Oggi si è verificata una svolta significativa nel cosiddetto "Caso 4000", in seguito alla presentazione, da parte dell'avvocato di Netanyahu, di un documento interno originale risalente all'ottobre 2017.

Il documento affermava che non vi fosse alcun fondamento per aprire un'indagine contro il Primo Ministro in merito ai sospetti più ampi emersi nell'ambito del caso Bezeq.

Il problema: nel 2021, l'ex Procuratore Generale Avichai Mandelblit aveva depositato in tribunale una nota in cui dichiarava di aver approvato, già in quella data, l'esame dei sospetti riguardanti Netanyahu – e che tale approvazione era stata formalizzata per iscritto.

Oggi, messo di fronte al documento originale, Mandelblit ha ammesso che esso non costituiva, di per sé, un'autorizzazione a indagare su Netanyahu. Egli sostiene tuttavia che l'approvazione sia stata concessa in un momento successivo.

La questione cruciale: la legge israeliana richiede il nulla osta del Procuratore Generale prima dell'apertura di un'indagine penale contro un Primo Ministro in carica.

La difesa di Netanyahu può ora sostenere che gli inquirenti abbiano agito contro di lui ancor prima di ottenere l'autorizzazione necessaria, nonostante la documentazione interna dell'epoca indicasse l'assenza di basi per un'indagine più ampia nei suoi confronti.

Qualora i giudici accogliessero tale tesi, la difesa potrebbe contestare le fasi dell'indagine e le prove raccolte in quel periodo.

Ciò non comporta automaticamente l'annullamento del caso 4000, ma fornisce alla difesa di Netanyahu nuovi elementi importanti a sostegno della tesi secondo cui alcuni aspetti del caso sarebbero stati costruiti in modo irregolare.