La Thailandia ha revocato la cittadinanza al rabbino Yossef Chaim Kantor, leader della comunità ebraica e capo del movimento Chabad nel paese.
Il primo ministro thailandese ha firmato il decreto dopo che le autorità hanno stabilito che il rabbino aveva utilizzato il suo passaporto americano in 16 viaggi, in violazione dei termini della sua naturalizzazione del 2013.
La decisione è stata presa sullo sfondo di indagini e perquisizioni presso istituzioni legate a Chabad nel paese.
Chabad ha espresso rammarico per la decisione e ha annunciato che intraprenderà azioni legali contro di essa.
I media statali cinesi hanno diffuso una dichiarazione ufficiale in merito alla visita del leader nordcoreano Kim Jong-un nel Paese, secondo la quale i due Paesi "si sono impegnati ad ampliare i legami tra i popoli e la cooperazione economica e commerciale, attraverso l'inaugurazione del nuovo ponte sul Fiume Giallo".
Secondo la dichiarazione, "Cina e Corea del Nord rafforzeranno la comunicazione e la cooperazione strategica tra di loro, con l'obiettivo di salvaguardare la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo.
Kim ha visitato il Memoriale della Guerra di Corea nella città di Dandong ed ha espresso la sua gratitudine ai martiri". Inoltre, è stato riferito che Kim ha visitato una fabbrica di automobili a Dandong.
La portaerei americana USS Theodore Roosevelt (CVN 71), della Classe Nimitz, è arrivata il 16 ottobre 2026 alla base navale americana di Yokosuka, in Giappone, in preparazione di un'esercitazione congiunta tra le forze armate del Giappone e degli Stati Uniti, denominata "Keen Sword".
Corea del Nord: Abbiamo lanciato missili da crociera da sottomarini nell'ambito di un'esercitazione.
La Corea del Nord ha annunciato di aver testato il lancio di due tipi di missili da crociera strategici da sottomarini.
L'agenzia di stampa KCNA ha affermato che lo scopo dell'esercitazione era quello di testare le capacità della marina e "l'affidabilità dei componenti di deterrenza bellica".
Non sono stati forniti ulteriori dettagli sul lancio dei missili, ed è stato notato che alti ufficiali militari hanno assistito all'esercitazione, svoltasi al largo della costa orientale del Paese. (Reuters)
Secondo dati di monitoraggio, la portaerei USS George Bush ha iniziato il suo viaggio di ritorno nel territorio del Comando Centrale americano CENTCOM, dopo una sosta nel porto di Phuket, in Thailandia, per "riposare".
Negli ultimi giorni, circa 20 aerei cisterna americani hanno lasciato gli Stati Uniti per l'Europa.
Svolta militare in Medio Oriente. Il Pakistan avrebbe iniziato a partecipare direttamente alla campagna aerea condotta dall’Arabia Saudita contro i terroristi Houthi, sostenuti dall’Iran.
A rivelarlo è un alto ufficiale militare pakistano al New York Times, secondo il quale i caccia dell’aeronautica di Islamabad stanno già effettuando attacchi contro obiettivi delle milizie Houthi.
Un secondo funzionario pakistano ha precisato che le operazioni sarebbero finalizzate principalmente a neutralizzare le capacità missilistiche e i droni degli Houthi, escludendo per il momento un’offensiva terrestre pakistana nello Yemen.
La notizia arriva dopo l’attivazione del patto di difesa congiunta tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia e nel pieno dell’escalation militare nella Penisola Arabica.
Se confermato ufficialmente, l’intervento segnerebbe un significativo allargamento del conflitto: il Pakistan, potenza nucleare e uno dei principali attori militari del mondo islamico, passerebbe dal sostegno strategico a Riad alla partecipazione diretta alle operazioni di combattimento.
Non sono ancora stati comunicati il numero degli aerei coinvolti, gli obiettivi colpiti e l’entità dei bombardamenti.
