Tutti via. Nel giro di poche ore, domenica 4 ottobre, i dodici bombardieri strategici B-1B Lancer ancora schierati a RAF Fairford, nel Gloucestershire, hanno lasciato la Gran Bretagna e sono rientrati nelle proprie basi negli Stati Uniti. Il Pentagono ha confermato il rischieramento, evitando inizialmente di spiegare nel dettaglio perché fosse stato eseguito con tanta rapidità, ma nelle ore successive il quadro è diventato molto più interessante.

Secondo informazioni raccolte negli Stati Uniti, nella decisione avrebbero pesato diversi allarmi d’intelligence, compreso uno scenario che evidentemente a Washington viene considerato abbastanza serio da non lasciare una dozzina di bombardieri strategici parcheggiati all’aperto: un attacco con piccoli droni contro RAF Fairford ispirato all’Operazione Ragnatela condotta dall’Ucraina contro la Russia nel giugno 2025.

Il 1° giugno 2025 l’Ucraina dimostrò infatti che per colpire l’aviazione strategica di una potenza nucleare non era necessariamente necessario attraversarne le difese aeree con missili da milioni di dollari. Servivano dei camion. Per mesi i servizi ucraini avevano preparato un’operazione destinata a entrare nei manuali militari. Oltre cento piccoli droni d’attacco furono introdotti clandestinamente in territorio russo e nascosti all’interno di strutture trasportate su camion. I veicoli vennero portati in prossimità di alcune delle principali basi dell’aviazione strategica russa e, al momento stabilito, i droni furono liberati a poche decine di chilometri, in alcuni casi molto meno, dai loro obiettivi.

A quel punto la gigantesca profondità strategica russa non serviva più a nulla. Gli UAV non dovevano attraversare migliaia di chilometri di spazio aereo ostile. Erano già dentro. Mosca perse bombardieri Tu-95 e Tu-22M3 che non possono essere facilmente sostituiti. Kiev rivendicò 41 velivoli colpiti, mentre una valutazione americana più prudente stimò fino a una ventina di aerei raggiunti dall’attacco e circa dieci distrutti. Al di là delle cifre, il risultato strategico era evidente: un velivolo da centinaia di milioni di dollari poteva essere vulnerabile a un drone dal costo irrisorio, se quest’ultimo fosse stato portato abbastanza vicino al bersaglio.

È precisamente questo il problema che oggi preoccupa gli Stati Uniti. RAF Fairford è stata utilizzata dai bombardieri americani nelle operazioni contro l’Iran e permette di accorciare enormemente distanze e tempi rispetto a una missione lanciata direttamente dagli Stati Uniti continentali. Teheran, inoltre, aveva già indicato pubblicamente la base britannica come un possibile obiettivo, sostenendo che qualsiasi installazione utilizzata per attaccare il territorio iraniano dovesse essere considerata coinvolta nel conflitto.

Poi è arrivato l’incidente del 27 settembre. Cinque uomini sono stati arrestati nei pressi di Fairford dopo essere stati individuati a bordo di tre furgoni. Non sono stati trovati esplosivi, ma nei mezzi era presente benzina. Un sesto sospettato, con doppia cittadinanza britannica e iraniana, è stato arrestato successivamente nell’ambito della stessa indagine. Tutti sono stati poi rilasciati su cauzione mentre le autorità britanniche continuano ad analizzare telefoni, telecamere di bordo e altri dispositivi. L’eventuale coinvolgimento iraniano non è stato provato pubblicamente e Teheran lo nega.

Per Washington, però, il problema evidentemente non termina con quei sei uomini. Secondo persone a conoscenza della decisione americana, gli allarmi ricevuti riguardavano anche la possibilità di un attacco effettuato con sciami di piccoli droni introdotti clandestinamente e lanciati nelle vicinanze della base, seguendo precisamente la logica dell’Operazione Ragnatela.

Questo non significa che sia stato accertato che l’Iran abbia già nascosto dei droni in Gran Bretagna. Allo stato delle informazioni pubbliche, non è dimostrato.
Significa qualcosa di forse più importante: gli Stati Uniti considerano credibile uno scenario nel quale Teheran potrebbe riuscire a farlo.

