Il Medio Oriente che Benjamin Netanyahu immagina per il futuro non è più quello degli Accordi di Oslo, né quello delle tradizionali contrapposizioni tra israeliani e arabi. È un sistema di alleanze, interessi e rivalità nel quale lo Stato ebraico ambisce a diventare uno dei principali centri di gravità geopolitica.
La carta presentata durante il discorso del Primo Ministro israeliano sulla sicurezza futura di Israele, almeno secondo l’interpretazione che ne viene proposta, racconta una trasformazione strategica di portata storica: il superamento della vecchia distinzione tra mondo arabo e Stato ebraico, sostituita da una competizione tra blocchi regionali, potenze emergenti e attori non statali.
Ma sarebbe un errore leggere questa rappresentazione come una fotografia di alleanze già consolidate. È, piuttosto, la rappresentazione di una possibile architettura geopolitica, nella quale aspirazioni israeliane, convergenze tattiche e rapporti diplomatici effettivi convivono con contraddizioni profonde.
Il primo elemento rivoluzionario è la geografia del blocco blu.
Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein costituiscono il nucleo mediorientale di un sistema che si estende verso l’India, l’Azerbaigian, il Corno d’Africa e il Mediterraneo orientale.
Non si tratta soltanto di cooperazione militare. È il tentativo di costruire una continuità strategica tra Mediterraneo, Mar Rosso, Oceano Indiano e Caucaso.
L’India rappresenta la profondità economica e demografica di questa visione. L’Azerbaigian costituisce un interlocutore strategico alle porte dell’Iran. Grecia e Cipro offrono un collegamento con lo spazio europeo. L’Etiopia, il Somaliland e il Puntland introducono la dimensione africana e il controllo degli accessi al Mar Rosso.
Persino la presenza di attori controversi, come le Forze di Supporto Rapido sudanesi, dimostra quanto questa lettura privilegi le possibili convergenze strategiche rispetto alle affinità politiche. Ma proprio qui emerge uno dei suoi limiti: un interesse convergente non equivale a un’alleanza, e tantomeno costituisce una garanzia di affidabilità.
Il secondo elemento è ancora più significativo: l’Arabia Saudita non compare nello stesso schieramento di Israele.
Il blocco verde raccoglie realtà profondamente differenti: Arabia Saudita, Turchia, Qatar, Pakistan, Egitto, Giordania e altri attori regionali.
Interpretarlo come un fronte unitario ostile a Israele sarebbe semplicistico. Riyadh, Ankara e Il Cairo perseguono interessi distinti, talvolta apertamente incompatibili. Ma la loro collocazione suggerisce una questione fondamentale: il futuro equilibrio mediorientale non sarà determinato soltanto dalla contrapposizione con l’Iran.
Sarà determinato anche dalla competizione per la leadership del mondo sunnita, dal controllo delle rotte commerciali, dall’influenza sul Mar Rosso e dalla capacità di condizionare le scelte delle potenze occidentali.
La Turchia di Erdoğan ambisce a un ruolo autonomo, fondato sulla propria capacità militare, industriale e diplomatica. L’Arabia Saudita vuole essere una potenza centrale, non un semplice partner subordinato a un ordine regionale progettato altrove. Il Qatar continua a utilizzare la propria capacità finanziaria e diplomatica per esercitare un’influenza superiore alle sue dimensioni territoriali.
Per Israele, la sfida consiste nel comprendere che la normalizzazione diplomatica non produce automaticamente una convergenza strategica permanente.
Il terzo blocco, quello rosso, rappresenta invece la dimensione della minaccia militare e ideologica.
L’Iran, Hezbollah, Hamas, Ansarullah e le milizie irachene filo-iraniane costituiscono, con ruoli e gradi di autonomia differenti, una rete di pressione armata contro Israele e i suoi interessi.
L’inclusione della Russia introduce però una distinzione necessaria.
Mosca non è semplicemente un’altra componente dell’asse iraniano: è una potenza globale che intrattiene rapporti con diversi attori regionali e persegue una propria agenda. La cooperazione russo-iraniana è un fattore strategico rilevante, ma non rende automaticamente sovrapponibili gli interessi dei due Paesi.
Questa distinzione è essenziale, perché una strategia nazionale efficace deve saper riconoscere non soltanto i propri nemici, ma anche le divergenze esistenti tra loro.
La vera novità della carta, tuttavia, non riguarda soltanto gli Stati. Riguarda la progressiva frammentazione degli Stati stessi.
Lo Yemen compare attraverso autorità rivali. La Libia è rappresentata mediante centri di potere concorrenti. Il Sudan è diviso tra fazioni contrapposte. La Siria viene letta anche attraverso le proprie componenti territoriali e comunitarie. La Somalia attraverso le sue realtà regionali.
È il riconoscimento di un fenomeno che la diplomazia internazionale fatica ancora ad accettare: in diverse aree del Medio Oriente e dell’Africa, i confini riconosciuti non coincidono più con la distribuzione effettiva del potere.
Israele sembra voler ragionare su questa realtà, costruendo relazioni non soltanto con gli Stati formalmente riconosciuti, ma anche con soggetti capaci di esercitare un controllo territoriale o un’influenza strategica.
È una visione pragmatica, ma comporta rischi enormi. Un interlocutore locale può diventare un alleato utile nel breve periodo e trasformarsi in un fattore di instabilità nel lungo. La frammentazione territoriale può indebolire un avversario, ma può anche produrre nuovi conflitti, nuove organizzazioni armate e nuove dipendenze.
Ed è precisamente qui che occorre distinguere la grande strategia dall’opportunismo tattico.
La conclusione politica è che Israele non può più permettersi di concepire la propria sicurezza esclusivamente come difesa dei confini.
Il 7 ottobre ha dimostrato quanto possa essere devastante affidarsi a un equilibrio fondato sulla deterrenza presunta, sulla gestione delle minacce e sull’illusione che gli avversari siano necessariamente interessati alla stabilità.
La sicurezza israeliana dipende anche da ciò che accade nel Mar Rosso, nel Caucaso, nel Mediterraneo orientale, nel Golfo Persico e nel Corno d’Africa.
Ma la profondità strategica non si misura soltanto dal numero degli interlocutori. Si misura dalla solidità delle relazioni, dalla credibilità degli impegni, dalla sostenibilità economica e dalla capacità di non trasformare ogni rivalità regionale in un conflitto esistenziale.
La carta attribuita alla visione di Netanyahu esprime dunque un’ambizione che considero legittima e necessaria: fare di Israele non più soltanto uno Stato che resiste alle minacce del Medio Oriente, ma una potenza capace di contribuire a determinarne gli equilibri.
Questa ambizione, tuttavia, richiede una disciplina strategica all’altezza della sua portata.
Perché esiste una differenza sostanziale tra avere molti interlocutori e possedere un sistema di alleanze. Tra approfittare delle divisioni dei propri avversari e costruire un ordine regionale stabile. Tra esercitare potenza e produrre sicurezza.
Il futuro di Israele non sarà garantito da una carta geografica colorata di blu, verde e rosso.
Sarà garantito dalla capacità di trasformare le convergenze temporanee in interessi durevoli, senza confondere le aspirazioni con le realtà.
Il Medio Oriente del futuro non sarà necessariamente un Medio Oriente pacificato. Ma Israele ha il diritto, e soprattutto il dovere, di non subirne passivamente la trasformazione.
Il nuovo Medio Oriente: Israele disegna la geografia del potere
Modificato il 19 ottobre 2026 alle 07:44
Pubblicato sul canale Israele Senza Filtri
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