Corea del Sud: Pyongyang ha lanciato un missile non identificato verso il Giappone. La Corea del Nord ha lanciato un missile non identificato in mare al largo della costa orientale del Paese, di fronte al Giappone, ha dichiarato l'esercito sudcoreano.
Non servono necessariamente convogli di missili già assemblati. Elettronica, motori, sistemi GPS, componenti aeronautici e materiali dual-use possono essere sufficienti per mantenere in funzione una macchina militare. I dati sulle spedizioni dalla Cina all’Iran aprono così una finestra su uno degli aspetti meno visibili della guerra: la capacità di Teheran di ricostruire ciò che viene distrutto.
Circa 1.300 spedizioni provenienti dalla Cina e contenenti componenti utilizzabili nella produzione di droni e missili sarebbero state destinate al Ministero della Difesa iraniano dall’inizio del 2026 alla fine di giugno. Il dato emerge dall’analisi di registri doganali iraniani effettuata dal Wall Street Journal. Tra il materiale figurano componenti elettronici, dispositivi GPS, motori e parti per motori aeronautici: prodotti che possono avere applicazioni civili, ma che possono essere incorporati anche in sistemi d’arma.
È una distinzione importante. Parlare semplicemente di “1.300 carichi di armi cinesi” sarebbe impreciso. Il problema strategico è proprio il contrario: la moderna industria militare dipende da migliaia di componenti che non sono necessariamente armi quando attraversano una frontiera. Un motore elettrico, un circuito, un ricevitore satellitare o un componente aeronautico acquistano significato militare nel momento in cui vengono integrati in una linea di produzione di droni, sistemi di guida o missili.
Ed è qui che il dato assume una dimensione decisamente più rilevante.
Secondo i registri citati dal Journal, una spedizione destinata al Ministero della Difesa iraniano arrivò proprio il giorno in cui Stati Uniti e Iran raggiunsero una tregua temporanea. Due giorni più tardi seguirono oltre una dozzina di ulteriori spedizioni, comprendenti più di 6 milioni di dollari di componenti utilizzabili nei droni.
La coincidenza non dimostra automaticamente un coordinamento politico diretto da parte del governo cinese. Dimostra però qualcosa di molto concreto: mentre Pechino si presenta diplomaticamente come interlocutore interessato alla stabilizzazione della regione, le relazioni commerciali tra soggetti cinesi e l’apparato della difesa iraniano continuano a fornire a Teheran una profondità industriale che l’Iran, isolato, avrebbe molte più difficoltà a mantenere.
La vera battaglia è la capacità di rigenerarsi
Nel confronto militare contemporaneo non conta soltanto quanti missili possiede un Paese all’inizio di una guerra. Conta quanto rapidamente riesce a sostituire quelli lanciati, ricostruire le infrastrutture colpite, trovare nuovi fornitori e riaprire le linee produttive.
Da questo punto di vista, la questione cinese è essenziale per comprendere la resilienza iraniana.
Negli ultimi anni Israele e Stati Uniti hanno concentrato una parte significativa della loro strategia sul degrado delle capacità militari iraniane: depositi, infrastrutture missilistiche, sistemi antiaerei, centri di produzione e reti logistiche. Ma una campagna di interdizione produce risultati permanenti soltanto se l’avversario non dispone di una catena di approvvigionamento capace di ricostruire ciò che perde.
È esattamente qui che entrano in gioco le forniture dual-use.
Il Wall Street Journal riferisce che i registri esaminati da ImportGenius mostrano, tra gennaio 2025 e giugno 2026, migliaia di spedizioni verso società iraniane e verso lo stesso Ministero della Difesa. Alcune includevano dispositivi GPS, motori e componenti per motori aeronautici.
Non significa che ogni componente finisca automaticamente in un missile. Significa però che esiste un ecosistema commerciale abbastanza ampio da rendere estremamente difficile separare la normale importazione industriale dall’approvvigionamento della macchina militare iraniana.
Ed è precisamente questa zona grigia a rendere inefficaci molte forme tradizionali di embargo.
