Questa mattina un Boeing 737 della FlyDubai diretto a Tel Aviv, con 174 persone a bordo e una maggioranza di passeggeri israeliani, ha rischiato di precipitare. Il copilota ha aggredito e accoltellato il comandante e ha tentato di far schiantare l’aereo. Passeggeri ed equipaggio sono riusciti a intervenire e l’aereo è atterrato d’emergenza in Arabia Saudita. Il ministro della Difesa Israel Katz ha definito l’accaduto un tentativo di attentato jihadista.

A quest’ora, nelle fonti internazionali che abbiamo verificato, non risultano pubbliche condanne dei principali leader europei. E questo silenzio merita di essere registrato.

Perché proviamo per un istante a cambiare destinazione a quell’aereo.

Parigi. Berlino. Roma. Londra.

Immaginiamo 174 passeggeri diretti verso una capitale europea, un pilota accoltellato nella cabina di comando, un velivolo che perde migliaia di metri di quota e persone costrette a intervenire per impedirne la catastrofe. Sarebbe difficile immaginare che la politica europea aspettasse ore prima di trovare qualche parola.

Ma la destinazione era Tel Aviv.

Ed ecco il silenzio.

Non chiediamo dichiarazioni di solidarietà con Netanyahu. Non chiediamo sostegno a una guerra, a un governo o a una parte politica israeliana. Non c’entra assolutamente nulla.

Chiediamo se 174 civili su un aereo diretto in Israele meritino la stessa solidarietà che l’Europa rivendica quando il terrorismo o la violenza minacciano i propri cittadini.

Per esprimere sollievo perché 174 persone non sono morte e condannare un’aggressione potenzialmente catastrofica in una cabina di pilotaggio non serve infatti sostenere questo o quel governo.

Ci hanno spiegato per anni che la solidarietà non conosce nazionalità. Che davanti al terrorismo e alla violenza contro i civili non esistono distinguo. Che il silenzio è una forma di complicità morale.

Allora quelle parole valgano anche quando i civili sono israeliani.

Perché i valori universali diventano improvvisamente prudenti quando l’aereo vola verso Tel Aviv?