E a Gerusalemme questa logica operativa non dovrebbe sorprendere nessuno. L’Ucraina non è stata l’unico Paese a mostrare quanto possa essere devastante trasferire l’arma dentro il territorio nemico prima dell’inizio dell’attacco. Israele ha utilizzato un concetto operativo analogo contro l’Iran, predisponendo clandestinamente all’interno del territorio iraniano sistemi d’attacco, esplosivi e droni impiegati contro installazioni militari, difese aeree e capacità missilistiche.

La lezione è identica. La distanza non protegge più necessariamente un obiettivo. Nemmeno una rete di radar progettata per identificare velivoli e missili provenienti dall’esterno è sufficiente se la minaccia parte da un capannone, da un’automobile o da un furgone a pochi chilometri dalla pista. Ed è precisamente il paradosso che oggi si presenta agli americani: una tecnica utilizzata con enorme efficacia dall’Ucraina contro la Russia e da Israele contro l’Iran potrebbe, almeno teoricamente, essere restituita dall’Iran contro infrastrutture americane in Europa.

Questo spiega perché il movimento dei bombardieri sia significativo. Non stiamo parlando di velivoli qualunque. Il B-1B Lancer è una piattaforma strategica da attacco convenzionale a lungo raggio e rappresenta una componente numericamente limitata della forza bombardieri americana. Concentrare dodici esemplari sulla stessa base significa raccogliere nello stesso luogo una quantità enorme di capacità offensiva e miliardi di dollari di materiale.

A Fairford gli aerei erano inoltre parcheggiati in strutture che non offrono la protezione di bunker corazzati capaci di sopportare un attacco ravvicinato. Il rapporto tra costo dell’attaccante e costo del bersaglio diventa quindi grottesco. Un piccolo drone FPV modificato può costare poche migliaia di dollari. Un B-1B vale centinaia di milioni e, soprattutto, appartiene a una flotta che non può semplicemente essere ricostruita ordinando nuovi velivoli alla fabbrica.

Non servirebbe nemmeno distruggerne dodici. Basterebbe incendiarne uno. Per Teheran sarebbe una vittoria propagandistica enorme. Per Washington, la dimostrazione televisiva che una delle sue principali piattaforme strategiche può essere raggiunta sul territorio di un alleato NATO da un sistema assemblato con componenti commerciali.

Gli americani evidentemente non hanno voluto correre quel rischio.

La rapidità del rischieramento è forse il dettaglio più eloquente. I B-1B hanno lasciato Fairford in diverse ondate e alcuni tanker KC-135 si sono alzati contemporaneamente dalla Gran Bretagna per garantire il rifornimento necessario durante il trasferimento. Uno dei bombardieri che ha lasciato la base era arrivato dagli Stati Uniti appena sei giorni prima. Non è esattamente il profilo di una presenza che aveva semplicemente terminato ordinatamente la propria rotazione.

Il Pentagono sottolinea, correttamente, che gli Stati Uniti possono continuare a colpire obiettivi in Medio Oriente partendo dal territorio americano. B-1B, B-2 e B-52 dispongono della capacità di effettuare missioni intercontinentali con il supporto degli aerocisterne. Ma operativamente non è la stessa cosa. Fairford si trova migliaia di chilometri più vicino all’Iran rispetto alle basi dei bombardieri negli Stati Uniti. Perdere la possibilità di concentrare lì una forza strategica aumenta tempi, consumo di carburante, necessità di rifornimento in volo e complessità delle missioni.

Se l’obiettivo iraniano fosse semplicemente costringere gli Stati Uniti a disperdere i propri bombardieri senza sparare un colpo, il risultato sarebbe quindi tutt’altro che irrilevante.

Questa storia, però, non riguarda soltanto l’Iran. Riguarda il modo in cui sta cambiando la guerra. Per decenni la protezione delle grandi basi occidentali è stata costruita soprattutto pensando a missili, aerei nemici, sabotatori e attacchi terroristici tradizionali.
Oggi bisogna difendere una pista di chilometri, depositi di carburante, munizioni, hangar e decine di aeromobili anche da oggetti commerciali grandi quanto uno zaino che possono essere acquistati legalmente, modificati in un garage e trasportati dentro un normale furgone.

La nuova linea del fronte potrebbe quindi non trovarsi sul Golfo Persico. Potrebbe trovarsi dietro una siepe nel Gloucestershire.

È questa possibilità, più di qualsiasi dichiarazione ufficiale, a spiegare perché dodici B-1B Lancer americani abbiano improvvisamente attraversato l’Atlantico in direzione opposta rispetto all’Iran.

E adesso sapete anche perché.