L’inchiesta del Wall Street Journal rivela un programma per produrre in Yemen missili balistici avanzati con una gittata potenziale di circa 1.900 chilometri. Due spedizioni intercettate dalle autorità yemenite documentano l’arrivo di componenti provenienti dalla Cina. Il progetto, ispirato al Kheibar Shekan iraniano, potrebbe segnare un salto di qualità nell’autonomia militare del movimento sostenuto da Teheran.
Gli Houthi stanno tentando di trasformare lo Yemen in un centro di produzione di missili balistici avanzati, riducendo la dipendenza dalle forniture dirette iraniane e sfruttando una rete internazionale di approvvigionamento che comprende aziende cinesi.
È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal, firmata da Laurence Norman e Benoit Faucon, sulla base di un nuovo rapporto dell’organizzazione britannica Conflict Armament Research (CAR), specializzata nell’identificazione delle armi utilizzate nei conflitti e nella ricostruzione delle relative catene di fornitura.
Al centro dell’indagine c’è un programma destinato alla realizzazione di una versione locale del Kheibar Shekan, uno dei missili balistici più avanzati sviluppati dai Guardiani della Rivoluzione islamica iraniani.
L’arma che gli Houthi intenderebbero produrre potrebbe raggiungere una gittata di circa 1.200 miglia, equivalenti a 1.930 chilometri, sufficiente a minacciare obiettivi strategici dell’Arabia Saudita e, a seconda della posizione di lancio, del territorio israeliano.
La notizia arriva mentre l’Arabia Saudita è sottoposta a una nuova e violenta offensiva missilistica degli Houthi, culminata nell’attacco all’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, dove il 10 ottobre sono morte almeno 13 persone e oltre 300 sono rimaste ferite.
Secondo il rapporto esaminato dal Wall Street Journal, le autorità del governo yemenita internazionalmente riconosciuto hanno intercettato nel 2025 due spedizioni contenenti materiali e componenti destinati al programma missilistico degli Houthi.
Le informazioni raccolte dalle autorità sono state trasmesse agli investigatori nel luglio 2026.
Il materiale era nascosto all’interno di carichi commerciali apparentemente ordinari, una modalità che rende più difficile individuare le forniture militari nelle catene logistiche internazionali.
Fra i componenti identificati figurerebbero elementi metallici di precisione destinati alle strutture dei missili, parti dei sistemi propulsivi, superfici di controllo aerodinamico, materiali resistenti alle temperature estreme e apparecchiature utilizzabili nei processi di verifica e collaudo.
Alcuni elementi presenterebbero caratteristiche compatibili con quelle del Kheibar Shekan iraniano, compresi componenti legati alla propulsione a combustibile solido.
La documentazione commerciale esaminata dagli investigatori collegherebbe parte dei materiali a un produttore cinese specializzato nelle lavorazioni metalliche di precisione, la cui identità non è stata resa pubblica.
Non si tratta del primo segnale.
Un’indagine pubblicata da Bloomberg il 23 settembre aveva già ricostruito una filiera di forniture cinesi dirette verso aree controllate dagli Houthi. Fra i materiali sequestrati figuravano componenti sospettati di appartenere a sistemi missilistici e attrezzature industriali utilizzabili anche per produzioni militari.
Conflict Armament Research aveva inoltre documentato, in un precedente studio del 2026, oltre 800 componenti di missili e droni recuperati durante operazioni di interdizione marittima nel Mar Rosso fra il 2024 e il 2025.
Nel loro insieme, questi elementi mostrano una trasformazione importante: il programma militare degli Houthi non dipende esclusivamente dall’arrivo di sistemi d’arma già completati, ma può attingere a componenti industriali e tecnologie reperibili attraverso reti commerciali internazionali.
Resta tuttavia una distinzione fondamentale: l’origine cinese dei componenti non dimostra automaticamente che il governo di Pechino abbia autorizzato o coordinato le forniture.
Il programma attribuito agli Houthi prende ispirazione da un sistema missilistico che rappresenta una delle principali evoluzioni dell’arsenale iraniano.
Il Kheibar Shekan venne presentato ufficialmente dai Guardiani della Rivoluzione nel febbraio 2022, con una gittata dichiarata di circa 1.450 chilometri.
È un missile balistico a combustibile solido, progettato per consentire tempi di preparazione al lancio relativamente contenuti e una maggiore mobilità rispetto a sistemi più ingombranti.
Una delle sue caratteristiche più rilevanti è la capacità di manovrare durante la fase terminale del volo. Questa caratteristica rende più complessa la previsione della traiettoria e può aumentare le difficoltà dei sistemi di difesa antimissile.
La versione che gli Houthi starebbero tentando di realizzare viene descritta con una gittata potenziale superiore a quella dichiarata per il modello iraniano originale: circa 1.900 chilometri contro 1.450.
