Dopo aver visionato il film “NAZA”, l’esercito israeliano ha pubblicato una risposta dettagliata alle accuse contenute nel documentario, respingendo la rappresentazione del processo con cui vengono individuati, valutati e colpiti gli obiettivi nella Striscia di Gaza.
Secondo l’IDF, il film costruisce la propria narrazione attraverso testimonianze anonime provenienti, in molti casi, da persone che avrebbero avuto conoscenza soltanto di una fase limitata del processo operativo, senza avere accesso all’intera catena decisionale.
Il risultato, sostiene l’esercito, sarebbe una ricostruzione profondamente fuorviante, aggravata da un montaggio selettivo e dall’omissione di elementi di contesto fondamentali.
L’IDF entra quindi nel merito delle principali accuse.
1. Civili e terroristi
L’esercito respinge l’affermazione secondo cui le proprie procedure non distinguerebbero adeguatamente tra combattenti e popolazione civile.
Le direttive operative, afferma l’IDF, prevedono una distinzione esplicita tra obiettivi militari e civili non coinvolti.
Colpire deliberatamente civili è vietato e la pianificazione degli attacchi deve includere misure destinate a ridurre il rischio di vittime non combattenti.
2. Nessuna operazione autorizzata prevedendo 500 civili morti
Uno dei passaggi più controversi del film riguarda la presunta autorizzazione di attacchi nei quali sarebbe stata accettata preventivamente la possibilità di uccidere fino a 500 civili.
L’IDF nega categoricamente.
Secondo l’esercito, non è mai stata pianificata, autorizzata o condotta un’operazione nella quale fosse prevista la morte di 500 civili, né di un numero comparabile.
L’esercito sostiene inoltre che nessuna operazione con una simile previsione di vittime civili sarebbe mai stata seriamente presa in considerazione.
3. L’intelligenza artificiale non decide chi colpire
Altro punto centrale riguarda l’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
L’IDF afferma che nessun sistema di IA seleziona autonomamente le persone da colpire.
I sistemi tecnologici possono assistere gli analisti nell’elaborazione e nell’incrocio delle informazioni, ma l’identificazione di un potenziale obiettivo viene effettuata da personale di intelligence qualificato.
Successivamente intervengono ulteriori livelli di pianificazione e controllo.
La decisione finale di autorizzare un attacco, sottolinea l’esercito, appartiene a un Comandante operativo autorizzato e non a un algoritmo.
4. Nessuna “quota automatica” di civili sacrificabili
Il film sostiene inoltre l’esistenza di soglie prestabilite di vittime civili considerate accettabili: per esempio 20 civili per eliminare un militante di basso livello o 200 per colpire un alto Comandante.
Anche questa ricostruzione viene respinta dall’IDF.
Secondo l’esercito non esiste una direttiva che autorizzi automaticamente un attacco semplicemente perché il numero previsto di vittime civili si trova sotto una determinata soglia numerica.
La valutazione del possibile danno collaterale costituisce invece uno degli elementi esaminati durante il processo decisionale e può portare alla modifica, al rinvio o alla cancellazione dell’attacco.
5. Cosa sarebbe realmente “Lavender”
L’IDF contesta in particolare il modo in cui viene descritto il sistema denominato “Lavender”.
Secondo l’esercito, Lavender non è una lista di persone automaticamente approvate per essere eliminate.
È un database utilizzato dagli analisti per incrociare diverse fonti di intelligence e produrre livelli aggiornati di informazione riguardanti membri delle organizzazioni terroristiche nella Striscia.
La presenza di una persona all’interno del sistema, precisa l’IDF, non significa che quella persona sia automaticamente classificata come obiettivo e, soprattutto, non costituisce un’autorizzazione ad attaccarla.
6. L’evacuazione di una zona non rende “irrilevanti” i civili rimasti
L’esercito respinge anche l’idea che, una volta emesso un ordine o un avviso di evacuazione, i civili rimasti nell’area possano essere ignorati durante la pianificazione degli attacchi.
Secondo l’IDF, l’avvertimento alla popolazione non elimina l’obbligo di considerare la possibile presenza di civili.
Anche dopo un ordine di evacuazione, il rischio per i non combattenti deve continuare a essere valutato.
7. Le conseguenze degli attacchi vengono analizzate
Il documentario sostiene inoltre che l’esercito non sarebbe realmente interessato a verificare ciò che accade dopo un attacco.
L’IDF respinge anche questa affermazione.
L’esercito dichiara di condurre verifiche sulle conseguenze delle proprie operazioni, comprese le eventuali vittime civili involontarie.
Questi controlli possono servire ad avviare indagini sui singoli episodi e a modificare procedure operative sulla base delle informazioni raccolte.
Secondo l’IDF, durante la guerra centinaia di episodi sono stati sottoposti a differenti forme di verifica o indagine.
La conclusione del comunicato militare è particolarmente dura.
Secondo l’IDF, se gli autori di “NAZA” avessero sottoposto le testimonianze raccolte a un processo rigoroso di verifica, controllo dei fatti e confronto con altre fonti, numerosi errori sostanziali sarebbero emersi prima della pubblicazione.
Per l’esercito, questo lavoro non è stato fatto in maniera adeguata.
La risposta dell’IDF non chiude naturalmente il dibattito sulle operazioni israeliane a Gaza. Ma introduce un elemento che, dopo la diffusione internazionale di “NAZA”, non può essere ignorato: alle accuse contenute nel film esiste ora una contestazione ufficiale, dettagliata e punto per punto da parte dell’esercito israeliano.
L’IDF ha visto “NAZA” e risponde punto per punto: “Un’immagine distorta, fuorviante e manipolativa delle nostre operazioni”
Modificato il 1 ottobre 2026 alle 12:02
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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