Un altro elemento rende il quadro ancora più interessante: la logistica. La crescente pressione sulle rotte marittime iraniane ha spinto Teheran a rafforzare i collegamenti aerei con la Cina. Secondo i dati di FlightRadar24 citati dal rapporto, la compagnia iraniana Mahan Air — sottoposta a sanzioni statunitensi — sarebbe passata da circa quattro collegamenti settimanali con la Cina all’inizio di marzo a circa 27 alla fine di aprile. Nella prima settimana di settembre avrebbe effettuato 39 voli tra Cina e Iran, un ritmo circa doppio rispetto ai livelli precedenti alla guerra. Alcuni di questi voli non risultavano disponibili per prenotazioni passeggeri.
È un adattamento classico di una potenza sotto pressione: se una rotta diventa vulnerabile, se ne sviluppa un’altra.
La conseguenza è che la guerra economica e quella militare finiscono per sovrapporsi. Interrompere una nave che trasporta materiale sensibile è relativamente intuitivo. Fermare un flusso continuo di componentistica elettronica, industriale e aeronautica distribuita attraverso migliaia di transazioni è enormemente più complesso.
Ed è anche più politicamente costoso, perché significa intervenire sul commercio con la seconda economia mondiale.
Pechino e Teheran non devono necessariamente condividere la stessa visione del mondo per avere interessi compatibili.
La Cina è da anni il principale sbocco commerciale per il petrolio iraniano e i due Paesi hanno firmato nel 2021 un accordo di cooperazione strategica venticinquennale. Secondo stime citate dal Journal, la quota cinese degli acquisti di greggio iraniano ha raggiunto livelli estremamente elevati negli anni delle sanzioni americane.
Per Teheran il rapporto con Pechino offre denaro, mercato, tecnologia e accesso a un’enorme base manifatturiera.
Per la Cina l’Iran rappresenta contemporaneamente una fonte energetica, un partner regionale e un elemento capace di assorbire risorse strategiche americane in Medio Oriente.
Questo non significa che Pechino desideri necessariamente un Iran incontrollabile o una guerra regionale permanente. Una crisi capace di interrompere stabilmente i flussi energetici attraverso il Golfo danneggerebbe pesantemente anche la Cina. Il rapporto è quindi più complesso di una semplice alleanza militare: Pechino ha interesse a evitare il collasso iraniano senza necessariamente avere interesse a concedere a Teheran libertà d’azione illimitata.
Ed è proprio questa ambiguità a rendere il rapporto così efficace.
Per Israele, la questione strategica va dunque oltre il numero di missili presenti oggi negli arsenali della Repubblica Islamica.
La domanda fondamentale diventa: quanto tempo occorre all’Iran per ricostruire ciò che viene distrutto?
Se una fabbrica viene colpita ma i macchinari, i circuiti e i componenti necessari possono essere nuovamente acquistati attraverso società straniere, la distruzione produce un vantaggio temporaneo. Se una rete di approvvigionamento viene invece spezzata, il danno diventa strutturale.
La differenza è enorme.
Per questo le circa 1.300 spedizioni individuate nei registri doganali sono forse più significative di quanto suggerisca il semplice numero. Non raccontano soltanto la storia di alcuni aerei cargo tra Cina e Iran. Mostrano il funzionamento della retrovia industriale di una guerra moderna.
L’Iran combatte attraverso missili, droni, milizie e infrastrutture regionali. Ma dietro ogni drone esistono circuiti, motori, sensori, sistemi di navigazione, materiali e macchinari. Dietro ogni arsenale esiste una supply chain.
E quando quella supply chain conduce alla Cina, la questione smette di essere soltanto iraniana.
Diventa una partita molto più grande: quella tra la capacità occidentale e israeliana di degradare l’apparato militare di Teheran e la capacità dell’Iran di rigenerarlo sfruttando una delle più grandi piattaforme industriali del pianeta.
Le guerre del XXI secolo non si vincono soltanto distruggendo gli arsenali.
Si decidono anche impedendo che qualcuno possa riempirli di nuovo.
