del pianeta.
La generazione successiva del jihadismo ha imparato anche da questo errore.
Non è necessario proclamare continuamente la propria forza. Talvolta è molto più conveniente abbassare il profilo, radicarsi localmente, costruire alleanze e attendere.
Reuters osserva come al-Qaeda, pur essendo molto più debole rispetto al proprio apice, abbia mantenuto una notevole capacità di sopravvivenza proprio attraverso la decentralizzazione e l’impiego di strutture regionali.
È quindi possibile che il vero rischio non sia vedere domani una nuova al-Qaeda capace di replicare immediatamente l’11 settembre. Il rischio è permetterle di ricostruire lentamente le condizioni che rendono nuovamente possibile progettare operazioni internazionali.
Il fronte dimenticato
C’è infine un problema politico:
l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito pubblico occidentale.
La guerra in Ucraina, il Medio Oriente, l’Iran, Gaza, il Libano, il Mar Rosso e la crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina hanno spostato altrove l’attenzione politica e militare, ma le organizzazioni terroristiche prosperano precisamente nelle periferie dell’attenzione internazionale.
Il direttore dell’MI5, Ken McCallum, ha formulato nei giorni scorsi un avvertimento particolarmente significativo: il prossimo shock strategico potrebbe formarsi proprio dove oggi non stiamo guardando.
È una lezione che l’11 settembre avrebbe dovuto rendere permanente, ma che evidentemente non è stata imparata.
Nel 2001 l’Afghanistan appariva alla maggior parte dell’Occidente come una periferia remota del sistema internazionale.
In quella periferia, sotto la protezione dell’Emirato talebano, un’organizzazione terroristica costruì le infrastrutture necessarie per colpire New York e Washington.
Venticinque anni dopo non esistono elementi per sostenere che un nuovo 11 settembre sia imminente. Sarebbe allarmismo. Esistono però elementi sufficienti per affermare qualcosa di diverso e forse più importante: alcune delle condizioni strategiche che precedettero quella catastrofe stanno tornando a esistere.
Venticinque anni dopo l’11 settembre, l’Afghanistan torna a essere un santuario jihadista
Modificato il 13 settembre 2026 alle 09:59
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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