Gli Stati Uniti avrebbero sollecitato Israele a colpire autonomamente l’Iran, assumendosi il peso politico di una nuova offensiva mentre Donald Trump si prepara ad affrontare le elezioni americane di metà mandato. È il retroscena circolato nelle ultime ore: nei colloqui delle ultime due settimane, Washington avrebbe cercato di favorire un’operazione esclusivamente israeliana, preferendola a un intervento americano o congiunto. Una ricostruzione ancora da verificare nei suoi dettagli, che pone al centro della crisi il rapporto tra necessità militari e convenienze elettorali.

Secondo l’indiscrezione, il calcolo americano sarebbe stato questo: un nuovo attacco avrebbe potuto danneggiare politicamente Trump, mentre un’operazione israeliana contro Teheran avrebbe potuto rafforzare Benjamin Netanyahu alla vigilia del voto. Washington avrebbe quindi prospettato una distribuzione dei rischi nella quale Israele avrebbe assunto l’iniziativa militare e la principale responsabilità pubblica dell’escalation.

A complicare questo ragionamento sarebbe intervenuto il capo di Stato maggiore delle IDF, Eyal Zamir, avvertendo gli interlocutori americani che una ripresa della guerra avrebbe potuto costringere Israele a rinviare le elezioni. Sempre secondo il retroscena, gli Stati Uniti avrebbero per il momento accantonato la richiesta di un attacco israeliano autonomo.

L’avvertimento attribuito a Zamir emerge anche da resoconti distinti. N12 ha riferito che il generale, informato dei preparativi americani per una possibile ripresa delle operazioni nelle settimane successive, avrebbe richiamato l’attenzione sulla prevedibile risposta missilistica iraniana. Ynet ha riportato lo stesso timore per le elezioni israeliane, fissate al 27 ottobre. Le IDF hanno rifiutato di commentare le conversazioni del capo di Stato maggiore con gli interlocutori statunitensi. Si tratta dunque di un rischio prospettato nei colloqui, non di un rinvio già deciso.

Il punto mette in discussione l’idea che una nuova offensiva possa tradursi automaticamente in un vantaggio per Netanyahu. Una campagna militare può rafforzare la percezione di fermezza di un governo, ma una rappresaglia sul territorio nazionale, vittime civili e un’emergenza prolungata possono produrre conseguenze opposte. Se il voto diventasse materialmente difficile da organizzare, il problema supererebbe inoltre la competizione tra partiti e investirebbe il funzionamento delle istituzioni.

Alla base dell’ipotesi di nuovi attacchi ci sarebbe il timore che l’Iran stia recuperando capacità offensive. Su questo fronte, Bloomberg ha raccolto valutazioni di funzionari occidentali secondo cui Teheran avrebbe preservato impianti per la produzione di missili e droni, mantenendo la possibilità di rifornire i propri arsenali nonostante mesi di bombardamenti americani e israeliani. Uno dei funzionari citati ha inoltre sostenuto che la Russia stia fornendo missili alla Repubblica islamica. Il ministero della Difesa russo non ha risposto alla richiesta di commento dell’agenzia.

La valutazione sul potenziale militare iraniano è contestata dalla Casa Bianca. La portavoce Anna Kelly ha respinto il quadro presentato a Bloomberg, rivendicando i risultati delle operazioni statunitensi contro le infrastrutture nucleari e convenzionali di Teheran. Resta quindi una divergenza sostanziale tra le valutazioni raccolte dall’agenzia e la lettura pubblica dell’amministrazione americana sull’effettiva capacità iraniana di ricostituire le proprie forze.

Anche i messaggi di Trump sulla tempistica mantengono aperta l’incertezza. L’8 ottobre il presidente aveva dichiarato che gli Stati Uniti non avrebbero attaccato l’Iran prima delle elezioni del 3 novembre, parlando di colloqui produttivi con Teheran. Successivamente, secondo quanto riportato da Walla, ha nuovamente lasciato aperta la possibilità di agire prima del voto. Le dichiarazioni pubbliche non offrono quindi una garanzia stabile sull’evoluzione delle prossime settimane.
Se il retroscena sulla richiesta americana venisse confermato, mostrerebbe quanto possano divergere le priorità di due alleati anche davanti alla stessa minaccia. Affidare a Israele l’esecuzione di un attacco, peraltro, non garantirebbe a Washington di evitarne le conseguenze: una risposta iraniana più ampia potrebbe comunque coinvolgere interessi americani e aggravare il costo politico della crisi.

Per Israele il criterio decisivo dovrebbe restare la sicurezza del Paese: quanto è urgente interrompere il riarmo iraniano, quali risultati concreti può ottenere un’operazione e quale risposta occorre prepararsi a sostenere. Un possibile beneficio elettorale non dimostra l’utilità strategica di un attacco; allo stesso modo, la vicinanza delle urne non rende meno pericolosa una minaccia reale. È su questa valutazione che dovrebbe essere presa una decisione capace di riportare milioni di israeliani sotto il fuoco