- Il Pakistan lascia intendere di voler entrare in guerra contro gli Houthi
Il Pakistan ha minacciato di entrare in guerra in Medio Oriente, promettendo di difendere l'Arabia Saudita dai ribelli Houthi. I vertici militari di Islamabad hanno dichiarato che sarebbero "pronti a tutto" a sostegno del regno, nella più grande dimostrazione di forza da quando i due Paesi sono diventati membri fondatori di un'alleanza militare in stile NATO il mese scorso.
"Il Pakistan sostiene pienamente il Regno dell'Arabia Saudita, sia sul piano diplomatico che militare", ha dichiarato il tenente generale Ahmed Sharif Chaudhry, portavoce principale dell'esercito pakistano.
"E vorrei sottolineare qui la parola 'fisicamente'", ha aggiunto. "Arriveremo a qualsiasi limite. Siamo presenti e continueremo a difendere il Regno dell'Arabia Saudita da qualsiasi aggressione.”
La Cina interviene sull’escalation regionale chiedendo di impedire un ulteriore allargamento del conflitto.
«Non vogliamo vedere le tensioni regionali estendersi ulteriormente fino a coinvolgere lo Yemen e il Mar Rosso», ha dichiarato il Ministero degli Esteri cinese.
Pechino ha inoltre esortato tutte le parti ad adottare «misure efficaci» per consentire la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico fondamentale per i flussi energetici e il commercio internazionale.
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha condannato «nei termini più forti possibili» quello che Riyadh descrive come un tentativo di attacco con drone contro la città santa della Mecca.
Sharif ha affermato che il popolo pakistano è «rattristato e turbato» dall’accaduto e ha elogiato «la straordinaria vigilanza, il coraggio e la professionalità» delle Forze Armate saudite.
Secondo la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, un drone attribuito ad Ansarullah sarebbe stato intercettato e distrutto a sud della Mecca prima di entrare nello spazio aereo proibito della città. Riyadh sostiene che si sia trattato di un tentativo di colpire la Mecca.
Ansarullah nega però di aver preso di mira la Mecca o altri luoghi sacri islamici, contestando apertamente la ricostruzione saudita. Al momento, quindi, l’affermazione secondo cui la città santa fosse effettivamente l’obiettivo del drone resta oggetto di versioni contrapposte.
La condanna di Islamabad arriva in un momento di forte escalation tra Arabia Saudita e Ansarullah, dopo una nuova serie di attacchi e operazioni militari legate al conflitto yemenita.
La Guardia Costiera malese ha sequestrato complessivamente quattro navi cargo che trasportavano merci destinate a Israele.
La prima nave è stata intercettata nello Stretto di Malacca dopo aver effettuato uno scalo temporaneo al porto di Tanjung Pelepas. Identità della nave e origine del carico non sono state rese note.
Secondo l’Agenzia malese per il controllo e la protezione delle frontiere, le verifiche preliminari avrebbero indicato una violazione delle norme nazionali che vietano esportazioni dirette o indirette verso Israele.
Successivamente, le autorità malesi hanno sequestrato altre tre navi nelle proprie acque. Anche queste avevano fatto scalo a Tanjung Pelepas e, secondo le informazioni disponibili, trasportavano merci provenienti dalla Cina e dirette verso Israele.
L’episodio segnala un’applicazione particolarmente rigida da parte di Kuala Lumpur delle restrizioni commerciali nei confronti dello Stato ebraico.
Venticinque anni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la storia sembra compiere un giro inquietante. Non siamo tornati all’Afghanistan del 2001 e sarebbe analiticamente sbagliato sostenerlo. Ma proprio nel Paese dal quale al-Qaeda poté preparare l’attacco più devastante mai compiuto sul territorio americano, organizzazioni jihadiste stanno nuovamente trovando spazio per addestrarsi, riorganizzarsi e costruire reti operative.
