«Ad essere attaccato non fu Israele, ma il mondo occidentale». Luigi Marattin, leader del Partito Liberal Democratico, affida a queste parole il significato politico del terzo anniversario del 7 ottobre. Un intervento che parte dall’incontro con i sopravvissuti e arriva a una richiesta precisa: affrontare Hamas con la stessa determinazione riservata ad Al Qaeda e all’Isis, sostenendo nel frattempo le forze palestinesi che vogliono costruire un futuro di convivenza con Israele. La commemorazione diventa così un richiamo alle responsabilità occidentali.

«Visitare i luoghi del 7 ottobre e parlare con i sopravvissuti è un’esperienza che non si dimentica, anche quando ci provi», scrive Marattin. È da questa memoria concreta che prende forma la sua riflessione: le persone incontrate, le comunità colpite, le vite spezzate. Il 7 ottobre 2023, l’attacco guidato da Hamas provocò circa 1.200 morti e il rapimento di 251 persone. Dietro quei numeri ci sono famiglie, bambini, anziani, giovani e militari; dietro la parola “ostaggi”, esperienze di prigionia, privazione e violenza che continuano a segnare chi è sopravvissuto.

Al centro dell’intervento c’è l’accusa ad Hamas di avere subordinato il futuro dei palestinesi alla costruzione del proprio apparato militare e alla guerra contro Israele. Il richiamo al ritiro israeliano da Gaza va collocato nella sua corretta sequenza storica: nel 2005 Israele evacuò gli insediamenti e ritirò le proprie forze dalla Striscia, lasciando sul terreno l’Autorità palestinese. Hamas vinse le elezioni legislative nel 2006 e conquistò il controllo di Gaza nel 2007. È alla gestione del potere da parte dei terroristi islamisti che Marattin imputa la scelta di investire in tunnel, armamenti e attacchi, sacrificando le prospettive di sviluppo della popolazione.

In questa lettura, il massacro del 7 ottobre rappresenta anche un attacco alla possibilità di una diversa architettura regionale. Marattin collega la decisione di Hamas al timore che il percorso aperto dagli Accordi di Abramo potesse estendersi all’Arabia Saudita. La normalizzazione dei rapporti tra Israele e altri Paesi arabi avrebbe rafforzato una prospettiva di cooperazione che il terrorismo aveva interesse a sabotare. È una valutazione politica delle motivazioni dell’attacco: il riavvicinamento regionale, da solo, non avrebbe comunque garantito una soluzione alla questione palestinese.

Il ragionamento comprende anche le sofferenze provocate a Gaza. Marattin riconosce il pesantissimo costo umano della risposta militare israeliana e richiama la presenza, nella società palestinese, di persone e movimenti favorevoli alla pace. «Tra il popolo palestinese non ci sono solo quei macellai di Hamas: ci sono tante figure e movimenti che vogliono vivere in pace con Israele, e promuovere sviluppo e prosperità per i palestinesi». È un passaggio decisivo del suo intervento: distinguere la popolazione dai terroristi significa riconoscere ai palestinesi la possibilità di un futuro libero dal loro dominio.

Da una proposta: favorire l’ascesa di interlocutori palestinesi capaci di costruire la convivenza, auspicare un governo israeliano «libero da dannosi estremismi» e riprendere il percorso degli Accordi di Abramo. La sicurezza di Israele e una prospettiva di prosperità palestinese diventano, nella sua impostazione, obiettivi che devono sostenersi reciprocamente.

Resta però una condizione: «Niente di questo potrà essere fatto senza riservare ad Hamas lo stesso destino che fu riservato ad Al Qaeda e Isis». Attraverso questo paragone, Marattin contesta quello che considera un diverso metro di giudizio internazionale e chiede coerenza nella lotta al terrorismo. Il senso del suo richiamo all’Occidente è qui: ricordare il 7 ottobre comporta riconoscere la natura di chi lo ha organizzato. La memoria delle vittime diventa un impegno per impedire che quella violenza possa ripetersi.