Il dato di 1.900 chilometri deve però essere considerato una capacità progettuale attribuita al nuovo sistema, non una prestazione già dimostrata da un missile Houthi collaudato.
Le prestazioni effettive dipenderebbero anche dal carico trasportato, dalla configurazione dell’arma e dalle condizioni operative.
Il pericolo non consiste soltanto nella distanza raggiungibile, ma nella possibile combinazione di autonomia produttiva, mobilità dei lanciatori, capacità di manovra e disponibilità di munizionamento.
Per anni, gli Houthi hanno costruito una parte significativa della propria capacità missilistica grazie al sostegno iraniano, utilizzando tecnologie, componenti e sistemi collegati all’industria militare della Repubblica islamica.
Il nuovo quadro suggerisce un’evoluzione.
Mohammed al-Basha, analista specializzato nello Yemen, osserva che il movimento ha progressivamente sviluppato capacità manifatturiere interne, diversificato i propri fornitori e costruito rapporti con reti di intermediari internazionali.
Secondo la sua valutazione, gli Houthi starebbero inoltre integrando strumenti di intelligenza artificiale nello sviluppo dei software utilizzati per missili e droni.
Quest’ultimo elemento rimane una valutazione specialistica: non equivale alla dimostrazione pubblica di una specifica capacità operativa basata sull’intelligenza artificiale.
Il problema strategico è comunque evidente.
Un’organizzazione in grado di produrre localmente almeno una parte dei propri armamenti può diventare meno vulnerabile all’interruzione delle forniture provenienti dall’estero.
La distruzione di un deposito o l’intercettazione di una spedizione non garantisce necessariamente la paralisi dell’intero programma.
L’autonomia produttiva degli Houthi, tuttavia, non deve essere confusa con un’indipendenza tecnologica completa dall’Iran. Le precedenti indagini di Conflict Armament Research hanno continuato a identificare materiali e tecnologie di origine iraniana.
Il quadro che emerge è quindi quello di un’organizzazione che affianca alle tradizionali relazioni con Teheran una rete sempre più diversificata di approvvigionamento.
Fabian Hinz, analista di Conflict Armament Research, ha spiegato al Wall Street Journal che l’importazione di questi componenti può essere compatibile sia con un programma di fabbricazione già avviato, sia con tentativi di produzione non ancora coronati da successo.
Gli impianti militari degli Houthi sono difficili da individuare e verificare dall’esterno.
Non sono dunque disponibili prove pubbliche sufficienti per stabilire quanti missili di questa nuova categoria possano essere stati prodotti, se abbiano superato collaudi completi o quando potrebbero entrare effettivamente in servizio.
È una distinzione essenziale per valutare correttamente la minaccia.
I sequestri documentano una capacità di acquisire materiali sofisticati e indicano un chiaro interesse industriale e militare. Non dimostrano, da soli, l’esistenza di un arsenale operativo della nuova versione del Kheibar Shekan.
Le rivelazioni arrivano in un momento particolarmente critico per la sicurezza saudita.
Gli attacchi degli ultimi giorni hanno mostrato la capacità degli Houthi di colpire infrastrutture strategiche anche a grande distanza.
Il 10 ottobre, un attacco all’aeroporto internazionale King Khalid di Riad ha provocato almeno 13 morti e oltre 300 feriti.
Secondo quanto riferito dall’Associated Press, le autorità saudite hanno aperto un’indagine sulle ragioni per cui i sistemi di difesa aerea non siano riusciti a fermare l’offensiva.
Le prime informazioni raccolte dagli investigatori indicano l’impiego combinato di droni, missili da crociera e missili balistici.
Il 13 ottobre anche un edificio amministrativo della Saudi Aramco a Dhahran è stato interessato da un attacco che ha provocato un incendio limitato, senza vittime. Reuters ha riportato la testimonianza di una fonte relativa all’impatto di un missile balistico nel complesso, mentre la coalizione saudita ha riferito dell’intercettazione di un missile e della caduta di frammenti.
Gli Houthi hanno inoltre minacciato ulteriori attacchi contro aeroporti e infrastrutture energetiche saudite.
L’offensiva si inserisce nella ripresa delle ostilità tra il movimento yemenita e la coalizione guidata da Riad, impegnata a sostenere le forze del governo internazionalmente riconosciuto.
L’eventuale disponibilità di una nuova generazione di missili aggraverebbe un problema già concreto: la necessità di difendere contemporaneamente grandi centri urbani, aeroporti, installazioni militari e infrastrutture energetiche distribuite su un territorio vastissimo.
Per Israele, il programma missilistico descritto dal Wall Street Journal rappresenta un’evoluzione di una minaccia già esistente.
