Ci sono nomi che una nazione dovrebbe pronunciare con vergogna. Non perché ricordino soltanto un crimine, ma perché ricordano tutto ciò che quella nazione non ha saputo, non ha voluto o non ha avuto il coraggio di impedire.

Stefano Gaj Taché aveva due anni.

Due anni. L’età in cui il mondo dovrebbe essere fatto di braccia che proteggono, di mani da stringere, di giochi, di voci familiari. L’età in cui non si conoscono ancora l’odio, le ideologie, le frontiere, le guerre. L’età in cui non si dovrebbe nemmeno sapere che cosa significhi essere un bersaglio.

Il 9 ottobre 1982, davanti alla Sinagoga Maggiore di Roma, un commando terroristico palestinese lo assassinò. Altre 37 persone rimasero ferite. Era Shabbat, era Simchat Torah. Gli ebrei romani uscivano dalla preghiera, nel cuore della capitale di un Paese democratico che avrebbe dovuto garantire loro la più elementare delle libertà: quella di essere ebrei senza rischiare di morire.

Stefano non fu ucciso per qualcosa che aveva fatto. Non fu ucciso per una posizione politica, per una dichiarazione, per una responsabilità che qualcuno potesse attribuirgli.

Fu ucciso perché era ebreo.

E questa verità, tanto semplice quanto insopportabile, continua a pesare sulla coscienza italiana.

Pierluigi Battista, ricordando quell’assassinio nel 2016, scrisse parole che ancora oggi conservano una lucidità dolorosa. Denunciò l’incapacità dell’Italia di riconoscere fino in fondo la natura antiebraica di quel terrorismo, la tendenza a confondere la rivendicazione nazionale palestinese con la legittimazione di un odio che non distingueva tra israeliani ed ebrei, tra adulti e bambini, tra combattenti e fedeli in uscita da una sinagoga.

Sono trascorsi quarantaquattro anni.

E oggi, nell’Italia del 2026, dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda terribile: quanto abbiamo davvero imparato?

Guardiamo il clima che circonda le comunità ebraiche italiane. Guardiamo la facilità con cui l’ebreo viene chiamato a rispondere delle decisioni del governo israeliano. Guardiamo la trasformazione di luoghi di studio, piazze, manifestazioni e spazi digitali in ambienti nei quali l’identità ebraica può diventare motivo di sospetto, ostilità, intimidazione.

Guardiamo soprattutto la normalizzazione di un linguaggio che, dietro la pretesa di denunciare una guerra, finisce per attribuire una colpa collettiva a un intero popolo.

Non ogni critica a Israele è antisemitismo. Sarebbe intellettualmente disonesto sostenerlo, e non abbiamo alcun bisogno di questa scorciatoia. Israele è uno Stato democratico, i suoi governi sono criticabili, le sue decisioni discutibili, i suoi dirigenti chiamati a rispondere delle proprie responsabilità.

Ma quando un cittadino italiano viene insultato perché ebreo, quando una sinagoga diventa il bersaglio simbolico di una protesta contro Israele, quando a un ragazzo ebreo viene chiesto di dissociarsi dal proprio popolo per essere accettato, non siamo più nel campo della critica politica. Siamo nel campo dell’antisemitismo.

E quando il massacro del 7 ottobre viene minimizzato, giustificato o trasformato in una comprensibile reazione politica, si supera un’altra soglia morale.

C’è qualcosa di profondamente osceno nel pretendere che gli ebrei debbano continuamente dimostrare di meritare solidarietà. Che debbano essere gli ebrei giusti, gli ebrei sufficientemente distanti da Israele, gli ebrei disposti a rinunciare a una parte della propria identità per ottenere il diritto di vivere serenamente nella propria patria.

Perché l’Italia è anche la loro patria.

Lo era nel 1982. Lo è oggi.

Gli ebrei italiani non sono ospiti tollerati dalla Repubblica. Non sono rappresentanti diplomatici dello Stato di Israele. Non sono una minoranza alla quale concedere protezione in cambio di dichiarazioni di fedeltà politica.

