Ma il caso riapre il confronto sui limiti del sistema politico.

La Commissione Elettorale Centrale israeliana ha votato, con due maggioranze di 18 a 5, per escludere dalle elezioni la Lista Congiunta e Ra’am, accusandole di sostenere la lotta armata contro Israele e di negarne l’esistenza come Stato ebraico.

La decisione, tuttavia, non è definitiva.

L’ultima parola spetta alla Corte Suprema, che dovrebbe con ogni probabilità annullare almeno la maggior parte delle esclusioni, come già avvenuto in casi analoghi nel 2019 e nel 2022.

Ed è proprio questo il punto sollevato dall’analisi: nella politica israeliana misure fortemente controverse possono ottenere inizialmente una maggioranza politica, produrre titoli internazionali e scontri durissimi, per poi essere bloccate, modificate o annullate dalle istituzioni di controllo.

La Commissione Elettorale, nonostante il nome, non è infatti un organismo politicamente neutrale nella sua composizione plenaria: ne fanno parte rappresentanti dei partiti e l’attuale coalizione dispone della maggioranza. La Corte Suprema mantiene invece il potere di confermare o ribaltare le sue decisioni.

Il precedente storico è significativo: nell’ultimo mezzo secolo l’unica formazione politica effettivamente esclusa dalle elezioni in modo definitivo è stata il partito estremista di destra di Meir Kahane.

Il caso quindi non riguarda soltanto Ra’am e Lista Congiunta. Riguarda anche il rapporto tra maggioranza politica, Commissione Elettorale e Corte Suprema, proprio mentre il ruolo e i poteri della magistratura restano uno dei principali terreni di scontro della politica israeliana.

La decisione definitiva della Corte stabilirà se anche questa volta prevarrà il precedente costruito negli ultimi anni.