Caro Luigi Marattin, è arrivato il momento di scegliere. E di avere il coraggio di rompere.
La Supermedia YouTrend del 15 ottobre assegna al Partito Liberaldemocratico l’1,4% delle intenzioni di voto, con una crescita di 0,1 punti percentuali. Un risultato ancora modesto, certamente, ma che dimostra l’esistenza di uno spazio politico per chi non si riconosce né nel populismo né nel collettivismo che continua ad avvelenare una parte consistente della politica italiana.
Il problema, però, non è quanto vale oggi il PLD. Il problema è quanto potrebbe valere domani. E soprattutto da quale parte della storia intende stare.
Perché bisogna avere il coraggio di dirlo: un partito autenticamente liberale, occidentale, atlantista e schierato senza ambiguità a difesa di Israele non ha più nulla da spartire con questo centrosinistra.
Un centrosinistra che ha progressivamente ceduto terreno alla demagogia, all’antisionismo militante, all’indulgenza verso le peggiori pulsioni antioccidentali. Una coalizione nella quale convivono il riformismo di facciata e una sinistra radicale che considera Israele il nemico da abbattere, l’Occidente una colpa da espiare e il capitalismo una malattia da curare.
Naturalmente non tutti gli elettori e gli esponenti del centrosinistra condividono queste posizioni. Ma è proprio questo il punto: chi non le condivide deve smettere di accettarle come prezzo inevitabile di un’alleanza politica.
Marattin ha gli strumenti intellettuali per comprenderlo. Ha una cultura economica liberale, conosce il valore delle istituzioni democratiche e non appartiene alla tradizione ideologica della sinistra massimalista. Proprio per questo sarebbe incomprensibile continuare a cercare una collocazione in un campo politico nel quale il liberalismo rischia di diventare una presenza ornamentale, tollerata finché non disturba gli equilibri della coalizione.
È tempo di guardare al centrodestra.
Non per consegnarsi a Giorgia Meloni. Non per rinunciare alla propria identità. Non per diventare l’ennesimo piccolo partito satellite di una forza maggiore.
Ma per costruire nel centrodestra italiano una componente liberale, laica, europeista, atlantista e inequivocabilmente filoisraeliana.
Una componente capace di difendere la libertà economica senza compromessi corporativi, lo Stato di diritto senza cedimenti autoritari, la sicurezza nazionale senza populismi e l’identità occidentale senza complessi di inferiorità.
Sarebbe una sfida anche per il centrodestra, che non può pretendere di rappresentare il liberalismo finché conserva al proprio interno contraddizioni profonde su concorrenza, mercato, diritti individuali ed Europa. Il PLD dovrebbe entrarvi per cambiare questi equilibri, non per subirli.
E soprattutto esiste una questione che per noi è dirimente: Israele.
Dopo il 7 ottobre, il rapporto con lo Stato ebraico non può essere ridotto a una variabile secondaria della politica estera. È diventato uno dei grandi terreni sui quali si misura la coerenza di chi afferma di difendere le democrazie liberali.
Questo non significa approvare ogni decisione del governo israeliano. Significa riconoscere senza esitazioni il diritto di Israele a esistere, difendersi e vivere in sicurezza, rifiutando la demonizzazione sistematica dello Stato ebraico e qualsiasi indulgenza verso il terrorismo islamista.
Marattin deve capire che esiste un mondo politico, culturale ed elettorale che aspetta una casa liberale credibile.
Sono convinto che una scelta di campo chiara potrebbe raccogliere consensi significativi anche in una parte del mondo ebraico italiano e tra molti amici di Israele e dell’Occidente. Non pretendo di parlare a nome di quelle comunità, che sono pluraliste e non appartengono a nessun partito. Ma proprio per questo ritengo che esista uno spazio da conquistare attraverso la credibilità, non attraverso gli slogan.
Il PLD potrebbe diventare la casa di chi non vuole scegliere tra la libertà economica e la sicurezza, tra l’europeismo e l’identità nazionale, tra la difesa dell’Occidente e il rispetto delle libertà individuali.
Ma per farlo deve liberarsi da un equivoco: quello secondo cui un liberale debba necessariamente gravitare a sinistra per essere considerato democratico e rispettabile.
È una subordinazione culturale prima ancora che politica. Ed è ora di spezzarla.
Caro Marattin, l’1,4% non è una vittoria. È un punto di partenza. E rischia di diventare un punto di arrivo se il PLD continuerà a essere percepito come una delle tante piccole sigle in attesa di trovare posto in qualche coalizione.
Non serve un altro cespuglio del centrosinistra. Serve una forza liberale che abbia il coraggio di contendere alla destra il governo delle idee, anziché lasciare alla sinistra il monopolio della rispettabilità democratica.
Il centrodestra italiano ha bisogno di più liberalismo. Il mondo liberale ha bisogno di maggiore coraggio. E l’Italia ha bisogno di una forza che sappia difendere l’Occidente senza chiedere scusa per la propria appartenenza alla sua civiltà politica.
Marattin può scegliere di essere il leader di quella forza oppure continuare a presidiare una nicchia elettorale.
Luigi, rompi con questa sinistra. Non devi rinunciare ai tuoi principi per entrare nel centrodestra. Devi portare quei principi nel centrodestra e pretendere che vengano rispettati.
Perché il liberalismo non è una corrente minoritaria del progressismo. È una tradizione politica autonoma, che non ha alcun obbligo di restare prigioniera di una coalizione che ne contraddice i valori fondamentali.
Il tempo delle ambiguità è finito. È arrivato quello delle scelte.
Marattin, il liberalismo non può continuare a fare da stampella a questa sinistra
Modificato il 16 ottobre 2026 alle 20:03
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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