Gli Houthi hanno dimostrato in precedenza di poter lanciare missili e droni dal territorio yemenita verso Israele. La novità non sarebbe dunque la semplice possibilità di raggiungere il Paese, ma l’eventuale disponibilità di una nuova famiglia di missili a maggiore autonomia industriale e con capacità avanzate di guida.
Un sistema derivato dal Kheibar Shekan imporrebbe particolare attenzione alla capacità di manovra nella fase finale della traiettoria, oltre che al numero di lanci effettuabili e alla loro eventuale coordinazione con altre minacce aeree.
Le difese israeliane sono articolate su diversi livelli di intercettazione, ma la loro efficacia non dipende esclusivamente dalle caratteristiche del singolo intercettore.
Contano anche l’individuazione tempestiva del lancio, la disponibilità di munizioni difensive, il numero degli ordigni in arrivo e la capacità di discriminare le minacce.
L’esperienza saudita dimostra quanto possano essere pericolosi gli attacchi coordinati che combinano sistemi differenti.
Per Israele, un possibile aumento delle capacità missilistiche Houthi imporrebbe quindi di considerare il fronte yemenita non soltanto come un’estensione della minaccia iraniana, ma anche come un centro militare dotato di capacità operative e industriali progressivamente più articolate.
La dimensione politicamente più delicata dell’inchiesta riguarda il ruolo delle imprese cinesi nelle catene di approvvigionamento.
Il movimento Houthi è soggetto a un embargo mirato sulle armi imposto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il provvedimento comprende il divieto di trasferimento diretto o indiretto di armi, materiali militari e determinate forme di assistenza a favore dei soggetti designati.
Una difficoltà fondamentale riguarda però le tecnologie a duplice uso: materiali, macchinari e componenti che possono avere applicazioni civili e militari.
La presenza di una componente prodotta in Cina all’interno di una spedizione clandestina non consente, da sola, di stabilire se il produttore conoscesse la destinazione finale della merce.
Pechino ha respinto in passato le accuse di fornire armamenti ai protagonisti dei conflitti regionali.
Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno criticato la capacità e la volontà delle autorità cinesi di impedire il trasferimento verso gli Houthi di tecnologie utilizzabili per scopi militari.
L’inchiesta solleva pertanto interrogativi sulla tracciabilità delle esportazioni, sul ruolo degli intermediari e sull’efficacia dei controlli internazionali.
La questione missilistica yemenita è ormai inseparabile dalla sicurezza delle rotte commerciali e dal confronto regionale con l’Iran.
Il movimento Houthi ha intensificato le operazioni contro infrastrutture saudite e traffico marittimo, mentre Teheran continua a esercitare pressione sul transito delle navi nello Stretto di Hormuz.
La combinazione dei due fronti minaccia gli approvvigionamenti energetici e la stabilità dei collegamenti marittimi tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
Il presidente americano Donald Trump, il 13 ottobre, ha accusato gli Houthi di voler contribuire deliberatamente all’aumento dei prezzi del petrolio prima delle elezioni statunitensi di metà mandato del 3 novembre.
Si tratta di un’accusa politica dell’amministrazione americana, non di un’intenzione degli Houthi dimostrata indipendentemente.
Resta il fatto che la capacità di minacciare gli impianti energetici sauditi e le rotte del Mar Rosso conferisce al movimento un peso strategico superiore a quello normalmente associato a una formazione armata non statale.
La rivelazione del Wall Street Journal non dimostra che gli Houthi possiedano già una nuova generazione di missili balistici pienamente operativi.
Dimostra però che sono emersi indizi concreti di un programma finalizzato a raggiungere quella capacità, sostenuto da una rete di approvvigionamento che supera i confini dell’Iran.
È questo il dato strategico più importante.
Lo Yemen potrebbe consolidarsi come una piattaforma di produzione e impiego di armamenti avanzati, capace di minacciare Israele, l’Arabia Saudita e la sicurezza delle principali rotte marittime regionali.
L’eventuale successo del programma renderebbe più complesso interrompere la capacità militare degli Houthi attraverso il solo blocco delle forniture provenienti da Teheran.
La minaccia, dunque, non è soltanto il prossimo missile che potrebbe partire dallo Yemen. È la possibilità che gli Houthi riescano a costruire una filiera industriale capace di produrne altri, anche in presenza di pressioni militari, sanzioni e interdizioni marittime.
E mentre Riad conta le vittime dei recenti attacchi e Israele continua a confrontarsi con la minaccia missilistica su più fronti, il programma rivelato dall’inchiesta americana pone una questione destinata a pesare sulla sicurezza regionale: quanto manca perché una capacità ancora in fase di sviluppo si trasformi in un sistema d’arma effettivamente disponibile sul campo?
Missili iraniani con componenti cinesi: gli Houthi preparano una nuova minaccia contro Israele e Arabia Saudita
Modificato il 14 ottobre 2026 alle 14:26
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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