Una nuova, gravissima rivelazione scuote l’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Tzachi Braverman, capo di gabinetto del premier, avrebbe cercato di costringere una stenografa a modificare gli orari delle comunicazioni ufficiali della mattina del 7 ottobre 2023, quando Hamas lanciò il suo attacco contro Israele. La dipendente avrebbe rifiutato per ben due volte, ricordandogli che alterare quei documenti era illegale.

Al centro dello scandalo una conversazione risalente al gennaio 2024, della quale sarebbe emersa la trascrizione. Braverman avrebbe esaminato il verbale di una telefonata protetta tra Netanyahu e il suo allora segretario militare, il generale Avi Gil, effettuata alle 6:40 del 7 ottobre, pretendendo che l’orario venisse retrodatato alle 6:29, esattamente al momento dell’inizio dell’attacco di Hamas.

Secondo la ricostruzione pubblicata dalla stampa israeliana, Braverman avrebbe commentato con soddisfazione il contenuto della conversazione, elogiando la prontezza del premier, prima di impartire alla stenografa un ordine esplicito: «Era alle 6:29, non alle 6:40. Cambia l’orario».

La dipendente avrebbe risposto di non poter intervenire sul documento, spiegando che il sistema era informatizzato e che qualsiasi alterazione sarebbe stata illegale. Braverman avrebbe insistito, sostenendo falsamente di aver partecipato personalmente alla telefonata. Di fronte al secondo rifiuto della stenografa, avrebbe infine modificato manualmente l’orario riportato nel documento.

Undici minuti che potrebbero assumere un peso politico enorme nella ricostruzione delle responsabilità del 7 ottobre.

L’ex segretario militare Avi Gil ha infatti dichiarato di aver contattato Netanyahu tramite WhatsApp alle 6:29, invitandolo a raggiungere una linea telefonica protetta. Soltanto alle 6:40 sarebbe avvenuta la seconda conversazione, durante la quale Gil avrebbe comunicato al Primo Ministro le informazioni raccolte sull’attacco, pronunciando le parole: «Siamo in guerra».

La distinzione è fondamentale: un primo avvertimento telefonico non equivale necessariamente alla successiva comunicazione ufficiale e dettagliata sull’entità dell’offensiva. Alterare gli orari significherebbe compromettere la ricostruzione cronologica delle decisioni assunte ai vertici dello Stato durante le prime, drammatiche fasi del massacro.

Il rappresentante di Braverman respinge la ricostruzione contestata, negando che il capo di gabinetto abbia sostenuto di essere presente alla telefonata delle 6:29. Secondo la sua versione, Gil avrebbe omesso di riferire agli investigatori una conversazione avvenuta tra i due alle 6:33.

La vicenda è già stata oggetto di un’indagine della polizia israeliana. Secondo le ultime indiscrezioni, gli investigatori riterrebbero di aver raccolto elementi sufficienti per sostenere un’accusa relativa all’alterazione dei documenti. Il fascicolo sarebbe stato trasmesso alla Procura oltre un anno fa e la decisione sull’eventuale incriminazione spetterebbe alla Procuratrice generale Gali Baharav-Miara.

L’incriminazione, tuttavia, non appare scontata: gli inquirenti dovrebbero dimostrare che la modifica sia stata intenzionale e non il risultato di un errore, come sostenuto dalla difesa.

Braverman è inoltre coinvolto in un altro procedimento relativo alla fuga di documenti classificati, nel quale deve affrontare accuse di intralcio alla giustizia, frode e abuso di fiducia. La vicenda ha finora impedito il suo insediamento come ambasciatore israeliano nel Regno Unito.

Le rivelazioni arrivano a soli sedici giorni dalle elezioni legislative israeliane del 27 ottobre, in una fase nella quale le responsabilità politiche e istituzionali per il 7 ottobre sono tornate al centro dello scontro elettorale.
Resta da accertare se l’eventuale alterazione dei documenti sia stata un’iniziativa personale di Braverman, se altri ne fossero a conoscenza e quali conseguenze concrete abbia avuto sulla documentazione ufficiale. Allo stato attuale, non sono emerse prove che Netanyahu abbia ordinato la modifica.

Ma una questione supera ormai il destino giudiziario del suo capo di gabinetto: se venisse dimostrato che qualcuno ai vertici dell’ufficio del Primo Ministro ha deliberatamente falsificato i verbali della mattina del 7 ottobre, non ci troveremmo davanti a una semplice irregolarità amministrativa, ma a un tentativo di manipolare la memoria documentale della più grave catastrofe della storia recente di Israele.

E su quella mattina, prima ancora delle responsabilità politiche, il Paese ha diritto di conoscere la verità.