La candidatura di Rebeca Grynspan alla successione di António Guterres merita in Israele un’attenzione particolare. Non soltanto perché l’economista ed ex vicepresidente della Costa Rica potrebbe diventare la prima donna alla guida delle Nazioni Unite, ma perché sarebbe anche la prima persona ebrea a ricoprire l’incarico di Segretario generale.
Grynspan ha inoltre legami familiari con Israele. Sarebbe però un errore dedurne automaticamente una futura svolta filoisraeliana al Palazzo di Vetro.
La sua storia professionale racconta qualcosa di più complesso.
Interrogata direttamente sul significato della propria identità ebraica, Grynspan ha formulato una risposta che probabilmente costituisce la migliore chiave per interpretarne il profilo politico: la sua identità, ha detto, le dà «empatia, non pregiudizio», aggiungendo di averlo dimostrato nei diversi incarichi ricoperti alle Nazioni Unite.
Sul conflitto israelo-palestinese la sua posizione dichiarata coincide sostanzialmente con quella tradizionale dell’ONU: due Stati, Israele e Palestina, destinati a vivere in pace e sicurezza. Nell’ottobre 2025 lo disse esplicitamente presentando la propria candidatura.
Questo elemento è importante perché consente di distinguere Grynspan da una parte del dibattito internazionale che tende ormai a mettere in discussione non soltanto le politiche dei governi israeliani, ma la stessa legittimità dello Stato ebraico.
Non è questa, almeno sulla base delle sue dichiarazioni pubbliche, la posizione di Grynspan.
Ma non è neppure quella di una candidata intenzionata a rompere con l’impostazione delle Nazioni Unite nei confronti di Israele.
Nel luglio 2025, quando El País le domandò esplicitamente se, succedendo a Guterres, avrebbe mantenuto la linea del Segretario generale nei suoi frequenti scontri con Israele oppure introdotto qualche correzione, Grynspan evitò accuratamente di scegliere tra le due possibilità.
Rispose invece che occorreva fermare la sofferenza a Gaza e tornare al rispetto del diritto internazionale umanitario. Alla domanda sul doppio standard attribuito all’Occidente nel trattamento dell’Ucraina e di Gaza, sostenne inoltre la necessità di sottrarre il diritto umanitario alla politicizzazione.
È una risposta diplomatica, ma non insignificante.
Grynspan non ha promesso di proseguire gli scontri di Guterres con Gerusalemme. Ma non ha neppure preso le distanze dall’impostazione che li ha prodotti.
La candidata sembra piuttosto collocarsi nella continuità istituzionale: meno interessata alla retorica dello scontro e più incline a utilizzare il linguaggio del diritto internazionale, dell’assistenza umanitaria e del multilateralismo.
Per Israele il capitolo più delicato è probabilmente quello dell’UNCTAD, l’organizzazione delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo che Grynspan dirige dal 2021.
Durante il suo mandato l’organizzazione ha continuato a produrre rapporti estremamente critici sulle conseguenze economiche dell’occupazione israeliana e, dopo il 7 ottobre, sulla devastazione dell’economia palestinese.
Il rapporto UNCTAD relativo al 2025 descrive una crisi economica senza precedenti nei territori palestinesi e attribuisce un ruolo centrale non soltanto alla guerra, ma anche alle restrizioni israeliane su commercio, movimento e investimenti, alla questione dei trasferimenti fiscali e alla situazione in Cisgiordania. Nel febbraio 2026 la stessa Grynspan ha convocato un briefing a livello di ambasciatori dedicato ai danni economici nei territori palestinesi e alla loro ricostruzione.
Qui bisogna però evitare una scorciatoia.
I rapporti dell’UNCTAD non possono essere automaticamente trasformati in dichiarazioni personali di Grynspan. Sono prodotti di un organismo delle Nazioni Unite con un mandato istituzionale specifico. Allo stesso tempo, Grynspan ne è la Segretaria generale e ne ha pubblicamente presentato e sostenuto il lavoro.
Questo rende il suo mandato all’UNCTAD un indicatore pertinente della cultura istituzionale che potrebbe portare al vertice dell’ONU, ma non una prova che ogni formulazione contenuta nei rapporti rappresenti una sua opinione personale.
È probabilmente questo il punto che interessa maggiormente Gerusalemme.
L’eventuale elezione della prima Segretaria generale ebrea delle Nazioni Unite avrebbe un enorme valore simbolico, soprattutto in un’organizzazione il cui rapporto con Israele è da decenni segnato da conflitti politici e accuse israeliane di trattamento discriminatorio.
Ma simbolo e politica non sono la stessa cosa.
Dalle posizioni pubbliche disponibili non emerge una Grynspan intenzionata a demolire il paradigma delle Nazioni Unite sulla questione israelo-palestinese. Al contrario: quando le viene chiesto di definirsi sul dossier, torna sistematicamente al multilateralismo, alla soluzione dei due Stati, al diritto internazionale umanitario e alla necessità di tutelare la popolazione palestinese.
Allo stesso tempo, non emerge neppure una figura che abbia costruito la propria carriera politica sulla contrapposizione a Israele.
La differenza è sostanziale.
Grynspan potrebbe rappresentare una continuità nei contenuti accompagnata da una differenza nel metodo: meno personalizzazione dello scontro con Gerusalemme, maggiore linguaggio istituzionale e tecnico. Al momento, però, questa rimane una possibilità da verificare e non una conclusione dimostrata dalle sue dichiarazioni.
La vera domanda, quindi, non è se Rebeca Grynspan sia “pro-Israele” o “contro Israele”. È una categoria troppo rudimentale per descriverne il profilo.
La domanda è cosa accadrebbe quando la fedeltà alla cultura istituzionale delle Nazioni Unite entrasse in collisione con le obiezioni israeliane a quella stessa cultura.
Grynspan ha già fornito una parte della risposta: conosce abbastanza bene l’ONU, ha detto presentando la propria candidatura, sia per riformarla sia per difenderla.
Per Israele, la seconda parte della frase è importante almeno quanto la prima.
Un Segretario generale non determina da solo la politica delle Nazioni Unite e non può cancellarne maggioranze, agenzie, mandati e meccanismi istituzionali. Ma possiede qualcosa che conta enormemente nel rapporto tra ONU e Israele: la facoltà di scegliere il linguaggio, stabilire priorità e utilizzare il peso politico e simbolico dell’incarico.
È su questo terreno, molto più che sulle origini ebraiche di Rebeca Grynspan, che andrebbe giudicata la sua eventuale elezione.
Rebeca Grynspan, l’ebrea che potrebbe guidare l’ONU: cosa significa per Israele
Modificato il 30 settembre 2026 alle 09:49
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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