C’è qualcosa di profondamente surreale nel teatrino che la politica araba israeliana continua a mettere in scena.

Segalovitz ha tradito. Abu Shahada va difeso. Ra’am deve chiarire. La Lista Congiunta protesta. L’accordo di non aggressione è stato violato. Ben Gvir viene tirato dentro. Comunicato, controcomunicato, indignazione, accuse.

Nel frattempo, nelle città arabe israeliane, si continua a morire.

Al 25 settembre 2026, secondo il conteggio di Abraham Initiatives, 182 cittadini arabi erano già stati uccisi dall’inizio dell’anno in episodi di violenza e criminalità interna alla comunità.

Non è un incidente statistico. Nel 2025, secondo i dati ufficiali della Polizia presentati alla Knesset, su 309 vittime di omicidio in Israele 241 appartenevano alla società araba, contro 47 nella società ebraica.

Duecentoquarantuno morti.

E questi discutono di chi abbia mancato di rispetto a chi.

Nel 2025, inoltre, 1.236 dei 1.874 feriti o morti arrivati negli ospedali israeliani a causa di grave violenza criminale erano arabi: circa il 66% del totale, a fronte di una popolazione araba che rappresenta approssimativamente un quinto del Paese. Tra le 753 persone colpite da armi da fuoco, 685 erano arabe.

Questa non è normale criminalità. È una crisi sociale.

Omicidi. Armi illegali. Organizzazioni criminali. Estorsioni. Minacce. Famiglie che vivono nella paura. Imprenditori sottoposti al racket. Amministrazioni locali esposte alle infiltrazioni criminali.

Nel gennaio 2026, davanti alla Commissione per la sicurezza nazionale della Knesset, il 60% dei direttori dei centri comunitari arabi intervistati riferiva di aver subito conseguenze o pressioni legate alle organizzazioni criminali.

E non c’è soltanto la criminalità.

Esistono ancora divari strutturali nell’istruzione, nell’occupazione, nei trasporti pubblici, nelle infrastrutture e nella pianificazione urbana. La Banca d’Israele ha documentato progressi importanti negli ultimi anni, ma anche il permanere di differenze significative tra società araba ed ebraica. Nei test internazionali sulle competenze degli adulti il divario della popolazione araba rispetto alla media OCSE rimane particolarmente ampio.

Persino sul fronte della protezione civile il quadro è impressionante: secondo il Controllore dello Stato, a gennaio 2025 soltanto 37 dei 11.776 rifugi pubblici israeliani si trovavano nelle autorità locali arabe, e otto di quei 37 non erano utilizzabili.

Questi sono problemi politici.

Questi dovrebbero essere problemi da prima pagina per chi pretende di rappresentare i cittadini arabi di Israele.

Come ridurre gli omicidi. Come togliere le armi dalle strade. Come distruggere economicamente le organizzazioni criminali. Come proteggere gli imprenditori dal racket. Come aumentare il tasso di soluzione degli omicidi. Come migliorare scuole, trasporti, urbanistica e occupazione. Come fare in modo che un ragazzo arabo possa uscire la sera senza diventare una statistica.

Naturalmente la responsabilità primaria della sicurezza personale appartiene allo Stato, alla Polizia e alle istituzioni israeliane. Lo ha detto persino il presidente Herzog, definendo la violenza nella società araba una “emergenza nazionale”.

Ma proprio per questo sarebbe lecito aspettarsi dalla leadership politica araba una maturità proporzionata alla gravità della situazione.

E invece eccoci qui.

Con 182 morti dall’inizio dell’anno, i loro rappresentanti politici riescono ancora a trasformare il dibattito pubblico in una recita liceale su chi abbia tradito chi, chi abbia offeso chi e chi sia abbastanza puro per stare nella lista insieme agli altri.

La popolazione araba israeliana non ha bisogno di un altro comunicato di queste principesse. Merita di meglio, è in gran parte composta da brave persone, ostaggio di delinquenti e politici incapaci e vanitosi.

Ha bisogno di rappresentanti capaci di comprendere che, mentre loro giocano alla politica, la gente vera viene ammazzata per strada.