Da vent’anni.

Una notizia sconvolgente arriva da Ramallah: le elezioni parlamentari palestinesi, previste per il 28 novembre, potrebbero essere rinviate.

Lo so, è difficile crederci. Chi avrebbe mai immaginato una simile eventualità?

D’altronde, le ultime elezioni legislative palestinesi si sono tenute nel gennaio 2006. Appena vent’anni fa. Una piccola pausa di riflessione democratica. Nel frattempo, Mahmoud Abbas continua a esercitare la presidenza alla quale fu eletto nel 2005 per un mandato di quattro anni.

Quattro anni palestinesi, evidentemente, equivalgono a ventuno anni del calendario gregoriano.

Ma veniamo alla parte più divertente.

Secondo quanto riferisce il quotidiano Al-Quds Al-Arabi, i rappresentanti di Fatah, Hamas, Jihad islamica palestinese e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, riunitisi al Cairo, avrebbero concordato sull’opportunità di rinviare le elezioni.

È straordinario: organizzazioni incapaci di accordarsi su quasi tutto riescono finalmente a trovare un punto d’intesa. Non far votare i palestinesi.

La motivazione ufficialmente prospettata? Favorire la riconciliazione tra Fatah e Hamas.

Un concetto affascinante: prima si riconciliano i partiti, poi, eventualmente, si chiede ai cittadini che cosa ne pensino. Possibilmente quando tutti saranno morti di vecchiaia.

Del resto, alle precedenti elezioni del 2006 vinse Hamas. Sappiamo come andò a finire: nel 2007 il movimento islamista conquistò militarmente Gaza, eliminando con la forza il controllo di Fatah.

Un esperimento democratico talmente riuscito che si è preferito non ripeterlo.

Eppure, in Europa, continuiamo ad assistere a solenni cerimonie, conferenze e dichiarazioni sul riconoscimento dello Stato palestinese, sulla sua sovranità e sulle sue istituzioni.

Uno Stato che si vuole riconoscere con urgenza, mentre i suoi dirigenti non riescono neppure a garantire ai propri cittadini un appuntamento elettorale ogni vent’anni.

Sia chiaro: il rinvio non è ancora ufficiale. Secondo le indiscrezioni, Abbas potrebbe firmare il relativo decreto nei prossimi giorni.

Mi auguro che qualcuno abbia almeno la delicatezza di avvertire gli elettori. Quelli che nel 2006 avevano vent’anni oggi ne hanno quaranta. Quelli che allora erano bambini potrebbero arrivare alla pensione prima di assistere a una normale alternanza democratica.

E naturalmente, quando il rinvio sarà eventualmente confermato, ci sarà qualcuno pronto a spiegare che la responsabilità è di Israele.

Perché in Medio Oriente esiste una regola apparentemente incrollabile: quando qualcosa non funziona nell’Autorità Palestinese, bisogna sempre cercare un israeliano da accusare.

Nel frattempo, Abbas resta al suo posto, Hamas continua a coltivare le proprie ambizioni politiche e i palestinesi aspettano.

La democrazia palestinese non è morta. È semplicemente in attesa della prossima proroga.

E pensare che il mondo pretende di insegnare a Israele come si esercita la democrazia.