Netanyahu condanna, Herzog: “Una macchia morale”

Si allarga il caso delle gravi violenze avvenute nella notte nel villaggio palestinese di Jalud, a sud di Nablus, dove oltre cento israeliani hanno affrontato le forze di sicurezza intervenute per consentire a una famiglia palestinese di tornare nella propria abitazione, in esecuzione di una decisione dell’Alta Corte di Giustizia.

Secondo l’IDF, i rivoltosi hanno bloccato le strade, incendiato pneumatici, automobili, abitazioni e altre proprietà palestinesi e lanciato pietre contro soldati e agenti.

Tre agenti della Polizia di Frontiera sono rimasti leggermente feriti e un veicolo delle forze di sicurezza è stato danneggiato.

Secondo la ricostruzione del Times of Israel, prima degli scontri erano inoltre circolati attraverso gruppi WhatsApp utilizzati da estremisti israeliani appelli a raggiungere Jalud per impedire alle forze di sicurezza di riportare la famiglia palestinese nelle proprie case.

L’IDF ha utilizzato mezzi antisommossa per disperdere i rivoltosi, ma l’intensità degli scontri ha infine costretto le forze israeliane a interrompere l’operazione.

La famiglia Tubasi non è quindi riuscita a rientrare.

La vicenda risale a diversi mesi fa.

Ad aprile era stato costituito nei pressi delle abitazioni l’avamposto israeliano non autorizzato di Givat Hatzmabarim, situato in Area B. Nei mesi successivi la famiglia Tubasi aveva denunciato una progressiva escalation di intimidazioni e violenze: blocchi delle strade di accesso, lancio di pietre, danneggiamenti alle infrastrutture, interruzione dell’acqua, sradicamento di alberi e incendi.

Il 22 luglio i Tubasi avevano infine abbandonato le proprie abitazioni.

Il caso era quindi arrivato davanti all’Alta Corte di Giustizia israeliana.

Il 6 settembre i giudici Isaac Amit, Alex Stein e Yechiel Kasher avevano ordinato alle autorità di organizzare il ritorno dei proprietari palestinesi e delle loro famiglie, garantendone la sicurezza e permettendo l’ingresso dei materiali necessari a riparare le abitazioni e ripristinare acqua ed elettricità.

La Corte aveva inoltre chiesto allo Stato spiegazioni sull’insufficiente azione delle autorità contro gli autori delle violenze.

L’operazione della scorsa notte serviva dunque a dare esecuzione a quella decisione.

Mahmoud Tubasi ha raccontato di essere stato contattato intorno alla mezzanotte dall’Amministrazione Civile e informato che la famiglia avrebbe potuto fare ritorno sotto protezione israeliana.

Quando sono iniziate le violenze, i soldati dell’IDF hanno evacuato i membri della famiglia e li hanno messi in salvo a bordo di un mezzo militare.

Tubasi sostiene che l’automobile con la quale erano arrivati sia stata incendiata e che la propria abitazione sia stata completamente distrutta dalle fiamme.

Filmati palestinesi mostrano un tentativo di incendiare l’edificio e pesanti danni all’interno. Dalle immagini disponibili non è tuttavia ancora possibile verificare indipendentemente che l’abitazione sia stata completamente distrutta come affermato da Tubasi.

Tre israeliani sono stati arrestati nell’ambito degli incidenti. Due sono minorenni, di 15 e 17 anni; un terzo sospettato ha 18 anni.

La polizia ha inoltre fermato un veicolo sospetto nel quale sono stati trovati passamontagna e una mazza. Il materiale e due automobili sono stati sequestrati nell’ambito dell’indagine.

Investigatori della polizia sono successivamente entrati a Jalud sotto protezione dell’IDF per raccogliere testimonianze e prove.

Le violenze hanno provocato una condanna politica trasversale in Israele.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto che i responsabili vengano perseguiti con il massimo rigore previsto dalla legge.
«Il piccolo gruppo di rivoltosi non rappresenta la popolazione rispettosa della legge degli insediamenti in Giudea e Samaria, le causa un danno enorme e ostacola le nostre forze nello svolgimento della loro missione», ha dichiarato Netanyahu, esprimendo il proprio sostegno alle forze di sicurezza.

Parole particolarmente dure sono arrivate dal Presidente israeliano Isaac Herzog, che ha definito quanto accaduto «una macchia morale», oltre che un attacco allo Stato di diritto e ai valori fondamentali di Israele.

Herzog ha sottolineato anche il significato simbolico del fatto che le violenze siano avvenute durante Sukkot, affermando che i responsabili abbiano arrecato danno alla festività, agli insediamenti e all’intero popolo israeliano.

Anche Benny Gantz ha condannato gli aggressori, sostenendo che danneggiano sia lo Stato di Israele sia la popolazione degli insediamenti, «la stragrande maggioranza della quale si oppone a questa follia».

Più direttamente politico l’attacco dell’opposizione di sinistra.

Yair Golan, leader dei Democratici, ha sostenuto che le violenze in Giudea e Samaria «non avvengono nel vuoto», attribuendo al governo la responsabilità politica di aver creato un clima favorevole agli estremisti.

Il deputato Gilad Kariv ha chiamato direttamente in causa Bezalel Smotrich, accusando gli estremisti di comportarsi «come padroni del Paese».

Si tratta, in questi ultimi casi, di accuse politiche dell’opposizione e non di responsabilità accertate nell’indagine.

L’IDF ha condannato con fermezza gli attacchi contro il proprio personale e contro la Polizia di Frontiera, sottolineando che episodi di questo tipo distolgono le forze dalle proprie missioni, compromettono la stabilità e ostacolano direttamente le attività operative e antiterrorismo dell’esercito.

Il dato politico e istituzionale che emerge da Jalud è particolarmente grave: oltre cento israeliani sono riusciti attraverso la violenza a impedire alle forze dello Stato di completare un’operazione organizzata per dare esecuzione a una decisione dell’Alta Corte di Giustizia.

Su questo esiste una condanna che attraversa governo e opposizione. Lo scontro politico riguarda invece le cause del fenomeno: Netanyahu insiste sulla natura minoritaria dei responsabili e sulla necessità di non identificarli con la popolazione degli insediamenti; esponenti dell’opposizione sostengono invece che l’estremismo sia stato favorito dal clima politico e dalle scelte dell’attuale governo.