Secondo informazioni raccolte dal Washington Post, al-Qaeda e le organizzazioni ad essa collegate avrebbero costituito almeno otto basi in Afghanistan negli ultimi tre anni. La presenza di gruppi jihadisti sarebbe stata individuata in almeno 14 delle 34 province afghane.
È un dato che assume un significato politico ancora maggiore perché arriva cinque anni dopo la riconquista di Kabul da parte dei Talebani e il completamento del ritiro occidentale dall’Afghanistan.
Non è il 2001. Ed è proprio questo il problema
Il primo errore sarebbe immaginare il ritorno di al-Qaeda come la semplice ricostruzione dell’organizzazione creata da Osama bin Laden: La struttura jihadista internazionale è profondamente cambiata.
L’al-Qaeda di oggi è numericamente e operativamente molto più debole del movimento che organizzò l’11 settembre. La sua leadership centrale è stata decimata da oltre vent’anni di operazioni antiterrorismo, Osama bin Laden è stato ucciso nel 2011 e Ayman al-Zawahiri nel 2022.
Dalla Somalia al Sahel, dallo Yemen all’Asia meridionale, il marchio e soprattutto l’ideologia qaedista sono sopravvissuti attraverso organizzazioni regionali capaci di adattarsi ai rispettivi contesti. Al-Shabaab nel Corno d’Africa e JNIM nel Sahel rappresentano alcuni degli esempi più importanti di questa trasformazione.
Al-Qaeda non deve necessariamente ricostruire il quartier generale di bin Laden per tornare pericolosa. Le basta disporre di territorio relativamente sicuro, infrastrutture, addestramento, collegamenti con gruppi locali e soprattutto tempo.
Ed è precisamente ciò che l’Afghanistan rischia nuovamente di offrirle.
Il problema talebano
Quando i Talebani tornarono al potere nell’agosto 2021, uno degli elementi centrali del dibattito internazionale riguardava la possibilità che il nuovo Emirato islamico rispettasse gli impegni assunti nell’accordo di Doha del 2020 e impedisse all’Afghanistan di trasformarsi nuovamente in una piattaforma per il terrorismo internazionale.
Cinque anni dopo, il quadro è estremamente problematico.
Il rapporto 2026 del team delle Nazioni Unite incaricato di monitorare ISIS e al-Qaeda afferma che nessuno Stato membro consultato sostiene la tesi delle autorità talebane secondo cui non esisterebbero organizzazioni terroristiche sul territorio afghano.
Al contrario, secondo le valutazioni internazionali, l’ambiente afghano rimane permissivo per diverse organizzazioni.
Il punto essenziale è però distinguere i rapporti che Kabul mantiene con i diversi gruppi jihadisti.
I Talebani combattono ISIS-K perché lo considerano un nemico diretto e una minaccia al proprio monopolio del potere. Il rapporto con al-Qaeda e con altre organizzazioni della galassia jihadista è differente e molto più ambiguo.
I legami storici, ideologici, familiari e militari costruiti durante decenni di guerra non sono semplicemente scomparsi con la presa di Kabul.
Il problema non è quindi soltanto stabilire se il governo talebano impartisca direttamente ordini ad al-Qaeda. La questione strategicamente più importante è determinare quanto spazio esso permetta alle organizzazioni jihadiste di conservare.
Al-Qaeda e ISIS-K: due minacce differenti
C’è poi un paradosso che rende la situazione afghana ancora più complessa.
Il principale avversario jihadista dei Talebani non è al-Qaeda, ma lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan, ISIS-K.
ISIS e al-Qaeda condividono una matrice jihadista ma sono organizzazioni rivali, con strategie, leadership e concezioni differenti. ISIS-K considera inoltre gli stessi Talebani insufficientemente radicali e li combatte.
Secondo le valutazioni internazionali, ISIS-K rimane una delle minacce terroristiche più importanti provenienti dall’Asia centrale e meridionale e conserva l’ambizione di compiere operazioni al di fuori dell’Afghanistan.