Sono parte integrante della storia, della cultura e dell’identità nazionale italiana. E la loro sicurezza non può essere oggetto di negoziazione.
Nel 1982, davanti alla sinagoga di Roma, fallì qualcosa che andava ben oltre la protezione di un edificio religioso. Fallì il dovere di riconoscere tempestivamente una minaccia. E ancora oggi pesano sulla memoria di quella strage le domande sulle responsabilità istituzionali, sulle informazioni disponibili e sulle ambiguità della politica italiana verso il terrorismo palestinese.

Non dobbiamo trasformare quelle domande in certezze giudiziarie che non possediamo. Ma non dobbiamo nemmeno permettere che quarantquattro anni di distanza diventino una comoda assoluzione storica.

Oggi le istituzioni italiane ricordano Stefano Gaj Taché. Ed è giusto. Ma il ricordo istituzionale, da solo, non basta.

Non basta deporre una corona se poi si considera normale che una comunità religiosa debba vivere permanentemente dietro barriere, controlli e dispositivi di sicurezza.

Non basta pronunciare la parola Shoah durante le commemorazioni se non si riconosce l’antisemitismo quando si presenta con un linguaggio contemporaneo, con nuove giustificazioni e con la pretesa di rappresentare una causa moralmente superiore.

Non basta dire mai più se quel mai più viene accompagnato da eccezioni, distinguo e silenzi.

Eppure sarebbe sbagliato sostenere che tutta l’Italia sia rimasta indifferente. Ci sono cittadini, insegnanti, giornalisti, amministratori e rappresentanti delle istituzioni che difendono con fermezza le comunità ebraiche. Esistono coscienze civili che non hanno ceduto all’intimidazione.

Ma proprio per rispetto di queste persone dobbiamo denunciare chi continua a considerare l’odio antiebraico un problema secondario, un effetto collaterale delle tensioni internazionali, qualcosa da condannare soltanto quando assume le forme più esplicite della violenza.

L’antisemitismo non comincia quando viene sparata una raffica contro una sinagoga. Comincia molto prima. Comincia quando si rende socialmente accettabile considerare gli ebrei collettivamente colpevoli.

Noi di Israele Senza Filtri siamo sionisti. Lo siamo dichiaratamente, senza chiedere permesso e senza vergognarcene. Ma il nostro impegno contro l’antisemitismo non dipende dall’adesione al sionismo di chi intendiamo difendere.

Un ebreo italiano che non si riconosce in Israele ha esattamente lo stesso diritto alla sicurezza, alla dignità e alla libertà di un ebreo che considera Israele parte indissolubile della propria identità.

Non difendiamo gli ebrei perché la pensano come noi.

Li difendiamo perché nessun essere umano deve essere perseguitato per ciò che è.

E difendiamo il diritto di Israele a esistere perché sappiamo che la storia ha già mostrato che cosa può accadere quando il destino degli ebrei viene lasciato esclusivamente alla benevolenza altrui.

Oggi, 9 ottobre 2026, il nostro pensiero torna a quel bambino di due anni, alla sua famiglia, ai feriti, alla Comunità ebraica di Roma.

Vorrei che per un momento il rumore delle polemiche si spegnesse.

Vorrei che rimanesse soltanto il nome di Stefano.

Perché dietro quel nome non c’è una bandiera da agitare contro qualcuno. C’è una vita che non ha avuto il tempo di diventare vita. Ci sono compleanni mai festeggiati, una scuola mai frequentata, amicizie mai nate, un uomo che non ha potuto crescere.

Ci sono quarantaquattro anni di futuro rubato.

E c’è una responsabilità che appartiene a tutti noi, italiani ed ebrei, in Israele e nella Diaspora: impedire che un altro bambino debba pagare con la vita l’odio rivolto al suo popolo.

Stefano Gaj Taché non è soltanto una vittima del terrorismo palestinese. È una ferita aperta nella coscienza della Repubblica italiana.

E fino a quando un ebreo dovrà avere paura di mostrarsi ebreo nelle strade di Roma, Milano, Torino o di qualsiasi altra città italiana, quella ferita non potrà dirsi rimarginata.

Che il ricordo di Stefano sia una benedizione. E che la sua memoria non diventi mai un alibi per commemorare ieri e tacere oggi.

Il Direttore

Israele Senza Filtri