Si crea così una situazione apparentemente contraddittoria: il governo talebano combatte una componente del jihadismo internazionale mentre permette, tollera o non riesce a eliminare altre strutture jihadiste presenti nel Paese.
Questo significa che non esiste semplicemente un “ritorno del terrorismo” in Afghanistan. Esiste un ecosistema nel quale organizzazioni rivali convivono, competono, collaborano occasionalmente e sfruttano gli spazi lasciati dall’assenza di una pressione antiterrorismo occidentale permanente sul territorio.
Il grande limite del ritiro americano
Qui emerge la conseguenza strategica più importante del 2021.
Gli Stati Uniti non hanno perso completamente la capacità di colpire obiettivi terroristici in Afghanistan. Washington conserva capacità cosiddette “over the horizon”, cioè la possibilità di condurre operazioni senza mantenere una presenza militare permanente nel Paese.
L’uccisione di Ayman al-Zawahiri a Kabul nel 2022 dimostrò che questa capacità esiste.
Ma quell’operazione dimostrò contemporaneamente qualcosa di molto più inquietante: il leader di al-Qaeda si trovava nella capitale dell’Afghanistan governato dai Talebani.
Il problema dell’approccio “over the horizon” non riguarda quindi soltanto la capacità di lanciare un missile contro un obiettivo già identificato.
Il problema è identificare quell’obiettivo.
Con il ritiro sono venute meno gran parte della presenza territoriale, delle reti HUMINT, delle infrastrutture militari e della capacità di sorveglianza continuativa che permettevano agli Stati Uniti e ai loro alleati di osservare direttamente ciò che accadeva nel Paese.
Un drone può eliminare un terrorista, ma non può sostituire automaticamente una rete di intelligence.
Il jihadismo ha imparato a essere paziente
La questione più importante potrebbe però essere culturale e strategica.
Dopo l’11 settembre, al-Qaeda diventò il nemico pubblico numero uno dell’Occidente. Essere associati all’organizzazione significava attirare immediatamente l’attenzione dei più potenti apparati militari e d’intelligence del pianeta.
La generazione successiva del jihadismo ha imparato anche da questo errore.
Non è necessario proclamare continuamente la propria forza. Talvolta è molto più conveniente abbassare il profilo, radicarsi localmente, costruire alleanze e attendere.
Reuters osserva come al-Qaeda, pur essendo molto più debole rispetto al proprio apice, abbia mantenuto una notevole capacità di sopravvivenza proprio attraverso la decentralizzazione e l’impiego di strutture regionali.
È quindi possibile che il vero rischio non sia vedere domani una nuova al-Qaeda capace di replicare immediatamente l’11 settembre. Il rischio è permetterle di ricostruire lentamente le condizioni che rendono nuovamente possibile progettare operazioni internazionali.
Il fronte dimenticato
C’è infine un problema politico: l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito pubblico occidentale.
La guerra in Ucraina, il Medio Oriente, l’Iran, Gaza, il Libano, il Mar Rosso e la crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina hanno spostato altrove l’attenzione politica e militare, ma le organizzazioni terroristiche prosperano precisamente nelle periferie dell’attenzione internazionale.
Il direttore dell’MI5, Ken McCallum, ha formulato nei giorni scorsi un avvertimento particolarmente significativo: il prossimo shock strategico potrebbe formarsi proprio dove oggi non stiamo guardando.
È una lezione che l’11 settembre avrebbe dovuto rendere permanente, ma che evidentemente non è stata imparata.
Nel 2001 l’Afghanistan appariva alla maggior parte dell’Occidente come una periferia remota del sistema internazionale. In quella periferia, sotto la protezione dell’Emirato talebano, un’organizzazione terroristica costruì le infrastrutture necessarie per colpire New York e Washington.
Venticinque anni dopo non esistono elementi per sostenere che un nuovo 11 settembre sia imminente. Sarebbe allarmismo. Esistono però elementi sufficienti per affermare qualcosa di diverso e forse più importante: alcune delle condizioni strategiche che precedettero quella catastrofe stanno tornando a esistere.